Storia

 

Federico II e l’organizzazione della cultura nella corte sveva

di  “Marino Faggella”

Lunedì 21 Gennaio 2013 "uscita n. 11"

 

                                                                                                                                                                                 

                        Descrizione: http://cdn.livenetwork.it/citta/Ruvo%20di%20Puglia/federicoII.jpg

               Un’immagine di Federico con il falco, sua grande passione

 

1.Nella prima metà del 1200 l’Italia meridionale entrava da protagonista nella storia dell’Europa quale luogo di nascita, fondazione e milieu di diffusione di uno straordinario sapere  senza il quale forse non ci sarebbe stata quello dell’età moderna che prende avvio dal nostro Rinascimento. Centro e anima di questa nuova e straordinaria cultura e splendida civiltà, generatrice di ulteriori forme di vita spirituale fu la corte di Federico Secondo di Svevia, che ebbe il suo centro fondamentale a Palermo e Messina in Sicilia, ma si diffuse in tutte città e regioni del Sud. Artefice di questa splendida civiltà, anzi anima dell’intera vita spirituale del suo tempo fu lo stesso Federico, re di Sicilia, Imperatore dei romani, il primo monarca laico dell’età moderna e creatore dello stato moderno nel pieno del Medio Evo. Ma “il terzo vento di Soave”, così Dante lo qualifica nel canto sesto del Paradiso, come abbiamo sostenuto nel precedente articolo sul Nostro, “ha lasciato un segno nella storia per altri e forse più straordinari meriti che servono a riassumere la sua straordinaria superiorità culturale. Infatti egli, al di sopra degli uomini del suo tempo, ebbe un appassionato interesse per tutti i rami del sapere scientifico e letterario, e fu aperto ai più diversi problemi della filosofia, della matematica e delle scienze naturali. Avido com’era di sapere e curioso di investigare e di svelare i misteri dell’universo, contribuì ad introdurre nella cultura occidentale le nuove correnti arabo-aristoteliche, che, penetrando attraverso le due porte della Spagna (Toledo) e della Sicilia, avrebbero rinnovato il concetto e l’idea stessa del sapere filosofico e scientifico”. I meriti di questo sovrano in tal direzione furono enormi: si può dire che il libero pensiero, il bisogno di osservare il mondo naturale, lo stesso metodo sperimentale siano nati proprio con lui prima di configurarsi nelle espressioni di Leonardo e di Galilei.

2.Come dimostrano gli storici rapporti con il pisano Leonardo Fibonacci, Federico amava a tal punto la matematica da introdurre in Europa il calcolo ebraico. E’ certo che egli conoscesse a fondo anche le regole dell’architettura, come si evince dall’armoniosa mole e linearità dei suoi castelli che lo stesso sovrano molto spesso progettava e disegnava. Ma anche le altre scienze esatte non gli erano estranee: soprattutto nella fisica egli fece valere,  particolarmente nel campo dell’ottica, il suo profondo spirito di osservazione naturale. La passione per i numeri e per le scienze esatte gli derivava certamente dal contato con i dotti e con le opere della cultura arabo-aristotelica, stabilmente presenti e dibattute nella corte di Sicilia. Occorre sottolineare a questo punto che l’età di cui ci stiamo occupando, in particolare il basso medioevo, non fu un mondo chiuso alla comunicazione degli uomini, anzi l’universalismo religioso e culturale, che si serviva prevalentemente del latino quale veicolo linguistico, consentì un notevole spostamento di dotti nel bacino mediterraneo.  

La corte siciliana di Federico II, situata nel cuore del Mediterraneo e centro di uno straordinario sincretismo culturale (dovuto innanzitutto all’opera del sovrano che, traendone il meglio, era riuscito a fondere tre grandi civiltà: quella araba, la latina e la greca) fu un autentico polo di attrazione dove convenivano intellettuali di ogni contrada, tra i quali spiccano i seguenti nomi: Michele Scoto, di origini scozzesi  (il cui nome nella lingua inglese era probabilmente Scott) che si mosse da Toledo a Palermo accompagnato dalla grande fama di traduttore in latino delle opere degli Arabi e di Aristotele; Maestro Teodoro, esperto di astronomia ed astrologia, greco di origine,  fu autorevole rappresentante della cultura orientale e anello di congiunzione fra gli arabi e la Sicilia ; Giovanni da Palermo, che, secondo l’Amari, fu di origine musulmana e tra i più stimati dal sovrano, grazie alla cui frequentazione poté affinare la conoscenza teorica e pratica della lingua araba; Pietro Ispano, medico di origine spagnola, come tradisce il suo nome, che fu molto accreditato tra gli enciclopedisti dell’epoca; Jeuda Ben Salomon Cohen, ebreo proveniente da Toledo, anch’egli uomo di cultura scientifica ed esperto compilatore; Pietro delle Vigne ( il più famoso di tutti sia per la sua grande fama di giurista, protonotaro, epistolografo e maestro impareggiabile nell’ars dictandi sia per la sua tragica fine che viene anche ricordata da Dante in un celebre canto del suo Inferno) che in virtù dei suoi meriti culturali fu logoteta ( cioè: colui che parlava in nome dell’Imperatore) primo ministro, iniziatore della poesia latina nel regno ed autorevolissimo esponente della Scuola Siciliana, operante nella Magna Curia ed artefice delle prima nostra poesia in volgare. Si ricordi, a tal proposito, che la maggior parte di questi poeti siciliani (tra cui occorre annoverare lo stesso Imperatore ed il suo figlio naturale Manfredi) furono innanzitutto uomini di legge che, dopo aver studiato il diritto a Bologna, prima di essere poeti rivestirono importanti incarichi nella Cancelleria e nella Curia Siciliana.

3. Ad attestare gli straordinari interessi culturali dei dottissimi componenti della Magna Curia, che raccoglieva il meglio della corte imperiale, e dello stesso Federico II rimangono soprattutto i cosiddetti Quesiti Cosmologici e Siciliani, che consistono in una serie di domande, in alcuni casi autentici rompicapi, indirizzati dal sovrano sia ai dotti del suo entourage sia agli scienziati del mondo orientale. I primi di questi quesiti, quelli Cosmologici, sono rivolti dall’Imperatore intorno al 1230 a Michele Scoto, forse nel tempo in cui egli trascorreva nelle terme di Pozzuoli un periodo di riposo per ristorarsi dalle fatiche della politica e delle armi. Per dare la misura dell’elevata temperie culturale che regnava nella corte imperiale basterebbe ricordare che tra le questioni che venivano affrontate nei quesiti dai dotti dignitari della corte di Palermo non poteva mancare quella più attuale che contrapponeva l’dea della tradizionale nobiltà di lignaggio al più moderno valore di origine borghese dell’onestà della vita. Quest’ultimo concetto, che è presente anche nella poesia del Guinizelli, era l’argomento di una disputa proposta dal relatore a due giuristi del calibro di Taddeo di Sessa e Pier delle Vigne.

Mi pare opportuno, a questo punto, dire qualcosa a proposito della cura delle acque che lo stesso Federico dopo tanti secoli di dimenticanza aveva ripristinato. L’abitudine del bagno, così frequente, direi anche troppo, presso i romani era caduta in disuso nell’Alto Medioevo sia a causa della distruzione delle città operate dai barbari sia per ragioni morali e religiose: il cosiddetto balneum di origini romane era sconsigliato ai cristiani per evitare pericolose promiscuità. Federico II, che era un igienista (a tal punto da richiedere che anche nei castelli vi fossero vasche di acqua corrente) ed anche un dietologo, assumeva un solo pasto al giorno, e praticava tanto esercizio fisico soprattutto con la pratica delle armi e della caccia. Egli era convinto, inoltre, in controtendenza rispetto alla morale cristiana dell’epoca che le donne non fossero propriamente un male, a tal punto che ne aveva un autentico harem custodito alla maniera orientale da eunuchi.

Ma ritorniamo ai nostri Quesiti  e alle condizioni e ragioni che li hanno determinati. Essi nascevano dall’otium e dall’osservazione, che erano due condizioni specifiche corrispondenti alla vita ed alla rinnovata disposizione culturale del sovrano per il quale prima della teoria contava innanzitutto l’inclinazione ad osservare direttamente la nascita e l’esplicazione dei fatti naturali nel mondo. A questa condizione ogni cosa, terrena o celeste, sia che si trattasse dell’acqua e delle terre (materia  successivamente affrontata anche da Dante nella sua Quaestio de aqua et terrae ) sia che si dovesse parlare delle cose celesti (della natura dei cieli, dell’Inferno, del Purgatorio o del posto degli angeli e dei beati in relazione con Dio nel Paradiso) qualsiasi argomento veniva  sottoposta al giudizio dell’osservazione.

4. Più importanti dei primi quesiti, rivolti in ambito locale, furono i cosiddetti Quesiti Siciliani  che vennero indirizzati per iscritto ai dotti del mondo orientale, soprattutto arabi che  avevano  allora nella città del Cairo il loro centro religioso, culturale e cosmopolita. Ricevuti i quesiti, i sapienti egiziani non si degnarono di rispondere, tranne Ibn Sabin, un giovane ma sapientissimo filosofo di Ceuta, la cui risposta risultava tuttavia poco rispettosa laddove egli sottolineava i limiti della cultura dell’imperatore. I quesiti proposti erano cinque nel seguente ordine: Il 1° si concentrava sul concetto dell’eternità del mondo, un tema che il filosofo-scienziato Averroè aveva introdotto un secolo prima commentando il greco Aristotile; nel 2° quesito (che presupponeva il clima delle polemiche degli antiaristotelici sulla difficile conciliazione della religione con la fede) ci si chiedeva quale fosse il vero fine della teologia; nel 3° si esigeva una regola definitiva sulle cosiddette categorie  aristoteliche, e sul loro metodo di applicazione nelle scienze esatte; il 4° riguardava l’anima, rimettendo in discussione il principio della sua immortalità; il 5° quesito, argomentando sull’espressione di Maometto”Il cuore del credente è collocata fra due dita di Dio misericordioso” chiedeva se non si dovesse ritenere giusta la cosiddetta teoria dei tre impostori (Gesù, Mosè e Maometto), negatrice di ogni religione. Si dirà per la cronaca che la risposta a quest’ultimo quesito formulata da Ibn fu piuttosto ortodossa non tanto per intima convinzione quanto piuttosto per ingraziarsi le gerarchie religiose musulmane, che lo avevano in precedenza perseguitato per l’originalità del suo pensiero, problematico per la fede , spingendolo infine al suicidio.

Dall’analisi della materia dei cinque quesiti, che affrontavano argomenti ai limiti con l’ortodossia del cristianesimo, particolarmente rischiosi risultavano il primo ed il quarto, che come si è detto affrontavano i problemi più scottanti della “creazione del mondo” e dell’”immortalità dell’anima”, la cui soluzione era prospettata non secondo la visione della religione cristiana, ma appellandosi alla concezione aristotelico-averroista. Federico II, che gli arabi amavano definire “dahari”, trovava conforto alla sua fede di “eternista” nella teoria aristotelica dell’esisistenza del mondo ab aeterno. Sicché questa teoria era giunta nel mondo della cultura medievale per intercessione degli arabi, in particolare di Averroè. Questa circostanza contribuì a creare in seno alla cultura cattolica una serie di dubbi e problemi che Tommaso d’Aquino, riconducendo finalmente il pensiero aristotelico all’esegesi cristiana, si preoccuperà di risolvere con la formula che non opponeva ma conciliava finalmente il sapere scientifico-filosofico con la fede.

La posizione di Federico II intorno a queste problematiche non era certamente conciliatoria, anzi, i suoi interventi aprivano una corrente intellettuale scismatica che metteva in agitazione gli spiriti del suo tempo. Si può dire, a questo proposito, che se l’imperatore non era propriamente un averroista tout court, come sostiene Gentile, certamente egli guardava con simpatia ad alcuna delle sue tesi, prima fra tutte quella della “mortalità dell’anima”. Questa fu la ragione principale per cui fu scomunicato dalla chiesa come miscredente. Dante stesso, che scrivendo il Convivio, aveva dimostrato di guardare con una certa simpatia alle tesi assolutamente razionalistiche dell’Imperatore, per ragioni filosofiche e politiche lo collocherà poi insieme a Farinata nell’Inferno tra gli eretici, quelli che ”l’anima col corpo morta fanno”.

5. Senza nulla togliere all’importanza dei suddetti Quesiti,  che ci forniscono la misura dello spessore culturale delle conoscenze federiciane, occorre ricordare anche la sua funzione importantissima di organizzatore della cultura che meglio si fece sentire con la fondazione dello studio di Napoli, (quella gloriosa università da lui fondata nel 1224 dopo il suo ritorno dalla Germania che  ancora porta il suo nome) che, come attestano i documenti, fu probabilmente, con l’emanazione della Lex Augustalis ( Melfi 1231) uno dei migliori prodotti della sua azione di governo. Antonino De Stefano, che ci ha lasciato una serie di studi pregevoli su Federico II, giustifica la fondazione dell’ateneo napoletano soprattutto con la passione del sovrano per il sapere:”Nessuno dei sovrani del suo tempo ebbe al pari di lui un istintivo ed inesausto amore per gli studi e nessuno ebbe più chiara consapevolezza del valore e dell’efficacia della cultura”. Anzi, egli, inaugurando un nuovo concetto di cultura ed esaltandone il valore e la funzione, fu il primo monarca moderno che sistemò il sapere allo stesso livello della prassi politica, ritenendolo un fondamentale principio di civiltà.

In effetti il nuovo centro di studi, nato per atto politico ex privilegio, si distingueva dagli altri, compreso quello che aveva sede in Bologna, ex consuetudine horti. Ciò è attestato in una famosa lettera (ritenuta giustamente un autentico atto di nascita della cultura moderna e dei suoi metodi) che l’imperatore inviò, dopo la fondazione dello studio di Napoli, la prima università di stato dei tempi moderni, ai maestri e agli allievi dello Studio di Bologna fornendo loro contemporaneamente le prime traduzioni di Aristotele operate dai suoi dotti traduttori. Tra le pieghe di quello storico documento si comprendono anche i reali motivi, comprese le intenzioni politiche, culturali e sociali che avevano indotto l’Imperatore alla sua fondazione: a) sottrarre al Papa e a Bologna il primato nelle leggi e nella retorica; b) fornire al suo regno un centro superiore di studi che, alimentando da una parte una nuova cultura, fosse anche in grado di formarne i quadri funzionali; c) offrire ad un numero sempre più ampio di sudditi, soprattutto ai giovani, di potersi accostare senza divieti ad un sapere moderno sia teorico che pratico.

Accanto alle discipline tradizionali, come le retorica, il diritto, la filosofia e la teologia  che componevano il complesso piano di studio delle università dell’epoca, il nuovo centro di studi si distingueva anche per un’importante novità: l’introduzione dello studio appartato della medicina, fino ad allora confuso con quello della filosofia. Ciò fu dovuto prevalentemente alla conoscenza delle opere della letteratura scientifica greco-araba. L’analisi attenta delle opere degli arabi, soprattutto quelle di Avicenna, indusse Federico ad istituire a Napoli la prima specifica facoltà di medicina della storia, che nel 1252 fu spostata a Salerno dopo la morte di Corrado, padre dell’imperatore. Il piano di studi della nuova facoltà, che fu detta di Anatomia, comprendeva  anni di studio ed applicazione molto rigorosi: a) si cominciava  con un  triennale corso teorico di logica che con l’esercizio filosofico si preoccupava di saggiare innanzitutto la capacità di ragionare degli allievi; b) seguiva poi un quinquennio durante il quale l’iniziale studio teorico della medicina, condotto sulle opere di Ippocrate, Galeno e gli Arabi, veniva affiancato da un rigorosissimo corso di chirurgia che nell’ultimo anno prevedeva inoltre un periodo prolungato di tirocinio pratico presso un medico. L’esercizio della professione medica, che era soggetta come anche quella dei farmacisti a regolamentazione seria e rigidi controlli, in conclusione non poteva avvenire senza un difficile esame di stato così come era previsto nel dettato della Lex Augustalis.

L’interesse scientifico di Federico II, il suo innato amore per il sapere si riscontra in modo particolare nel De arte venandi cum avibus, che non è solo una trattazione sulla falconeria, cioè l’arte di cacciare con il falcone (sul modello di quelle molto frequenti composte in Francia e nel mondo orientale) che pure fu una delle più grandi passioni dell’Imperatore, ma un vero e proprio trattato di ornitologia nel quale egli, prendendo  spunto da quel particolare tipo di caccia, parlava con intendimento scientifico degli uccelli, delle loro specie, delle loro abitudini di vita dopo averli osservati in natura. Prima dei noti esperimenti leonardeschi sul volo degli uccelli, Federico II, era affascinato da questo straordinario fenomeno che poteva studiare da vicino, contemplando le rapide evoluzioni dei suoi falchi, da lui giustificate con l’applicazione delle leggi fisiche della meccanica. Non tutti sanno che fu proprio l’imperatore svevo a mettere in pratica la schiusa artificiale delle uova di alcuni uccelli, dopo aver osservato per caso il fenomeno durante una sua marcia nel deserto.

Federico II che amava intensamente gli animali era particolarmente attratto dai cavalli, l’allevamento dei quali era da lui praticato con sistemi d’avanguardia. Tra le altre era particolarmente rinomata la scuderia di Palazzo San Gervasio, dove l’allevamento dei cavalli e di altro bestiame era attuato con procedimenti scientifici. Il suo amore per gli animali e la sua grande passione per i cavalli lo rendevano particolarmente sensibile di fronte alle loro sofferenze in caso di cadute o di infezioni morbose. Per questo, mettendo in pratica le regole della medicina, trasferendole dal mondo degli umani a quello degli animali, combinava le erbe ed inventava farmaci e rimedi per curare le loro malattie. Fu lui ad ispirare al grande scudiero della corte imperiale, Giordano Ruffo, un manuale di veterinaria intitolato De Medicina Equorum o Ippocratica in sei libri, che è stato considerato per secoli un’opera fondamentale nel settore dell’allevamento equino. Nel libro sono passate in rassegna ben cinquantasette malattie dei cavalli per le quali si suggeriscono altrettante cure e si propongono rimedi che in molti casi sono validi ancora oggi.