Storia

Fronte meridionalista e lotte contadine nel secondo dopoguerra in Basilicata  (prima parte)

di Raffaella Faggella

<<Sez. Storia>>

Domenica 15 Giugno 2014 "uscita n. 13"

 

    Da secoli in molte zone del Mezzogiorno e particolarmente in Lucania era dolorosamente aperto il contrasto tra la grande proprietà estesa per migliaia di ettari e la miseria dei braccianti. Si trattava di superfici immense di terre senza una casa, senza una strada, che venivano date in affitto a grossi imprenditori i quali a loro volta le subaffittavano ad altri che non avevano alcun interesse a piantare alberi a causa della precarietà del contratto, ma utilizzavano i terreni a colture estensive o a pascolo con impiego scarsissimo di manodopera. Fino a qualche tempo fa nei grandi centri del Sud era possibile assistere a spettacoli del genere: centinaia di contadini si presentavano qualche ora prima dell’alba nelle piazze dei  nostri paesi per proporre l’offerta del loro lavoro. Ma solo una piccola parte di essi veniva ingaggiata, che, di notte con i rigori dell’inverno o con il caldo soffocante, a piedi e in ogni stagione si avviava per raggiungere i campi  percorrendo diverse ore di cammino. Erano i più fortunati, mentre gli altri restavano inoccupati, bestemmiando a torto o a ragione contro i Santi o il governo attuale per la sua incapacità di assicurare a tutti un pezzo di pane e un avvenire da cristiani.

      Non vi è, secondo noi, niente di meglio dell’esordio del Cristo di Levi per riassumere il mondo ignorato di questi paria del ventesimo secolo la cui esistenza  viene così rievocata dallo scrittore con un misto di pietà e nostalgia molti anni dopo il suo confino in Basilicata: “ Sono passati molti anni (…) Ma chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte. Noi non siamo cristiani – essi dicono- Cristo si è fermato a Eboli – Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo:”  

       Durante lo svolgimento del primo conflitto mondiale per placare il loro risentimento e la endemica fame di terra era stato promesso ai contadini meridionali lo spezzettamento e la distribuzione del latifondo. Per molto tempo le masse contadine del Sud, tagliate fuori da qualsiasi movimento politico organizzato, compreso quello socialista, erano state abbandonate alla mercé della classe dominante locale e nazionale, subendo ad ogni accenno di protesta una feroce repressione. Ma a conflitto concluso, anche per la gravità dei problemi generali (riconversione dell’economia, crisi inflattiva, forte disoccupazione etc.), la promessa era destinata a non avere riscontro, per cui i contadini meridionali, alle prese con i problemi della disoccupazione e della fame, si ritrovarono nel dopoguerra nelle medesime condizioni di miseria di sempre. Per questo gli anni che intercorsero tra la fine del conflitto mondiale e l’avvento del fascismo furono caratterizzati da violente tensioni sociali ai limiti della ribellione.  

Il meridionalismo “pragmatico” da Salvemini a Sturzo   

   Sarebbe certamente interessante seguire minutamente il filo del meridionalismo novecentesco nel suo svolgimento storico proprio negli anni in cui nell’ambito dello stesso movimento andò consolidandosi un importante serie di studi, che, pur innestandosi nel filone del meridionalismo classico, si distinguono anche da esso a causa di un evidente pragmatismo non sempre riscontrabile nel pensiero più teorico che pratico dei pensatori dell’Ottocento, ma la natura necessariamente sintetica del nostro scritto ci impedisce di soffermarci a fondo sull’opera dei più impegnati numerosi meridionalisti del ‘900. Ci limiteremo, pertanto, ad una sintesi essenziale del pensiero di alcuni di essi, da Salvemini a Dorso, da Gramsci a Luigi Sturzo, sia per i risultati e l’importanza delle loro argomentazioni sia per seguire le essenziali e condivise indicazioni utilizzate di Manlio Rossi-Doria nel tracciare la suddivisione in fasi dello stesso movimento che proprio negli anni della crisi dello stato liberale e negli anni della dittatura fascista ebbe una svolta determinante per l’impegno politico e culturale delle suddette personalità.

La soluzione “ democratica” di Salvemini  

       Con la sua proposta del suffragio universale quale strumento fondamentale per operare una rivoluzione nel Sud che fosse contemporaneamente politica e sociale, Gaetano Salvemini viene ritenuto a ragione l’interprete più organico e lineare del meridionalismo democratico. Egli era convinto che solo la maturazione politica dei ceti popolari del Sud, conseguita innanzitutto con l’allargamento totale del voto a tutte le classi quale alternativa democratica al sistema dominante, avrebbe consentito finalmente di spezzare il cerchio dell’oppressione del Sud, bloccato nel suo sviluppo dal repressivo centralismo del potere centrale, dai detentori del capitalismo settentrionale, alleati strettamente con il ceto conservatore dei latifondisti meridionali.

        Quale alternativa al blocco storico dominante nel primo decennio del ‘900 Salvemini  postulava l’alleanza tra contadini meridionali e operai del Nord, uniti insieme in un libero gioco democratico, che in virtù del suffragio universale consentisse al ceto rurale meridionale di avere una posizione autonoma sia rispetto ai possessori del latifondo sia nei riguardi della borghesia professionale del Sud. Ma la rivoluzionaria proposta di federare i proletari del Nord  con i contadini meridionali quale alternativa democratica al sistema politico ed economico allora vigente si dimostrò alquanto aleatoria sia per gli interessi diversi e contrastanti delle masse proletarie del Nord rispetto ai bisogni ed alle aspettative dei ceti popolari meridionali, sia per l’opposizione dell’ala riformista socialista, poco disposta ad accettare le tesi di Salvemini per non vanificare le conquiste economiche e sociali della classe operaia del Nord a vantaggio di un prematuro riscatto storico del Meridione.

Il meridionalismo rivoluzionario  di Gramsci

        Antonio Gramsci, pur condividendo l’originale proposta salveminiana della necessità di affidare la soluzione dei mali endemici del Sud ad un nuovo patto di alleanza stretto fra i contadini meridionali e gli operai delle industrie del Nord, dopo un’attenta analisi storica del problema maturata già a partire dal 1916, impresse alla questione meridionale, un indirizzo più marcatamente rivoluzionario che si distingueva sia dalle argomentazioni prevalentemente teoriche dei riformisti sia dalle teoriche di tipo socialista come quella di Salvemini. L’intuizione di quest’ultimo della necessità di federare operai e masse rurali veniva accolta da Gramsci, ma e condizione di ampliarne i contenuti, modificandone sostanzialmente i termini.

        In effetti nel pensatore meridionale il connubio delle due componenti sociali inferiori  aveva essenzialmente il significato di una generica e solidale adesione, che non individua nella proprietà contadina un idolo da abbattere, tale alleanza in Gramsci non si configurava come un’astratta solidarietà, ma, precisandosi come identità di interesse di classe di lavoratori operanti in diversi settori ma ugualmente sfruttati, assumeva il ruolo di un’alternativa radicale alle strutture del sistema capitalistico.  Anche la soluzione del problema meridionale veniva cosi inquadrata nelle ricerche quest’ultimo in uno svolgimento storico- politico oppositivo rispetto alle strutture economiche dominanti  nella nostra società.      

         Negli scritti Il Mezzogiorno e la guerra del ’16 ed Operai e contadini del ’19 Gramsci individuava nella dissoluzione del latifondo e nella successiva redistribuzione delle terre ai contadini solo gli atti preliminari per avviare a soluzione il complesso problema meridionale che in ogni modo non poteva essere disgiunto dal più generale problema della grave crisi che angustiava la società italiana al termine del primo conflitto mondiale, la cui risoluzione non poteva essere affidata alle ricette teoriche dei riformisti liberali. La questione meridionale, secondo Gramsci, non andava affrontata quale problema locale autonomo, ma pur nella sua gravità era solo un aspetto del morbo gravissimo che affliggeva il nostro paese, che non richiedeva solo rimedi parziali ma poteva essere superato esclusivamente con una soluzione di tipo rivoluzionario.

        Andando alla ricerca delle cause del profondo malessere della società italiana del suo tempo egli la individuava nei modi e nei termini di attuazione del nostro Risorgimento, da lui definito una rivoluzione a metà e con particolare riferimento alla questione del voluto ritardo di sviluppo del Sud rispetto al Nord, “ una mancata rivoluzione agraria” le cui conseguenze erano state pagate interamente dal ceto rurale locale. Gli inestricabili nodi della mancata rivoluzione agraria nel Sud, quale conseguenza della mezza rivoluzione risorgimentale, che deprimendo le classi diversamente si poteva risolvere, secondo Gramsci, se non favorendo un rivoluzione totale nella quale le masse contadine, divenute per la prima volta protagoniste attive del loro destino, alleate con gli operai settentrionali, rompendo il blocco dei proprietari terrieri del Sud e industriali del nord, con l’abbattimento delle strutture capitalistiche portassero a compimento la rivoluzionaria proletaria.

 La tesi di Guido Dorso

      Nel suo volume La rivoluzione meridionale (1925), prendendo le mosse da alcune argomentazioni forti di Gaetano Salvemini particolarmente critiche nei riguardi dell’industrializzazione  assistita e parassitaria del Nord e della corruttela dei ceti egemoni  imperante  nel Sud, e pur condividendo la tesi gramsciana  della necessità di una rivoluzione per spezzare il  saldo blocco di potere costituito dagli agrari meridionali e  capitalisti del Nord, Guido Dorso arrivava a sostenere che non tanto ai proletari settentrionali  spettasse una posizione di privilegio nell’azione rivoluzionaria quanto piuttosto  al  Mezzogiorno, in particolare alle sue masse rurali: le uniche forze sane della società italiana, inesperte del trasformismo politico, non contagiate dalla corruzione e dal parassitismo economico dei ceti dominanti del Meridione. Egli era convinto che a queste forze, per quanto fossero sfruttate e “danneggiate  dallo Stato storico” spettasse l’importante ruolo storico di realizzare quei principi della “rivoluzione liberale” affermati e mai realizzati.

        Proprio queste forze sane, presenti soprattutto nelle campagne del Sud d’Italia, occorreva tuttavia risvegliare per concretizzare “l’opposizione tra il Mezzogiorno e lo Stato in un’azione rivoluzionaria di autonomia, ossia in un’iniziativa indipendente a carattere meridionale che spezzasse l’alleanza innaturale tra gli agrari e gli industriali per porre fine ai metodi repressivi ed oppressivi della “conquista regia”, del blocco agrario meridionale e del capitalismo settentrionale (Giannatonio)”. Dorso era tuttavia convinto che le masse contadine del Sud non avrebbero potuto da sole realizzare un tale disegno rivoluzionario, la storia era colma di testimonianze di rivolte sanguinarie condotte da una massa senza testa, occorreva pertanto che alla guida del movimento venissero chiamati gli uomini di intelletto, quel ceto intellettuale della “borghesia umanistica”, che, per quanto compromesso col suo appoggio alla borghesia terriera, permettendone il potere e gli abusi, bisognava guadagnare alla causa dei contadini chiamandoli a condividere “ la rivoluzione meridionale”.

       Al di là delle aspirazioni del pensatore meridionalista, a dire il vero più ideali che storicamente realizzabili allora, l’invito rivolto da Dorso agli intellettuali  del Sud a recidere i legami compromissori con la grande proprietà terriera per mettersi a capo del movimento rivoluzionario contadino assumeva in quel tempo il significato di un monito non solo rivolto alla intellighenzia del Sud, ma a tutti quegli intellettuali che in pieno dominio fascista, smettendo il loro fondamentale ruolo storico di guida delle masse, stavano defluendo numerosi nelle file di quel partito.

        Pertanto, l’importanza delle argomentazioni di Dorso non sta tanto nella eventualità di una loro trasformazione in concreta azione politica, dati i tempi iniqui che si profilavano, quanto piuttosto nella felice intuizione di saper cogliere con lucidità di analisi la possibilità di un riscatto del Mezzogiorno da realizzarsi non più come era stato per il passato nei modi non condivisibili di una ribellione popolare spontanea, ma in un contrasto nel quale si fronteggiassero per la prima volta ad armi pari lo Stato e le masse rurali del Sud, non abbandonate a se stesse ma sorrette dalla forza di un pensiero che si metteva concretamente a loro servizio per la prima volta nella storia.

     Considerata da questo punto di vista l’analisi del pensatore meridionalista, facendo dimenticare la componente utopistica, assumeva i termini reali di un concreto progetto politico che altri intellettuali (ci riferiamo particolarmente al disegno di Scotellaro di dare pratica attuazione alla lezione che gli derivava anche dal pensiero di Dorso) avrebbero cercato di realizzare, ma che comunque non toccò a lui di concretizzare, malgrado la sua adesione  al Partito d’Azione

Luigi Sturzo e il progetto del Partito Popolare

       L’idea di Guido Dorso di una rivoluzione meridionale che non potesse prescindere dalla formazione di una classe politica di alto rigore morale fu ripresa da Luigi Sturzo con il disegno di fondazione di un organismo politico, il Partito Popolare, non più rivoluzionario ma moderato ed interclassista, che fu il nucleo storico originario della Dc, il partito politico che a partire dalla metà del ‘900 avrebbe segnato nel bene e nel male la storia dell’Italia.  Con l’opera di Luigi Sturzo, nella quale la disposizione teorica era solo la fase iniziale di una nuova tendenza fondativa che si avvaleva della novità di una reale immersione nella società meridionale, il meridionalismo guadagnava in concretezza  ed intelligenza dei problemi.

        Anche il prete siciliano sull’esempio di Salvemini individuò nel rigido accentramento burocratico, nel clientelismo, nel fiscalismo indiscriminato, nell’ostinata persistenza del latifondo le ragioni del ritardo storico del Sud e le cause scatenanti dell’arretratezza delle masse; ma diversamente da altri meridionalisti, come Dorso e Gramsci, che avevano pensato alla rivoluzione popolare e proletaria quale unico rimedio possibile per curare i mali endemici del meridione, Sturzo affidava alla creazione di un partito cattolico-popolare e interclassista la soluzione degli stessi  problemi.

      Per realizzare il suo progetto politico e ideologico  egli si immerse concretamente nella realtà sociale servendosi del movimento cattolico alla ricerca di quei consensi, appoggi ed alleanze che gli avrebbero potuto garantire la realizzazione del suo difficile progetto. Non era agevole infatti mettere d’accordo gli interessi elementari e quotidiani delle masse contadine e popolari con quelli più complessi  delle ristrette cerchie sociali tradizionalmente dominanti nel Sud. Il merito fondamentale di Luigi Sturzo fu soprattutto quello di aver proposto e realizzato un moderno movimento politico che, superando gli storici contrasti delle classi sociali del sud fra di loro e contro lo Stato, fosse in grado di por fine alle contese contemperando i diversi interessi di classe.

       Nell’ambito del nuovo organismo partitico che prevedeva la partecipazione attiva delle masse contadine e delle classi medie alla vita politica del Paese, la componente cattolica, quale cemento capace di andare oltre le contese e gli interessi di classe, si poneva come unica alternativa  all’egoismo personale, al sistema delle clientele  e della corruzione  particolarmente sensibili nel meridione d’Italia.  Ma il progetto sturziano che avrebbe potuto incidere fortemente all’interno del tessuto sociale, per  quanto nuovo ed interessante, aveva bisogno per realizzarsi di un’azione di ampio respiro che però gli fu impedita dall’avvento del fascismo che, non consentendo al prete siciliano alcuna azione di proselitismo politico,  ridusse la sua teorizzazione  ad un abbozzo di programma che altri   avrebbero in seguito realizzato dopo la caduta del regime.        

         Dopo la breve riassunzione dell’opera di questi pensatori, dovremmo ritenere che le loro diverse argomentazioni, rimanendo sostanzialmente sulla carta, non produssero risultati immediati, in verità essi pur non professando le stesse idee, ebbero comunque in comune il merito d’aver fatto sentire la loro voce di protesta anche nel tempo della dittatura fascista. Occorre sottolineare che la crisi dello stato liberale e l’avvento del nuovo regime non ebbero l’effetto di cambiare il quadro sociale, politico ed economico del Sud, sicché la continuità sostanziale tra regime liberale e dittatura fascista trovava un’ulteriore conferma nell’immutabilità della situazione e del destino del Mezzogiorno. Eppure, presentando il programma di espansione coloniale quale unica soluzione dei problemi del Sud, prima fra tutte la fame di terre dei contadini, Mussolini paradossalmente aveva dichiarato di aver chiusa e risolta  la “questione meridionale”, vietandone addirittura con circolari ministeriali l’uso dell’espressione come aveva fatto con i termini “proletario” e “disoccupato”.

Cosi Ugo Piscopo sottolinea con ironia gli effetti propagandistici del regime e la sostanziale incapacità di esso nel risolvere il problema meridionale: “Eliminato il vocabolo, eliminato il problema: la potenza della parola non fu mai così estesa e risolutiva come sotto il fascismo. In realtà la dittatura confermò e perfezionò il tradizionale e collaudato sistema di subordinazione del Mezzogiorno al Settentrione, e di intenso sfruttamento delle masse rurali e popolari ad esclusivo vantaggio dei ceti imprenditoriali del Nord ed agrari del Sud. La stabilità del regime impose infatti l’immobilismo dei rapporti sociali, che nel Meridione significò concretamente mantenimento della rendita fondiaria e dei privilegi antichi dei grandi proprietari terrieri”.[1] 

       Che il problema meridionale non fosse stato non dico risolto, ma neppure affrontato nella sua gravità dal fascismo, è dimostrato dagli estesi movimenti delle terre del dopoguerra che rimisero drammaticamente sul tappeto le questioni irrisolte del Sud. Quando, perciò le truppe alleate sbarcarono in Sicilia trovarono il Sud all’estremo delle forze, in uno stato di grande miseria e di acute tensioni sociali, aggravate, tra il 1944 e il 1950, da un’inflazione selvaggia e da una disoccupazione mai toccata in precedenza. Pertanto, se il fascismo aveva addirittura negato l’esistenza di una questione meridionale, questa emerse in tutta la sua gravità in occasione dello sbarco alleato nel Sud. Questo spiega perché anche dopo la caduta del fascismo la riflessione sul Mezzogiorno riprese vigore, partendo dal punto dove il regime mussoliniano l’aveva interrotta.

 

Nota bibliografica

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Giura Longo R. La Basilicata moderna e contemporanea, Napoli 1992

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Gramsci A. Il Risorgimento, Torino 1949

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Piscopo U.- D’Elia G., La “Questione meridionale” in  Aspetti e problemi del Sud, Napoli 1977.

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Romeo R. Profilo della storia d’Italia, Rubettino 1981


 

[1] U.Piscopo- G.D’Elia, in Aspetti e problemi del Sud, Napoli 1977, p.478.