<<Sez. Storia>>
Giovedì 30 Novembre 2017 "uscita n. 19"

Giustino De Jacobis, viaggio verso la santità
di Marino Faggella
(parte seconda)

              
                         Cascate di San Fele, paese natale di San Giustino De Jacobis
 
1.Intorno alla metà dell’Ottocento, nel tempo della seconda colonizzazione del continente africano, l’attività dei missionari era mescolata con altre intenzioni che, più che essere di studio e scientifiche, erano dettate da ragioni soprattutto politiche ed economiche. I primi a mettere piede in Abissinia con evidenti propositi di accaparramento erano stati gli inglesi, i quali avevano fatto precedere la conquista vera e propria dall’esplorazione scientifica e dall’azione dei missionari protestanti. A tal proposito la Società Biblica Inglese, per meglio penetrare nel mondo della religione, aveva apprestato un traduzione della Bibbia in aramaico, ma dopo vari tentativi era stata costretta a desistere a causa di molti impedimenti. Innanzitutto gli inglesi si erano scontrati con le convinzioni degli abissini, i quali credevano che i libri sacri non dovevano essere divulgati, ma essere riservati solo alla lettura dei Dottori (deftarà); inoltre il popolo abissino devotissimo alla Vergine non sopportava la propaganda in contrario effettuata dai missionari protestanti.
Una migliore fortuna ebbero i francesi. Il momento era propizio per la Francia, dopo la conquista di Costantina (1837) e dell’Algeria avevano per questi loro successi il terreno spianato. Ma anch’essi, prima di mettere piede in Abissinia, inviarono delle missioni scientifiche col proposito di esplorare geograficamente quelle terre. Che cosa faceva l’Italia mentre queste nazioni si disputavano il possesso del continente africano e delle sue risorse? Nei primi anni del secolo l’Italia, ancora alle prese con il problema dei nemici in casa non si era ancora costituita come nazione libera ed autonoma. Malgrado ciò nel continente africano non mancavano gli italiani che, diversamente dagli inglesi e francesi, erano qui arrivati essenzialmente per motivi religiosi. Tuttavia la nascita della missione d’Etiopia si verificò anche per caso. Infatti, i fratelli D’Abbadie, famosi esploratori e studiosi, incontrarono fortuitamente il missionario italiano P. Giuseppe Sapeto che era proveniente dalla Siria e gli proposero di aggregarlo alla loro spedizione per la sua conoscenza della lingua copta.
L’impresa era rischiosa, perché nelle terre d’Etiopia i preti cattolici e non solo essi rischiavano la morte. Comunque, aggregati a questa spedizione alcuni di loro giunsero a Massaua nel 1838. Questa può ritenersi la data di fondazione della missione etiopica moderna ( in quanto altre in passato ve ne erano state, da Frumezio fino al XVIII° secolo). E pertanto doveroso riconoscere che l’opera missionaria di Giustino De Jacobis fu preceduta da quella di Giuseppe Sapeto, il primo missionario cattolico dell’Etiopia moderna.
2. Il De Jacobis, come si ricava dalle sue memorie, giunto in Africa dopo una traversata avventurosa venne ad Alessandria per incontrare il patriarca Petros, dal quale se ne partì con un carico di progetti e di speranze, in seguito deluse. Dopo cinque mesi di viaggi per mare e per terra il 13 ottobre del 1839 giunse finalmente ad Adua, dove si incontrò col Sapeto e il loro rendez-vous fu così affettuoso che “nullo bel salutar tra lor si tacque”. Successivamente fece visita al Ras Ubiè nella capitale del Tigrè, che lo accolse con una certa affabilità e dal quale ebbe il permesso di predicare in quelle terre. Ma come farlo e in quale lingua? Egli ne conosceva solo due, l’italiano e il latino. Gli abissini ne usavano altre: quella Gheez, la loro lingua ufficiale e letteraria ( in essa erano scritti anche i testi sacri, pertanto lingua morta come il nostro latino); e la lingua amarica, o amaragnè, parlata generalmente negli stati dell’Amara; gli etiopi inoltre parlavano una miriade di dialetti. L’impresa era pertanto disperata. Ma il De Jacobis non si diede per vinto. Si mise all’opera e fece valere più i fatti che le parole. Egli si trovò innanzitutto ad affrontare tre difficoltà, dovette sciogliere tre difficili nodi, che si possono così riassumere: La ragione di stato, il fanatismo musulmano, la doppiezza degli eretici.
Nei riguardi dei politici di qualsiasi risma usò grande prudenza, pur non essendo un gesuita. Prima si difese, poi attaccò dimostrando di possedere un coraggio risoluto. Riuscì ad entrare nelle grazie dei dottori (Deftarà) facendo valere soprattutto la fondamentale dote dell’umiltà. Un nemico non meno difficile da sconfiggere era la superstizione del popolo di Abissinia, il suo strano connubio di miseria e superbia. Capì che in fondo all’anima di quel popolo si nascondevano germi di bontà e una nativa  disposizione religiosa, che però andava restaurata dopo aver scrostato l’accumulo storico di superstizione ed ignoranza e la stratificazione di false credenze. Giunto appena a contato di quel popolo ebbe questa impressione che subito registrò nelle sue lettere: Sono leggeri, sono insoffribili questi abissini, nel vederli così corrivi all’ira (…) ma poi mentre gli altri litigano, invece di rimanere semplici spettatori, si atteggiano a pacieri efficacissimi per ricomporre gli animi, col gettare loro le braccia al collo e sussurrare parole di pace (…) Questa gente che ha vivezza di passione come fanciulli, ha del pari un cuore docile come bambini (…) Se fra i tanti principi d’Europa sorgesse per loro qualche padre per bene, allevarli diventerebbe una preziosa posterità”.
3. Ed egli si accinse all’opera missionaria usando insieme l’affetto di un padre e la tenerezza di una madre. Dimostrò con loro molta pazienza. Apprendendo la loro lingua fu in grado di pronunziare il primo discorso che è di una semplicità disarmante:” La porta del cuore è la bocca, la chiave del cuore è la parola. Quando io apro la bocca e parlo, vi apro la porta del mio cuore. Venite e vedete. Nel mio cuore lo Spirito Santo ha piantato un grande amore per voi. Ero nel mio paese quando ho saputo che in Etiopia vi erano dei cristiani, ed ho detto al padre mio e alla madre mia: padre mio dammi la benedizione; madre mia dammi la benedizione (…) voglio andare a vedere i miei fratelli che sono in Etiopia. Voglio andare (…) lunga è la strada, la strada per deserti, la strada è per mari, ci sono tempeste (…) Adesso vi ho veduto, adesso vi ho conosciuto, ora sono contento, ora mio Dio ti dico, se ti piace, fammi morire, perché ora sono contento (…) perché Dio mi ha dato questa vita per voi (…) Se siete afflitti, io verrò a consolarvi nel nome di Gesù Cristo. Se siete nudi vi darò la mia veste per coprirvi; se siete affamati, vi darò il mio pane per saziarvi. Se siete ammalati, verrò a visitarmi; se volete che io vi insegni quel poco che so, lo farò..”
Chi è capace non solo di pronunziare tali parole, ma anche di metterle in pratica è certamente un santo straordinario perché, facendo della propria vita lo specchio di quella del Cristo, egli è riuscito ad applicare concretamente nella realtà i principi dell’Evangelo. Per questo Giustino fu abissino fra gli abissini, divise con loro giorni e notti, il lavoro e il riposo negli squallidi “tucul”. Mise da parte gli abiti occidentali, si acconciò come gli Abissini, portando brache di ruvida tela, un mantello bianco (sciammà), e il “cobech”, il copricapo tipico dei monaci del luogo. Disusò anche le scarpe per portare solo quelle che gli aveva fornito la natura. Compì la sua opera, tra mille difficoltà convertì tante tribù (Irob, Bcnaiti, Memsa, Bogos), costruì seminari (come quelli di Guala e Alitiena) per realizzare il suo importante disegno di formare un clero locale. Portò in tutta l’Etiopia altre missioni, subì la prigionia e l’esilio, sfiorò il martirio, infine la morte lo colse a Hebo nel 1860 sull’altopiano etiopico avendo per cuscino una pietra e per giaciglio la durra terra come San Francesco. Per questo gli abissini lo amano e lo venerano come un santo, il loro santo e ce lo contendono. Nessuno, infatti ha compreso meglio di lui quel misterioso paese, nessuno lo ha amato di più, perché nessuno come lui è riuscito a penetrare nell’anima di quel popolo per guidarlo sulla strada della salvezza.

                          Bibliografia essenziale sul De Jacobis

G.DE JACOBIS, Lettere, vol. 2, Roma, Procura Gen. Della Missione.
G.DE JACOBIS, Giornale, vol.6, Roma, Procura Gen. Della Missione.
G.DE JACOBIS, Manoscritti riguardanti la Missione Etiopica (1838-!860), Archivio Gen. Della I Congragazione “De propaganda fide”, Roma.
R. OLIVIER, Breve storia dell’Africa, Torino, 1962.
J. MUNTU, La civiltà africana moderna, Torino, 1958.
L. DE SABELLI, Storia dell’Abissinia, vol. IV, Roma 1936.
A. PALLERO, Lo Stato Etiopico e la sua Chiesa, Milano, 1926.
A.T. HAIMONT, Abuna Jacob, fonti archivistiche , Archivio della Chiesa Madre della Missione, Parigi.
G. SAPETO, Viaggio e missione cattolica fra i Mansa, i Bogos e gli Habab, Ed. Prima Congr. “De propaganda fide”.
G. MASSAIA, I miei 35 anni di missione nell’Alta Etipia, Roma, 1885.
F. D’AGOSTINO,Storia della vita di G. De Jacobis, Napoli 1949.
V. CITATI, Il venerando Giustino De Jacobis, Milano, 1929.
S. PANE, Vita del Beato G.De Jacobis, Napoli, 1949.
G. GUERRA, San Giustino De Jacobis, Centro Studi “G. De Jacobis” San Fele 1987.