Storia

<<Sez. Storia>>
Martedì 28 Febbraio 2017 "uscita n. 18"

 

Giustino De Jacobis, un missionario lucano in terra d’Africa
di Marino Faggella (prima parte)

                                                                

   Giustino De Jacobis fra gli Etiopi

1. Gli Etiopi Hanno una loro storia, anche se complessa e convulsa, fatta di lotte e di sovrapposizioni di popoli (Arabi, Ebrei, Nilotici, Galla). La vicenda dell’Abissinia è la storia di una grande ed antica civiltà; che quasi come tutte le grandi e antiche civiltà per inevitabili vicende ha conosciuto epoche di splendore ed inevitabili decadenze (Guerra).
Nel 1839, anno in cui il De Jacobis mise piede in terra etiopica, dovette fare i conti con la crisi storica dell’ultima decadenza del Paese. L’autorità dell’imperatore Joannes era solo formale; lo stesso potere imperiale era stato annullato dai Rass (i potenti signorotti locali di fatto reggevano il potere del Paese, frantumato in mille domini); il regime era decisamente di tipo feudale. Le misere popolazioni erano completamente alla mercé dei pochi potenti; grandi ricchezze erano accentrate nelle mani di pochi, le moltitudini erano oppresse da enorme povertà. Quanto alla religione, l’Etiopia era come un’isola cristiana assediata nel vasto territorio musulmano che si estendeva dall’Arabia all’Africa del Nord. La sua tradizione cristiana risaliva alla predicazione di San Frumezio, un siriano inviato come vescovo (abuna) nel 330-340 dal patriarca di Alessandria. Ciò spiega il legame con la Chiesa d’Egitto che l’Etiopia seguì anche nello scisma copto (parola arcaica per “egiziano”). Seguendo Alessandria la Chiesa etiopica ignorava quindi l’insegnamento del Concilio di Calcedonia del 451 che aveva affermato la duplice natura del Cristo in un’unica persona: Gesù vero Dio e vero uomo (Guerra).
La Chiesa etiope dopo la diffusione dell’Islam nelle vicine regioni era come isolata dal resto del mondo cristiano. Gli unici legami erano con la Chiesa di Alessandria della quale si riconoscevano l’unicità e i dogmi. Ma quella Chiesa, soprattutto per effetto dell’approdo dei monaci siriani, era una chiesa eretica e, per riflesso, contaminata di eresia  fu anche quella di Etiopia, che fondava la sua distinzione sull’accettazione del Monofisismo, ma di un monofisismo particolare che seguiva in parte le teorie di Severo d’Antiochia. In effetti gli Etiopi non erano neppure d’accordo fra loro dal punto di vista dottrinale, e sempre al tempo del De Jacobis, vi si riconoscevano tre tendenze principali: Unzionisti, Figli della Grazia, Coltelli. Tutte e tre queste scuole, sebbene partissero dall’interpretazione di un celebre passo del discorso di San Pietro a Cesarea “sapete che Dio unse di Spirito Santo e di potenza Gesù di Nazaret”, erano giunte a conclusioni diverse, intorno alle quali si limitavano solo a disputare fra di loro.
2. So bene che nostro compito non è quello di immettersi nelle questioni teologiche, tuttavia l’accenno ad esse che se ne fa dimostra che a causa della confusione religiosa che regnava allora in Abissinia il compito al quale si accingeva il De Jacobis era oltremodo difficile, soprattutto perché per lui si trattava non tanto di evangelizzare i pagani, impresa di per sé non agevole, ma di riportare al cattolicesimo cristiani non cattolici. Compito questo difficilissimo, in quanto occorreva rimuovere l’errore, farsi capire ed accettare in una terra ostile e tra gente diffidente (gli abissini stessi dicevano di avere sette cuori). Ma come era giunto il De Jacobis ad essere missionario, quali furono le strade da lui percorse per arrivare alla Santità?
Qualcuno potrebbe ritenere che santi si nasce, soprattutto in virtù della Grazia, ma per essere santi missionari occorre, oltre che la Grazia, anche una particolare vocazione, occorre seguire un complesso iter di formazione che prende tutta la vita. A questo punto conviene porsi la domanda:che tipo di santo fu il De Jacobis? Giustino non fu un contemplativo, o quanto meno, non lo fu completamente. Egli è stato sia un apostolo che un contemplativo, perché pochi come lui hanno saputo coniugare la vita contemplativa, sotto il segno di Maria con la vita attiva per influenza di Marta. Egli, ponendo in pratica il concetto agostiniano della vita come “imitatio Christi”, ha in effetti osservato il precetto di Gesù agli Apostoli:”Andate e predicate a tutte le genti”. Giustino, obbedendo al dettato evangelico, si è posto in viaggio portando sempre con sé la devozione alla Vergine e il costante riferimento dell’esempio del Cristo (come dimostra il fatto che anche nel deserto, ad ogni tappa, si fabbricava una croce ai piedi della quale si inginocchiava a pregare).
La prima tappa del suo viaggio fu la terra in cui nacque, la Lucania, ed in particolare San Fele, un piccolo paese della provincia di Potenza che ancora oggi offre al viaggiatore uno spettacolo di case abbarbicate o distese sul pianoro del monte Squadro. Qui egli trascorse i primi anni della sua fanciullezza in un paesaggio dirupato e selvaggio, ma anche fascinoso, che lo spinse talvolta ad avventure pericolose. Dall’alto dei colli si fermò spesso a contemplare il vasto orizzonte, quell’orizzonte oltre il quale presto sarebbe partito. I sanfelesi lo amano perché ha scelto di nascere fra loro, facendo così in modo che il loro paese non fosse solo ricordato per aver accolto in prigionia nel ‘200 uno dei figli di Federico II. A dodici anni, non senza dolore, il ragazzo abbandonò il paese per Napoli, dove la famiglia aveva scelto di trasferirsi non si sa se per ragioni politiche o più probabilmente per opportunità economiche.
Il padre, secondogenito di un gentiluomo napoletano che, come dice lo stesso Santo in una delle sue lettere, “educato secondo cavalleria” e poi, “per vicende amare a rimembrarsi ridotto ad una tristissima condizione”, aveva sposato per fortuna una donna del luogo, Giuseppina Muccia, “le cui sublimi virtù erano servite a nobilitare straordinariamente la mediocrità dei suoi natali”. Fu proprio la madre che si occupò della sua prima educazione, avviandolo alla lettura dei testi sacri ed accostandolo al culto di Maria Vergine. A Napoli, dove egli fu avviato agli studi nei quali fu precocissimo (“cominciai le mie occupazioni letterarie quasi nel medesimo tempo che succhiavo il latte materno, logorandomi la salute, replicate volte restituitami dal cielo”), ma evitò di correre i pericoli che nella grande città incontra un giovane, non solo per l’assidua cura della madre, ma anche e soprattutto per la guida di un padre carmelitano, P. Cacace.
3. Fu proprio il suo direttore spirituale, il cui ordine era allora in decadenza, ad intuire la sua vocazione e ad accompagnare il ragazzo nella casa dei Vergini Vincenziani (l’ordine era stato fondato dal francese Vincenzo de Paoli nel 1625) pronunziando la famosa frase:”Sono lieto di fare un regalo alla vostra congregazione, e l’esperienza lo dimostrerà”. Le sue parole furono profetiche. Nel 1820 Giustino ottenne i voti e la consacrazione e, l’anno dopo, fu sacerdote a soli 23 anni. Vincenzo Spaccapietra, che fu suo compagno di studi ed ebbe la sua stessa vocazione, così lo ricorda:”Io ebbi il piacere di conoscerlo nella sua prima giovinezza, frequentavamo la stessa scuola di letteratura latina. Egli si distingueva fra tutti per la sua angelica pietà, per il suo fervore e mai notai in lui alcun difetto (…) si mostrò sempre fedele ed esatto osservatore di tutte le regole. La frequenza dei sacramenti era per lui una pratica costante (…) egli aveva fatto dell’umiltà la sua virtù prediletta. La pietà in lui uguagliava l’umiltà”.
Poi fu missionario in Italia. Le sue opere minori nella nostra nazione basterebbero da sole a fare di lui un santo, ma si riducono se confrontate col suo apostolato in Abissinia. In Italia meridionale in particolare a Monopoli, dove egli arrivò nel 1829, si conserva ancora vivo il ricordo delle sua presenza e dei suoi miracoli. Per quanto giovanissimo occupò subito posti di responsabilità nella sua congregazione: nel 1834 fu prima Superiore a Lecce e poi nel ’36 a Napoli, Direttore  del noviziato del Seminario interno della stessa casa vincenziana. Dopo aver corso “il pericolo di essere nominato vescovo”, come egli era solito ripetere, ebbe un incontro decisivo: il cardinale Franzoni, Prefetto della congragazione “De propaganda fide” lo propose per una missione in Abissinia. In principio incerto, anche per non abbandonare l’Italia e i suoi confratelli, finì al termine per accettare.
Ritornato da Parigi, dove era andato a pregare sulla tomba del fondatore dell’ordine, il 24 maggio del 1839 salpò da Civitavecchia per l’Africa. Dopo un viaggio avventuroso per mare e per terra, del quale ha lasciato testimonianza nelle sue memorie, giunse a Massaua il 13 ottobre del 1839 e di lì mosse non senza difficoltà verso l’altopiano etiopico. Siamo, come dice il Guerra, verso la metà dell’Ottocento, tempo in cui Papa Gregorio XVI aveva dato un grande incremento alle missioni estere, attraverso l’opera dell’organismo pontificio a ciò deputato De propaganda fide. Proprio per essere stato precedentemente Prefetto della stessa organizzazione il Papa conosceva bene i problemi e l’importanza del lavoro missionario. Salito pertanto al soglio pontificio, aveva dedicato gran parte delle sue energie a rafforzarne l’organizzazione e il suo sviluppo proprio nel momento in cui il futuro Santo si accingeva alla sua opera missionaria di  rinnovata evangelizzazione di una regione dell’Africa così difficile come l’Etiopia. (parte prima)