Storia

<<Sez. Storia>>
Mercoledì 30 Gennaio 2019 "uscita n. 21"
Gli intellettuali del Rinascimento
di Marino Faggella

            


                              Lorenzo de’ Medici fra i dotti di Via Larga 

                               La storia: grandezza e decadenza
1.   Nel Quattrocento e nel Cinquecento l’Italia è stata scuola del mondo. Cosa che non accadrà più in seguito. Se vogliamo vedere esaltata l’italianità come capacità creativa la dobbiamo cogliere soprattutto in questo particolare momento della storia, nell’età dell’Umanesimo e del Rinascimento. Lo riconobbero nel passato anche gli straneri, lo riconoscono ancora oggi venendo a visitare i luoghi della nostra penisola in cui questa altissima civiltà è fiorita. Quale era la situazione storica, come erano configurati i luoghi in cui era si é sviluppata questa civiltà?
Dal punto di vista della storia gli studiosi riconoscono alcune costanti, nonché alcuni fatti caratteristici e significativi. Ma prima è il caso di fare una premessa, quella che anche Eugenio Garin, riportandosi alle affermazioni del Burkardt, fa nella prefazione di La cultura del Rinascimento, uno dei suoi libri che tra gli altri è particolarmente importante per la conoscenza generale del problema. Secondo l’illustre studioso il Rinascimento ci colpisce per la grandissima statura della creazione artistica, filosofica e letteraria, la costruzione che l’uomo ha realizzato in questo tempo è veramente colossale, granitica, solidissima ma tutto ciò contrasta con la situazione della storia che risulta particolarmente caratterizzata da una profonda crisi di decadenza.
Analizzando storicamente questo periodo dobbiamo ammettere, rubando il pensiero a Marx, che non c’è consonanza tra il piano sovrastrutturale delle idee e della creazione e il piano della storia, anzi, al contrario la situazione storica nella nostra penisola è estremamente turbata. L’Italia è in grandissima crisi. Per capire in che cosa consiste questa crisi dobbiamo riferirci allo stato delle istituzioni e ad alcuni avvenimenti particolari. La Chiesa che era stata travagliata dal cosiddetto scisma d’occidente, dopo il Concilio di Costanza (1414-1418) era riuscita a conciliare i problemi interni ed esterni che essa stessa si era trovata ad affrontare, primo fra tutti quello del Papa captivo in Avignone. Dopo il Concilio il Pontefice ritornò a Roma, anche se questo risultato non determinò la fine della crisi.
La successione di tre concili che vennero convocati uno dopo l’altro rivelava la sostanziale difficoltà della Chiesa di vivere al meglio e di ritrovare la propria grandezza spirituale o anche temporale. Chi deve avere la supremazia, i vescovi o il pontefice? Questo fu l’argomento più importante di cui si discusse in tali concili. Il risultato fu che si ebbero ben tre Papi a contendersi il soglio di Pietro, per quanto dopo il Concilio di Basilea Nicolò V ebbe la meglio sui suoi avversari e venne riconosciuto come unico depositario della tiara pontificia. Questo drammatico problema della successione non risolse comunque la crisi della Chiesa, come dimostra tra l’altro la costituzione delle chiese nazionali.
Nella religiosissima Francia nacque e si sviluppò il Gallicanesimo, altrove fiorirono altri movimenti ereticali estremamente pericolosi per l’unità della Chiesa, pensiamo all’Inghilterra di Wycliff e Huss che si fecero promotori di grandi movimenti collettivi che, attaccando la sua potenza, ne misero in discussione la stabilità. Questi movimenti ampiamente diffusi nell’Europa suscitarono la reazione della Chiesa che per combatterli fu costretta a rafforzare il suo potere temporale. Questo spiega anche il fatto che soprattutto nel Cinquecento avremo figure di Papi non diversi dai principi rinascimentali, pensiamo a Giulio II ed Alessandro VI, pontefici che non disdegnarono di impugnare le armi con l’esclusiva preoccupazione di accrescere con la forza  la potenza militare di Roma, piuttosto che svolgere il ruolo di pastori di anime.
In questo periodo i Papi costituirono degli stati di grande potenza, gareggiando con i signori del tempo non solo in mecenatismo. Roma stessa divenne una corte simile alle altre corti laiche del Cinquecento, pensiamo alla Firenze del Medici, a quelle di Ferrara o di Mantova, a quella di Milano, laddove prima governarono i Visconti, sostituiti in seguito al potere dagli Sforza. Alla pari con queste signorie lo stato pontificio si costituì come un autentico principato nel quale la temporalità si misurava con la potenza politica degli altri stati che ebbero il loro centro nelle più importanti città della penisola. Roma, Milano, Venezia, Firenze, Ferrara, Mantova, Napoli, Palermo, Urbino questi furono i centri politici e culturali più importanti del nostro Rinascimento.
                             Il particolarismo politico
2. Quest’analisi dei vari centri dell’epoca ci fa subito comprendere una cosa importante: in Italia manca l’unità sociale, domina al contrario il particolarismo politico, malgrado in passato fossero stati fatti tentativi di riunire, unificare la nostra regione geografica in una sola compagine statuale. Ci furono, in effetti, dei tentativi egemonici di alcuni di creare da noi una compagine politica che andasse al di là dell’estensione di uno stato regionale. In principio nell’età medievale era stato Federico II ad effettuare un tentativo del genere, più recentemente alle soglie del Quattrocento i Visconti avevano progettato di estendere a tutta l’Italia settentrionale il loro stato, ma si era scontrati il primo  con la resistenza dei comuni, i Visconti avevano dovuto fare i conti con la reazione di Venezia e dei Medici che mai avrebbero rinunziato a parte del loro territorio a vantaggio dei milanesi.
In questa età dopo la crisi dei comuni erano nate le signorie e i principati che avevano un’estensione certamente maggiore degli stati cittadini. Ma, per quanto questi Signori si combattessero fra di loro, avessero una grande forza aggressiva e assoldassero truppe mercenarie, tuttavia nessuno di essi riuscì a coagulare intorno e sé tutta quanta l’Italia, a riunire le varie regioni della penisola in unico stato, mentre altrove assistiamo per converso ad un precoce sviluppo degli stati nazionali. Addirittura la Francia era già nazione nell’età di Dante, ricordiamo a tal proposito la famosa polemica che contrappose Filippo il Bello, il potente sovrano di quello stato, a Bonifacio VIII.
A partire dal Trecento, seguendo l’esempio francese, si costituirono grandi monarchie o addirittura imperi nascenti: si consolidava la monarchia spagnola -  proprio in questo periodo essa inizierà la sua lunga ascesa che durerà addirittura fino al termine del diciassettesimo secolo - attraverso l’unione dinastica dei due regni di Castiglia e d’Aragona; anche la Francia di Luigi XI conobbe un momento di grande riorganizzazione, di potenza e di centralizzazione economica e politica che fa pensare già al successivo assolutismo storico. Nell’Europa centrale ritornò in auge l’impero che sarà assegnato agli Asburgo, potente dinastia che durerà addirittura fino agli inizi del Novecento. Queste tre grandi potenze, l’impero asburgico, il regno assoluto di Francia, la monarchia imperiale spagnola, destinate a compiere grandi imprese ma anche a combattersi fra loro, a scontrarsi per dividersi il mondo, ci parlano chiaramente di  potenza, di grande organizzazione e stabilità, cose che al confronto pongono  in maggiore risalto la situazione di crisi politica italiana.
Diremo per concludere che mentre altrove si costituiscono imperi, grandi e forti organismi politici in Italia non si verificò alcuna possibilità di creare una nazione. Il riferimento di tali eventi storici serve a dimostrare che in questa età esiste evidentemente da noi un manifesto contrasto: da una parte un’immedicabile crisi storica e politica, d’altro canto una straordinaria produzione culturale, artistica, filosofica etc. A parte questi limiti presenti nella struttura storica dell’epoca rinascimentale nessuno potrebbe dubitare dei grandissimi risultati raggiunti nella cultura di questo periodo. In ciò probabilmente consiste la nostra grandezza: i risultati del genio italico dell’età rinascimentale furono certamente consistenti, ma essi sono anche un po’ inspiegabili come una specie di miracolo.
       
                            L’organizzazione della cultura
3. Se andiamo a considerare la figura degli intellettuali che operarono in quel tempo possiamo avere un’idea come si sia formata in Italia questa miracolosa civiltà umanistico–rinascimentale. Giuliano Procacci nella sua Storia degli italiani ne ha fatto un’analisi molto importate quando considera l’organizzazione del sapere in questo periodo e per meglio connotarla egli stesso parla di una cultura dei centri, significando con questo che non essendovi in Italia in questo periodo un’unità politica l’attività intellettuale era concentrata prevalentemente nelle piccole e grandi corti.
Parlare di una cultura di centri non vuol dire tuttavia che nel nostro paese vi fossero tante diverse culture ma significa anche che per eccezione in questi centri generalmente si diffuse per miracolo la stessa visione della vita. Infatti, a partire dal quindicesimo secolo, partendo da Firenze, suo primo centro di irradiazione, l’Umanesimo insieme con la visione rinascimentale si espansero radicandosi in quasi tutta l’Italia. Con ciò si vuol dire che ciò che difettava come unità politica nella civiltà rinascimentale si costituì al contrario come unità culturale.
Quale sia stato il ruolo degli intellettuali e dei dotti nell’età che stiamo considerando viene chiarito molto bene dallo stesso Procacci, quando egli sostiene che ad un certo punto i nuovi dotti, gli umanisti come vennero chiamati con nome nuovo, moltiplicando il loro numero costituirono una coiné  (parola greca che vuol dire comunità di persone che, parlando le stessa lingua e professando la stessa cultura, costituiscono un tutto omogeneo) di intellettuali che formarono un gruppo omogeneo perché partecipi degli stessi valori di civiltà e della stessa vita intellettuale. Questi dotti che ad un certo punto  si riconobbero per avere comunanza di idee e parlare la stessa lingua dovevano in qualche modo essere formati.
Nel Medioevo grande importanza avevano avuto le università, huniversitates magistrorum et discipulorum, che, identificandosi con le città, simili in tutto e per tutto ai comuni in cui erano nate si costituirono come autentici centri sociali e culturali che con le loro facultates provvedevano a preparare quelle figure intellettuali e professionali dei giudici, notai, cancellieri, maestri epistolografi, volgarizzatori e traduttori che potevano servire al funzionamento degli apparati delle città. Questi secolari istituti formativi, che avevano svolto ottimamente fino a quel momento il loro ruolo, conobbero un crisi nell’età del Petrarca, che fu soprattutto culturale in quanto la filosofia scolastica dominante venne attaccata duramente da nuove concezioni filosofiche, soprattutto l’occammismo e il nominalismo, che contro il dogmatismo scolastico si fecero sostenitrici di un nuovo metodo critico e di indagine naturalistica della realtà.
Ciò spiega in parte perché le università, pur avendo avuto per lungo tempo una funzione molto importante per l’opera di formazione del personale intellettuale di cui si è parlato, furono superate dalla storia e dall’avanzare di una nuova cultura che mandava in crisi quegli antichi istituti insieme con i metodi di una cultura non più rispondente ai nuovi bisogni. Si richiesero allora nuove discipline e metodi di studio diversi da quelli del Tomismo, alla scuola pubblica, alla scuola di stato dei comuni si venne a sostituire quella privata. Dove fiorirono queste scuole private che con altro nome furono definite Accademie? Esse trovarono stanza nelle corti delle grandi famiglie rinascimentali dove vennero creati ristretti centri culturali e filosofici.
A Firenze Cosimo I creò lo studio fiorentino, riportando in auge la filosofia platonica affidata all’insegnamento di Marsilio Ficino. Anche in altri luoghi, in altre corti italiane nasceranno studi privati, a Mantova la cosiddetta Casa Gioiosa di Vittorino da Feltre, a Ferrara la scuola dei classici di Guarino Veronese che avvio su basi più concrete l’Umanesimo nella corte della città estense. Nelle scuole private l’insegnamento dei classici, affrontato con criteri socratici e fondato su un rapporto più stretto tra maestro e allievi, fini col liquidare il vecchio rapporto gerarchico che aveva caratterizzato gli studi nel Medioevo.                                        
Molti furono gli intellettuali che vennero formati in queste scuole nuove, tra i tanti ricorderemo soprattutto Lorenzo Valla che fu la figura dell’umanista tipo, del filologo che riuscì a mettere a frutto nel migliore dei modi lo studio dei classici applicandolo all’indagine critica della storia. Di lui si ricorda soprattutto un trattato, il De falso credita et ementita donatione Costantini, nel quale  egli con preciso metodo filologico indicava la falsità storica della cosiddetta Donazione di Costantino, un documento che – secondo lui – era stato allestito dolosamente dalla Chiesa col solo proposito di giustificare il suo potere temporale.
                                  
                                  Gli intellettuali
4. A questo punto conviene analizzare la particolare “posizione storica” dei dotti che vissero ed operarono nell’età rinascimentale. E’ stato Antonio Gramsci (cfr. Gli Intellettuali) a sottolineare come sul piano storico esistano due figure tipiche di intellettuali, che rivestono un ruolo diversissimo rispetto alla società del loro tempo, e contrapponendole egli ha definito come “organici” o “tradizionali”. L’autore dei Quaderni, riprendendo i termini da Marx – il quale per primo aveva riconosciuto che nella storia esistono due livelli sovrapposti, quello della struttura, caratterizzato dall’insieme dei rapporti economici, politici e sociali e quello superiore sovrastrutturale, nel quale si viene a configurare l’insieme della produzione ideale dell’uomo nelle sue varie manifestazioni intellettuali – aveva detto che il ruolo ottimale dell’intellettuale è quello che si preoccupa di congiungere i due livelli storici individuati dal filosofo.
Ora, se andiamo ad analizzare la particolare civiltà rinascimentale ci troviamo in generale di fronte ad un atteggiamento di totale chiusura degli intellettuali di questo periodo di fronte ad un pubblico più vasto. Abbiamo già sostenuto precedentemente che sia a livello teorico, ma anche di realizzazione, è possibile individuare una prima fase dell’Umanesimo, quella che viene definita “Umanesimo Civile” fiorentino, durante la quale i dotti di questo periodo cercarono di realizzare un rapporto molto stretto tra il mondo dello spirito, la loro attività intellettuale, con quello della storia sociale. E’ stata questa soprattutto l’esperienza di Coluccio Salutati e Leonardo Bruni, intellettuali che hanno partecipato attivamente alla vita politica di Firenze come cancellieri e segretari del loro comune prima che quest’ultimo divenisse signoria. Le affermazioni teoriche di Coluccio Salutati, Bruni ed altri, ma anche le loro realizzazioni politiche, ci fanno capire quale fosse  l’orientamento che questi umanisti intendevano tenere nel rapporto tra la vita politica attiva e quella dedicata agli studi. Per avere un’idea possiamo a questo proposito ricordare un dialogo, le cosiddette Disputationes Camaldulenses di Cristoforo Landino, laddove quest’ultimo, mettendole l’una di fronte all’altra contrapponeva le due esperienze della vita attiva e  contemplativa. Non a caso il dialogo si concludeva con l’affermazione di una volontà di sintesi fra le due realtà, il mondo dello spirito e quello della storia, non avrebbero dovuto vivere in modo separato ma bisognava che fossero congiunti.
Una cosa, tuttavia, è l’affermazione teorica altra cosa è la realtà di fatto. In effetti la civiltà rinascimentale che si costituì in seguito venne a configurarsi prevalentemente come una società di dotti, come una civiltà di spiriti eletti: il sapere degli umanisti si configurò in effetti come un sapere poco comunicabile, non fosse altro perché essi preferirono adottare il latino, almeno nella prima fase della loro attività, piuttosto che utilizzare la loro lingua materna, cioè il volgare. Il fatto di utilizzare prevalentemente il latino, uno strumento linguistico di tipo specialistico che non favorisce di fatto la comunicazione, non offriva loro la possibilità reale di poter godere di una grande partecipazione di lettori. Questo spiega perché gli scrittori di questo periodo, non esclusi i poeti, molte volte non abbiano nessun messaggio da indirizzare ad un pubblico che non sia quello ristretto delle corti, fatto di spiriti consenzienti, di intellettuali come loro o di personaggi che partecipano dei medesimi valori culturali: le donne, i cavalieri, le armi egli amori di memoria ariostesca.
La cultura di questo periodo generalmente non esce fuori dalle corti, tutt’al più il discorso culturale si può allargare alla città, ma comunque non va oltre questi limiti abbastanza ristretti. In generale non c’è un messaggio collocato nelle scritture di questo periodo che gli scrittori e gli intellettuali vogliono far giungere ad un pubblico esterno più vasto. Ma perché accadeva questo? Innanzitutto in quanto l’Italia non si era ancora costituita come nazione, ma anche per la particolare natura della cultura degli umanisti. A dire il vero sorse successivamente una questione per la quale,  fermo restando la volontà di dare importanza al latino, si dovette ammettere che anche il volgare, nobilitato dall’esempio dei grandi trecentisti, era ormai diventata una lingua importante.
Per questo a Firenze si pensò giustamente di organizzare un famoso concorso, il cosiddetto Certame coronario, durante il quale i dotti del tempo, scrivendo anche in volgare, si preoccuperanno di corrispondere a quello che era stato precedentemente anche il desiderio di Dante, di vedere esaltato l’uso della lingua materna accanto a quello del latino. Cosa che di fatto si verificò in seguito, come dimostrano le opere dei successivi scrittori che appartengono a questa stagione nelle quali viene abbondantemente utilizzato anche il volgare.
Ma, a parte questo fatto di non secondaria importanza, in generale la cultura degli intellettuali del Rinascimento è stata sicuramente una cultura in prevalenza selezionata, soprattutto nelle opere in cui essi adottano il latino; ma anche in quelle nelle quali essi con spirito emulativo scelgono di proposito il volgare, per i contenuti che vanno ad affrontare certamente non possono pretendere che questi siano condivisi da una moltitudine di lettori. C’è da dire, inoltre, che tale atteggiamento culturale degli umanisti si era già in precedenza configurato nell’esperienza del Petrarca, che fu il primo a realizzare la figura dell’intellettuale chiuso in se stesso che preferisce la libertà dello spirito alla libertà reale, che accetta l’ospitalità dei signori a servizio dei quali mette la sua opera, che ricava di che vivere bene per l’uso della penna.
                              Machiavelli, intellettuale organico
5. In riferimento al Cinquecento noi abbiamo parlato in precedenza di una crisi storica, ma non abbiamo insistito sul fatto che quest’ultima non viene avvertita dagli intellettuali dell’epoca, come dimostra a sufficienza l’opera del Guicciardini. Non senza ragione De Sanctis ha definito quest’ultimo come l’esempio più negativo di quella “mala pianta” degli intellettuali del tempo, il quale, pur analizzando nella sua monumentale Storia d’Italia i fatti turbinosi del nostro paese, non sembra minimamente accorgersi della crisi in cui esso versa, ma anzi è convinto del fatto che l’Italia comunque è grande, anzi la più grande fra i Paesi del mondo per le straordinarie cose prodotte. Mentre Guicciardini sembra chiudere gli occhi di fronte al problema della nostra crisi politica, Machiavelli al contrario, confrontando la realtà italiana con quella degli altri paesi – l’autore del Principe, viaggiando nella sua età giovanile in Francia, in Germania ed altri paesi, aveva fatto esperienza all’estero di realtà storico-politiche diverse che già potevano vantare strutture statuali robuste e stabili – si rese conto dell’enorme divario esistente tra gli stati regionali italiani, continuamente fra di loro in lotta, e la potenza centralizzatrice, in alcuni casi già imperiale, delle grandi nazioni europee.
In effetti, Machiavelli fu il primo intellettuale a rendersi conto che l’Italia era in crisi, pertanto suggerì nei suoi trattati, innanzitutto nel De Principatibus, una soluzione che è quella discutibile, incarnata nella figura del Principe. Egli propose, infatti, la soluzione di un governo unico,  monarchico e forte, affidato saldamente nelle mani di un solo uomo che, provvisto di “virtù” e aiutato dalla “fortuna”, avrebbe dovuto in questo modo risolvere la situazione di crisi presente nel nostro Paese. Ma a parte Machiavelli, unica figura di “intellettuale organico”, se vogliamo riprendere le definizioni gramsciane, generalmente l’intellettuale rinascimentale è un uomo di grande cultura, un letterato, un filosofo o un moralista che esaurisce la sua esperienza solo nel sovramondo delle idee e dell’arte.
Francesco De Sanctis, analizzando l’età rinascimentale, nella sua splendida Storia letteraria ha messo in risalto questa condizione dove sostiene che quella umanistico-rinascimentale è una civiltà nella quale tutti i più grandi ideali muoiono in quanto in essa difetta un forte senso religioso,  manca una salda morale e tutti quei principi che unanimemente condivisi rendono sicura e forte una nazione, ma vi domina al contrario solo uno spirito individualista, un laicismo assoluto in un’assenza totale di morale e religione. L’unico ideale positivo del tempo secondo De Sanctis è stato quello dell’arte, il concetto dell’arte per l’arte è stato l’elemento dominante del secolo. Con questo giudizio il principe della critica italiana ha bollato negativamente il Rinascimento come un’età destituita di grandi valori, nella quale solo l’arte prevale e si salva. In un’età priva di tutti i valori come quella rinascimentale Machiavelli rimane un unicum, la sola figura di intellettuale organico consapevole della crisi politica dell’Italia in un momento storico nel quale tutti gli altri uomini di cultura “si acconciano ai temporali.
La realtà del nostro Paese in quel tempo è effettivamente diversa da quella  degli altri paesi europei, in quanto la posizione dell’intellettuale umanista si distingue da quella degli altri stati, come dimostrano certe situazioni che si verificarono contemporaneamente nel Regno Unito o in Boemia, dove come si è detto  l’intellettuale è riuscito a legare a sé le moltitudini attraverso il comune vincolo della religione, mentre la civiltà rinascimentale, generalmente laica, non si è potuta valere di questo cemento spirituale per creare quel blocco storico fra intellighenzia e società nazionale auspicato da Marx. E questo sarebbe uno dei motivi fondamentali per cui intanto in Italia non si è formata un’unità nazionale, in quanto non si è creato per tempo  quel forte legame di unione che lo stesso Machiavelli avrebbe voluto si verificasse a suo tempo anche da noi. E ciò è accaduto, secondo Gramsci, perché gli intellettuali dell’età rinascimentale non hanno saputo fornire nessuna lezione al popolo proprio a causa della loro cultura, una cultura selezionata e di vaste dimensioni ma profondamente elitaria e incapace per questo di coinvolgere le moltitudini.
Si comprende perché questo stesso problema torneranno ad affrontarlo dopo tanti secoli gli uomini del nostro Romanticismo. Lo dimostra il fatto che nell’età del Manzoni i nostri intellettuali dell’Ottocento più avveduti e all’avanguardia, trovandosi di fronte alla difficile scelta tra “autonomia ed “eteronomia” nell’arte, anche a costo di mettersi al di fuori delle idee correnti, assegnando a quest’ultima una precisa funzione morale e pedagogica, indirizzeranno agli italiani quel messaggio di tipo politico che, con l’esclusione di Machiavelli inutilmente cercheremmo negli autori del Rinascimento.