Storia

Sez. Storia
Giovedì 30 Giugno 2016  “ uscita n. 17”

Gli intellettuali e l’organizzazione degli studi nel Medioevo
di Marino Faggella

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                           Interno di una scuola conventuale


1.L’età di mezzo, si è detto nella prima parte, non è stata certamente un periodo di barbarie, di superstizione e di incultura, come per lungo tempo si è creduto, ma al contrario ha avuto interessanti aspetti culturali che meritano di essere analizzati con obbiettività e conosciuti nella loro entità. Ora, proseguendo la nostra indagine sul medioevo, in questa seconda sezione dimostreremo tale assunto col parlare degli intellettuali e della organizzazione degli studi in questa età. Dicono giustamente gli storici del nostro tempo che il Medioevo non è un’età nella quale furono troncati i ponti col passato, come avevano sostenuto gli umanisti seguendo l’esempio del Petrarca, ma al contrario nell’età di mezzo sopravvive la cultura classica. Queste cose sono documentabili anche attraverso l’analisi degli stessi scrittori latino-cristiani.
Se, per esempio, andiamo a considerare l’esperienza di Sant’Agostino e San Girolamo, due autori fondamentali, due  padri della chiesa - il primo oltre che scrittore anche filosofo, l’altro notevole per aver fatto la traduzione della Bibbia dall’ebraico in greco e poi in latino, l’edizione della cosiddetta vulgata biblica – che vissero nell’età tardo-antica, cioè in quel periodo intermedio, di passaggio tra la cultura romano-imperiale ed età feudale, dalla lettura delle opere degli scrittori indicati scopriamo che la loro cultura era fondata ancora sui classici latini. Tuttavia, sia Agostino che Girolamo,  scrittori cristiani, non potevano leggere le opere degli autori antichi senza provare uno stato di insufficienza, senza andare in crisi. Perché accadeva questo? Evidentemente non era facile in questa fase storica riuscire a conciliare il sapere con la fede. Per essi il sapere coincideva con quanto avevano appreso sui banchi di scuola: si identificava con l’Eneide di Virgilio, erano le opere di quei tanti autori che essi avevano letto con passione e sui quali s’era formata la loro mentalità, psicologia e cultura; per cui, divenuti cristiani, furono costretti a confrontare questo loro sapere letterario tradizionale con i nuovo dati del cristianesimo.
Avviene a questo punto per la prima volta quel contrasto fra scienza e fede che sarà addirittura drammatico nell’età di Galilei. Sant’Agostino confessava che leggendo l’episodio di Didone nell’Eneide non riusciva a trattenere le lacrime anche nell’età matura, per questo preferiva leggerlo di nascosto. San Girolamo, che non tralascia mai di testimoniare la sua passione per la retorica di Cicerone, nelle sue lettere racconta di aver fatto un sogno nel quale una notte gli comparve Cristo che, imponendogli una scelta, gli chiedeva se volesse essere cristiano o ciceroniano. Riteniamo che Cristo avesse altro da pensare piuttosto che di venire in sogno al Santo, ma erano le sue preoccupazioni che in quella circostanza rivivevano come un incubo durante la notte. Comunque i due esempi servono a dimostrare che nei primi scrittori cristiani, vissuti nel momento di congiunzione tra periodo latino-imperiale e Medioevo, la cultura latina ancora sopravvive anche se in contrasto col le loro convinzioni religiose.
2. A questo punto possiamo, comunque, confermare un dato: il latino, continua ad essere ancora la lingua ufficiale dell’età di mezzo. Per quali ragioni ciò si verifica ? Allorchè i seguaci della nuova confessione si riunirono formando una comunità, quando il Cristianesimo divenne “ecclesìa”, operò dopo durissime lotte la scelta di non costituirsi come estranea e diversa dalle strutture organizzative e culturali della romanità. I romani invece, prima che la nuova religione facesse proseliti anche fra di loro, avversarono violentemente il Cristianesimo. Quale fu il motivo di questa loro ostilità? In genere essi erano stati sempre tolleranti in fatto di religione, fino ad ammettere ogni tipo di culto da qualsiasi parte provenisse, sia che si trattasse di quello di Iside o di Osiride, della Magna Mater o di altri, qualsiasi religione giungesse a Roma veniva accettata senza riserve. Perché, allora, essi dimostrarono tanta violenta ostilità contro i cristiani? La ragione non era tanto di natura religiosa quanto piuttosto di tipo socio-politico: il Cristianesimo veniva in effetti ad attaccare la  visione della vita romana che era impostata sul concetto gerarchico, sull’idea della forza e sul riconoscimento dell’autorità politica che non si identificava con la fede della nuova religione. Comprendiamo allora perché i Cristiani furono combattuti e perseguitati anche da imperatori piissimi come Marco Aurelio, un filosofo morale e giusto. Si può dire che quasi tutti gli imperatori, da Augusto in poi, poterono accampare come demerito il fatto di avere perseguitato in qualche modo i cristiani.
Ma questo loro atteggiamento, come si è detto, non dipese da motivi strettamente religiosi. In effetti i romani non avevano profonde convinzioni religiose, almeno non l’avevano nel senso in cui noi l’intendiamo, come testimonia anche la loro parola fides, che comunque non va tradotta con il nostro termine di fede, ma con quello di “lealtà”. Pertanto, essi con fides non intendevano un’intima e sentita passione religiosa ma il rispetto della parola data e del giuramento. Questo spiega perché essi svolgevano sacrifici prima di andare in guerra, oppure, e solo dopo aver vinto una battaglia ringraziavano gli dei o costruivano templi. Ciò vuol dire che il loro sentimento religioso non era sicuramente molto saldo, ma aveva a che fare con la visione pratica della vita che essi avevano. I romani ebbero una concezione organica ed ordinata della vita e furono organizzatori del mondo, diedero importanza alle leggi e costituirono stabilmente lo stato. Al contrario il Cristianesimo come religione propendeva verso il misticismo.
3. Vediamo ora cosa accade da questo “scontro di civiltà”. In un primo tempo Romanità e Cristianesimo vennero a contrasto, si scontrarono fra di loro, col risultato che i romani perseguitassero i cristiani. Ma, successivamente il Cristianesimo produsse quella che generalmente si dice un’appropriazione di civiltà, nel senso che acquisì alcuni concetti e termini essenziali della romanità. Pertanto, la nuova religione che prima aveva subito, di mano in mano venne affermandosi, ma ad una condizione: quella di strutturarsi come era organizzata la romanità: l’ecclesìa, la Chiesa dei cristiani ricalcò le strutture sociali e l’idea dello stato cosi come i romani le avevano costituite. Ma a questi dati incontrovertibili occorre aggiungerne un altro altrettanto importante: il Cristianesimo prese da Roma il concetto universalistico, che non fu creato dai cristiani, ma tale visione era già presente presso i romani per influenza stoica. Che cosa essi intendevano per universalismo? Era la possibilità concreta dell’uomo di incontrarsi con i propri simili, cioè l’idea che ogni uomo non fosse diverso dagli altri, ma proprio in quanto essi erano fra di loro consimili a ciascuno era possibile comunicare dei valori condivisibili.
Questo concetto dell’universalismo umano, che era laico presso i romani ed utilizzato da essi in senso soprattutto politico per tenere buoni i popoli conquistati ed ottenere la loro obbedienza col creare omogeneità, i cristiani lo fecero diventare religioso applicandolo al funzionamento delle loro comunità ecclesiali. La Chiesa nella fase iniziale della sua organizzazione ad un certo punto si rese conto di avere dinnanzi a sé delle strutture già funzionanti ed elementi culturali importanti. I  cristiani che in origine comunicavano fra di loro utilizzando la lingua ebraica, la stessa Bibbia era scritta nella loro lingua, ad un certo punto si trovarono di fronte ad una cultura già organizzata, quella che i greci prima e poi i romani avevano formata e ad uno strumento espressivo già costituito e ampiamente utilizzato: la lingua latina. Pertanto,  pensarono di adottare il latino come loro lingua in quanto esso si prestava per la sua perfezione alle loro necessità. Questo spiega perché anche il Cristianesimo medievale abbia scelto di proposito la lingua di Roma, confermando la convinzione ampiamente diffusa fra gli storici moderni che, malgrado le differenze, non vi è stata in fondo interruzione fra Medioevo e passato classico ma al contrario una continuità, dovuta soprattutto al fatto linguistico: il latino continuava ad essere la lingua fondamentale anche nel Medioevo, esso sarà successivamente attaccato dal volgare, ma l’una e l’altra conviveranno in tutta quanta l’età di mezzo, finanche nel basso medioevo.
Perché i cristiani assunsero la lingua latina? La risposta sta nel fatto che il Cristianesimo nacque come religione della comunicazione. Volendo i cristiani espandersi in tutto l’universo costituito essi avevano necessità di uno strumento valido di trasmissione che ricercarono, ritrovandolo nella lingua latina. Ma essi subito si resero conto che il latino era una lingua grammaticale, normalizzata, legata alla regola, che andava imparata e studiata, pertanto ebbero la necessità di creare delle apposite scuole. Nell’età romana le scuole già esistevano, erano le cosiddette scuole imperiali, nel Medioevo ne nacquero altre, in particolare le “scuole conventuali” e “capitolari” che avevano dimora sia nei conventi sia nei capitoli seminariali.
4. Occorre a questo punto sottolineare che l’organizzazione della cultura nell’età di mezzo dopo le incursioni barbariche venne assunta dalla Chiesa direttamente. Anzi, se la cultura classica ebbe modo di sopravvivere, se essa si trasmise anche come fatto pedagogico, ciò fu dovuto soprattutto all’importanza e all’impegno dei chierici e all’opera di grandi papi: pensiamo per questo a Gregorio Magno, un Pontefice fondamentale dell’età medievale, il quale raccolse e protesse tutti quelli che erano esposti alla pressione barbarica e soprattutto dette un grande impulso alla cultura cristiana. Fu anche per suo merito se la Chiesa, divenuta elemento di stabilizzazione sociale, si preoccupò anche di continuare il passato classico.
Tuttavia il recupero dei classici non avvenne in modo generalizzato, ma fu operato con una particolare selezione da parte della censura religiosa che si preoccupò di epurare le opere di diversi autori. Se gli amanuensi medievali ad esempio riscontravano nei classici qualcosa che si scontrava con la concezione cristiana della vita, dopo averli accantonati, li mettevano definitivamente da parte. La Chiesa, soprattutto quella dell’Alto Medioevo, fu comunque sicura protagonista dell’organizzazione e del mantenimento della cultura con la creazione di particolari scuole, che venivano allestite col proposito di preparare i quadri dirigenti della stessa e di educare non solo coloro che sarebbero stati poi abilitati al culto, ma anche di formare gli stessi intellettuali che avrebbero dovuto svolgere la funzione di catecumeni o di maestri.
Come si chiamavano gli intellettuali della Chiesa, che nome prendevano? Essi venivano qualificati col nome di “chierici”, per via della tonsura che portavano. Pertanto, quando pensiamo alla figura tipica del dotto dell’Alto Medioevo dobbiamo riferirci a questa qualifica speciale di chierico; mentre, se andiamo a considerare poi il Basso  Medioevo vediamo che accanto alla figura del chierico, che comunque sopravvive anche dopo, troviamo nuove figure di intellettuali, i cosiddetti “laici”. Pertanto, l’intellettuale tipico dell’Alto Medioevo è il chierico, l’intellettuale tipico del Basso Medioevo è il laico che, affiancandosi al primo, pensa di attaccarne le posizioni col proposito di sostituire alla cultura latina di formazione ecclesiale  la propria, in modo particolare servendosi di quel nuovo strumento espressivo che è il volgare.
Si e’ detto giustamente che vi fu continuità e non frattura fra la cultura dell’impero romano e quella medievale. Questo è certo. Ma se noi andiamo a confrontare le opere dei grandi classici latini, in particolare quelle di due campioni come Cicerone e Virgilio, con quelle prodotte in lingua latina nell’età di mezzo ci rendiamo conto quanta distanza vi è. Gli scrittori latini dell’età classica, che noi conosciamo meglio, ma anche altri hanno prodotto cose sicuramente più alte dal punto di vista del significato e del valore dell’arte rispetto alle produzioni in latino dell’età medievale. Quale è la ragione di questa distanza? Essa risiede proprio nel fatto che noi assistiamo ad una flessione dei dati culturali nell’età di mezzo. Infatti, se confrontiamo l’età romana con quella medievale riscontriamo senza dubbio che la grandezza della letteratura, della cultura e della filosofia ha subito una flessione, almeno nella prima fase, quella che grosso modo arriva fino al 1100, che segna il punto più alto del cosiddetto Alto Medioevo.
5. In che cosa consiste questa cultura in latino della prima età del Medioevo? Essa fu grammaticale nella fase iniziale, in quanto dovendo avviare i giovani prelati allo studio si impartivano loro rudimenti della lingua e si studiava innanzitutto la grammatica, i cui testi ufficiali erano quelli di Prisciano e di Donato, due grammatici che avevano allestito due libri come quelli che oggi vengono utilizzati dagli studenti nei licei. Oltre alla grammatica essi apprendevano la dialettica, che indicava il modo di comporre insieme le parole nel senso della controversione, e la retorica o eloquenza. Queste tre discipline costituivano il cosiddetto trivio del quale ci ha parlato già Sant’Agostino. Si è detto che lo scrittore africano deve concepirsi come un sicuro anello di congiunzione tra cultura romana e mondo medievale. In alcune opere di carattere pedagogico Agostino ha tracciato le linee dell’educazione religiosa che sarebbe continuata anche nell’età successiva del Medioevo. Quali sono queste opere? Nel De catechizandis rudibus egli dettava dei precetti sul modo di impartire principi cristiani a quelli che da poco avevano abbracciato la fede cristiana. Ma soprattutto ci interessano due opere fondamentali, il De Ordine e il De docrina Cristiana. Soprattutto nel De Ordine  Agostino, filosofo e maestro, dice come era costituito l’insieme degli studi, nel quale si parla innanzitutto di un trivio e di un quadrivio, individuando nella grammatica, nella dialettica e nella retorica le tre discipline che costituivano il primo gradino degli studi, al di sopra delle quali si segnalano altre quattro discipline, l’aritmetica – laddove dominava l’importanza del numero che era anche l’elemento costitutivo della musica e dell’armonia che dominava nell’universo, come chiarirà successivamente Boezio nelle sue Institutiones – la musica, l’astronomia e la geometria che il Santo ritiene debbano essere sicuramente conosciute. Il Medioevo, recuperando il pensiero aristotelico, riprenderà successivamente anche le caratteristiche e i contenuti di altre discipline, in particolare la fisica e la metafisica  e come supremo gradino degli studi, la teologia.
Già in Sant’Agostino si vede, seppure in modo schematico, come era ordinata la visione del Medioevo e quale era la concezione della vita che dominava in questa età. Essa si può riassumere nella formula della ordinatio ad unum, che significa riduzione all’unità. Tutto quanto, secondo la visione medievale, tende all’uno si passa dalle forme accidentali della natura, dall’anarchia e dall’atomismo del mondo – laddove vi sono le cose e anche gli essere animati che in qualche modo partecipano all’universo – e si tende poi progressivamente verso l’unità di Dio. Questa concezione si riconosce in qualsiasi esperienza della vita. In ogni campo del sapere e dell’esistenza vi è un’autorità: nel campo della filosofia l’uno è Aristotele “il maestro di color che sanno”; nel campo della politica l’unità è costituita dall’Imperatore che si trova al disopra degli uomini riuniti nella società; in cima alla realtà religiosa vi è il pontefice, colui che raccoglie ad unità l’insieme dei fedeli che fanno parte del corpo cristiano. Lo stesso accade nell’arco delle discipline dove domina una dottrina superiore che si chiama teologia, la verità rivelata, che è il necessario anello di congiunzione fra l’uomo, inteso come individuo in progresso culturale, e Dio la cui conoscenza non poteva avvenire senza il possesso dei dati teologici.
Fra queste diverse dottrine vi era comunque una stretta connessione, inoltre ognuna di esse era ricondotta ad un cielo, per cui non solo le sette discipline del trivio e del quadrivio corrispondevano ai sette cieli, ma anche la altre come la fisica, la metafisica, la filosofia morale e la teologia avevano a che fare con un sistema planetario che era quello che Tolomeo aveva tracciato. Anche qui si vede l’importanza del numero: il sette che designava le arti liberali era un numero compiuto e perfetto, ma se aggiungiamo la fisica e la metafisica arriviamo al nove, la teologia, che indicava la perfezione assoluta, occupava il decimo ed ultimo gradino. Gli scrittori medievali avevano recuperato l’importanza del numero da due filosofi, sia da Pitagora che da Platone, presso i quali e non serviva solo a misurare la realtà, facendo corrispondere ad esso particolari elementi della natura, ma aveva già un carattere simbolico. Vedremo come anche per Dante scrittore medievale il numero avrà un’importanza fondamentale.
Abbiamo visto come già nelle opere di Sant’Agostino veniva anticipato nelle sue linee essenziali il percorso degli studi e dell’educazione che sarà seguito anche nell’età medievale. Nel De Ordine e nel De Doctrina  egli insisteva inoltre sull’importanza dei testi sacri e sulla necessità della loro conoscenza, che non sarebbe potuta avvenire senza il possesso di tre lingue, l’ebraico, il greco e il latino, nelle quali le scritture a più riprese erano state vergate. Il Santo, inoltre, riteneva essenziale l’esercizio dell’eloquenza che educava a mettere in ordine le parole per venire in possesso della costruzione del discorso orale e scritto. E’ significativo che il metodo di Sant’Agostino venisse poi adottato anche da Dante. La validità di un tale procedimento educativo è dimostrata dal modo come l’autore della Commedia ha organizzata l’opera sua.
La topografia della Commedia in cui vi sono tre regni concepisce la vita in modo scalare per significare il progresso spirituale quale regola fondamentale del mondo cui è necessario uniformarsi: si va dal mondo, anzi dal sub-mondo infernale, per passare nel Purgatorio come realtà intermedia che guida l’uomo a liberarsi del peso del corpo per guadagnare la libertà della coscienza, per giungere dopo la purificazione a slanciarsi nei cieli. Toccherà solo a Dante di vedere Dio faccia a faccia come era accaduto ai mistici per miracolo. Questa struttura della Commedia, che traccia le linee progressive dell’esistenza umana, ci fa capire meglio di ogni altra cosa quale fosse la visione della vita del Medioevo, che suggeriva un costante progresso spirituale per l’uomo quale necessità per potersi ricongiungere con Dio.
6. Si è detto che la cultura medievale, almeno quella dell’Alto Medioevo che arriva al’’incirca intorno al 1100, era costituita da un  sapere che privilegiava il latino, la lingua adottata dalla Chiesa e dalla cultura ufficiale. Sicché tutti quelli che si proponevano di uscire fuori da una crassa ignoranza o volevano scrivere qualcosa di significativo erano condizionati dall’uso della lingua di Roma. A questo punto riteniamo sia necessario sapere quali possibilità vi fossero per gli uomini dell’età di mezzo di entrare nel circolo ristretto del sapere. Le indagini degli storici contemporanei hanno chiarito che la società medievale, ricalcando il modello gerarchico, era formata da tre ordini, da tre classi sociali: la prima era quella dei grandi protagonisti della politica, dei nobili feudatari, talvolta di origine barbarica – pensiamo alle invasioni che vi furono a più riprese in Italia, i Goti prima i Longobardi e dopo di essi i Franchi fecero sentire anche il loro influsso, la cui presenza  giustifica una flessione in negativo nella cultura di questo periodo – le cui occupazioni erano quelle di reggere le sorti dello stato feudale, che comandavano gli eserciti, che esercitavano la giustizia, ma erano anche profondamente ignoranti e lo furono almeno fino all’ottavo secolo, allorché le cose cominciarono a cambiare.
Nell’ottavo secolo accadde una cosa molto importante. Dopo l’anarchia e l’incultura precedente abbiamo i primi esempi di umanesimo nell’età di mezzo: l’età di Alcuino presso la corte imperiale carolingia e il successivo umanesimo di Chartre segneranno una straordinaria ripresa degli studi che tenderà al recupero dei classici. Dall’ottavo al nono secolo si risvegliò anche la coscienza dei nobili a contatto con la cultura degli uomini di chiesa, e accanto a quelle conventuali e capitolari sorgeranno le cosiddette scuole palatine - da palatium , che non era altro che la reggia laddove si riunivano i dignitari della corte di Carlo Magno – nelle quali insegnavano i chierici, i depositari della cultura dell’epoca. A frequentare queste scuole erano soprattutto i giovani figli dei nobili, ma anche gli adulti che cominciarono a riconoscere il valore della cultura. Pertanto, i grandi feudatari, abituati precedentemente solo alla guerra o ai tornei – essi quando non erano direttamente impegnati a combattere si esercitavano in essa – che precedentemente si erano vantati di non sapere leggere né scrivere cominciarono a conoscere ed apprezzare l’importanza della cultura. Fu questo un fatto particolarmente significativo che ha segnato la fine del momento barbarico dando inizio ad una nuova realtà con la nascita dell’ethos cortese che proprio da qui cominciò a muovere i primi passi.
Abbiamo visto come nella piramide della società del Medioevo i grandi personaggi della politica occupassero un luogo preminente, poi venivano gli uomini di chiesa, soprattutto i chierici che erano i depositari della cultura e del sapere. Quest’ultimo comunque non poteva essere trasmesso a tutti in quanto il latino con il quale veniva trasmesso era una lingua complessa e difficile che andava appresa con l’impegno scolastico. Pertanto, da una parte il latino diventava un serio impedimento per il popolo ad entrare nel mondo della cultura, ma d’altro canto il Cristianesimo, che era una religione democratica ed ecumenica e pronta ad aprirsi all’universo, offriva al terzo stato, la classe dei lavoratori, la possibilità di elevarsi. Pertanto, se nella società chiusa del medioevo non c’era la possibilità di uscire dal proprio stato in senso sociale ed economico rimaneva comunque l’eventualità di elevarsi a condizione di seguire la trafila religiosa. Così molti uomini del popolo per seguirla entravano in seminario e, rivestendo l’abito talare, avevano la possibilità con l’apprendimento del latino di diventare religiosi. Questa specie di imposizione era l’unico modo che gli uomini del popolo avevano per uscire dalla povertà, entrando in un ordine privilegiato.
Da ciò risulta che quella dell’età feudale era in generale una società abbastanza immobile, impostata su una economia chiusa, senza traffici e commerci di rilievo, la città era quasi completamente abolita, la moneta non più adottata. Laddove quella romana era stata un’economia monetaria, nell’età feudale al contrario con la scomparsa della moneta si ritornava al primordiale e barbarico sistema del baratto che senza dubbio testimonia un regresso di civiltà in questa prima fase dell’età feudale. Ma, a partire dal nono secolo assistiamo ad uno straordinario risveglio che, come si è detto, si manifestò innanzitutto con l’irruzione di una nuova cultura e vennero riportati in auge gli auctores, parola che in altro modo significa classici. Verrà poi Dante a chiarire nel Convivio l’etimo di questa parola, e tra le tante spiegazioni a noi piace accogliere quella che riconnette il concetto di auctor  al verbo latino augeo, corrispondente al greco auxano, che significa accrescere. Pertanto con la qualifica di auctores venivano designati quegli scrittori del passato che meritavano di essere letti nelle classi, da qui il nome di classici, in quanto avevano in qualche modo contribuito con le loro ad accrescere il patrimonio umano del sapere.
Ma quali autori venivano appresi a scuola? Quelli che potevano leggere i giovani traendone un’importante lezione morale. La Chiesa operò una selezione di questi auctores, non trasmise interamente tutto il sapere latino ma scelse quegli autori che si prestavano ad aggiungere qualche verità ai significati contenuti nei libri sacri. Quindi le opere di alcuni autori che avrebbero potuto contribuire con i loro concetti ad accrescere i valori della cristianità  furono affiancati ai testi ufficiali della Chiesa che erano quelli del Vecchio e Nuovo Testamento nonché le opere dei cosiddetti Padri della Chiesa. Chi erano questi scrittori? Innanzitutto Virgilio, Seneca morale, Cicerone e anche altri che con le loro opere  potevano contribuire ad accrescere il patrimonio religioso. Moltissimi altri evidentemente sparirono e fortunatamente furono poi recuperati nell’età umanistica.
Dalla lettura della Commedia risulta che Virgilio era il classico per eccellenza. Perché Dante scelse il poeta mantovano come “suo autore”, decidendo addirittura di farsi accompagnare da lui? Virgilio era in effetti il portatore di una poesia che tendeva verso il sublime e lo stesso personaggio di Enea aveva nel suo poema un’esistenza che si può tracciare seguendo una parabola: l’eroe parte da una distruzione, quella di Troia, per andare a fondare una nuova civiltà. La sua vita progressiva era molto prossima al concetto della stessa esistenza secondo il Cristianesimo intesa come una continua progressione in senso spirituale. Se confrontiamo il viaggio di Enea con quello di Odisseo comprendiamo perché Virgilio fosse un autore nuovo per gli uomini del Medioevo: il viaggio dell’eroe omerico, che in fondo sta a significare la vita dei pagani, si può disegnare in maniera circolare, egli parte da Itaca e ad Itaca ritorna. Ciò significa che la sua esperienza sostanzialmente non muta, svolgendosi essa interamente sulla terra; egli dopo venti anni trascorsi in guerre e peregrinazioni può recuperare la moglie, il regno e tutto ciò che gli appartiene. Pertanto, i suoi viaggi sono turistici e avventurosi, ma non producono nessun approfondimento all’interno della coscienza. Al contrario, tutto quello che Enea subisce o fa, sacerdote in abito di guerriero, contribuisce al suo accrescimento spirituale.
Visto così, Enea diventava un modello esemplare che prefigurava con la sua condotta la vita di ogni  cristiano. Questa è la ragione che serve a spiegare perché Virgilio venisse considerato nel Medioevo come il classico per eccellenza. Ma accanto al poeta mantovano troviamo un altro autore la cui presenza potrebbe anche sorprenderci per i contenuti licenziosi delle sue opere. Ci riferiamo al poeta Ovidio. Se Virgilio indicava una direzione verso il sublime, verso lo spirito, Ovidio, al contrario, per il contenuto realistico dei suoi scritti che privilegiano l’amore, visto generalmente come sensualità e mondanità, sembrerebbe non poter insegnare nulla ai cristiani. Ma anche a questo c’è una risposta. In effetti, Ovidio era il rovescio della medaglia del sublime,  se Virgilio era il classico che indicava la strada dello spirito, il poeta di Sulmona al contrario mostrava realisticamente una propensione verso la vita. L’ideale e il reale erano le due necessarie componenti di cui la Chiesa si serviva per indicare se vogliamo il bene e il male, l’angelo e il demonio. Altri autori antichi furono recuperati dalla Chiesa, ma a dire il vero non molti, se è vero che Dante entrando nel castello dei grandi spiriti in compagnia di Virgilio può dire di essere “sesto fra cotanto senno”. Ciò significa che i classici dell’autore della Commedia non erano molti, anzi si potevano cintare sulla punta delle dita: a parte Virgilio, Ovidio, Orazio satiro, Seneca morale, Lucano, Stazio per citare i più importanti. Malgrado questa limitazione, Dante ebbe comunque il suo umanesimo, a dimostrazione che anche durante il Medioevo fu vivissima la passione per i classici.
7.  Per tornare ai contenuti del sapere medievale, si dirà che dopo il primo momento  di tipo “scolastico e grammaticale” vi fu successivamente una seconda “fase erudita” che, per quanto importante, non significa che vi sia stato in questo periodo un vero e proprio decollo culturale. L’erudizione non fa pensare certamente ad un sapere creativo, in quanto gli eruditi si limitano generalmente a raccogliere le conoscenze del passato senza aggiungere molto, come ad esempio Varrone, che ha recuperato tutti i valori tradizionali della romanità, Catone o Plinio il Vecchio al quale spetta il merito di aver iniziato con la sua Naturalis Historia il modello dell’enciclopedia. Nell’età di mezzo la fase successiva della cultura, dopo il momento grammaticale, fu proprio quella di tipo enciclopedico, in quanto i medievali, non essendo capaci di creare come i grandi classici del passato, si limitarono a raccogliere il sapere per metterlo in comune. Si spiega, pertanto, perché in questo periodo siano stati allestiti numerosi trattati enciclopedici, come quelli di Alberto Magno, di Boezio e Cassiodoro, Isidoro di Siviglia, Rabano Mauro, nei quali è raccolta una parte consistente del sapere medievale. Ma, se è vero che raccogliere il sapere è già un’opera in sé meritevole, questo non vuol dire che gli scrittori citati fossero dei veri e propri artisti creatori.
Quando avremo allora il vero momento creativo? Dopo la ripresa degli studi del nono secolo, dopo l’anno mille, ricostituendosi con la rinascita delle città una struttura urbanistica diversa, configurandosi una nuova società e una nuova visione della vita di indirizzo prevalentemente laico, l’uomo riconquisterà la capacità di creare. Sarà l’età comunale a riportare in primo piano soprattutto in Italia il valore e il significato della creazione artistica. Bisogna comunque dire che la letteratura volgare nacque in Francia con un secolo di anticipo rispetto a noi, saranno i francesi i primi scrittori letterari dell’età moderna. Successivamente la letteratura medievale in lingua volgare dopo la sua prima fioritura si diffonderà a raggiera in tutta l’Europa; soprattutto dalla Francia del nord partiranno le produzioni in lingua d’oil e quelle in lingua doc dei cosiddetti trovatori che giunsero successivamente anche in Italia. Quindi, un secolo e mezzo prima nacque al di fuori dei nostri confini la moderna letteratura. Come primo esempio di creazione artistica in un volgare noi dovremo aspettare il famoso “Cantico delle creature” di San Francesco del 1225, una data questa importantissima che ha segnato l’epifania della letteratura italiana. Pertanto, sarà il Santo di Assisi, il maggior rappresentante del misticismo attivo, a comporre il primo testo poetico nella nostra lingua, anche se, a dire il vero, probabilmente nello stesso tempo anche in Sicilia, nel regno di Federico II i lirici della scuola siciliana avevano già composto le loro rime.
La letteratura italiana, che mosse i primi passi nella terza decade del Duecento, si trasferì poi nei liberi comuni toscani mutando il proprio “mileu”. Non avremo, pertanto, più la corte imperiale come centro di produzione della letteratura e della poesia, ma essa troverà poi il modo di articolarsi variamente nella vita diversa delle libere città del nord, dove fiorì la cosiddetta Scuola Toscana, il cui maggior rappresentante fu Guittone d’Arezzo. Poi, sempre nella Toscana del Duecento, per insegnamento di Guido Guinizelli bolognese avremo la “Scuola Stilnovistica”, annunciata dalla sua canzone manifesto, con la quale nascerà la nostra maggiore letteratura. A questa scuola si iscrisse anche Dante a diciott’anni componedo un sonetto, indirizzato “a tutti li seguaci d’amore”, A ciascun’alma presa e gentil core; gli risponderà Guido Cavalcanti, il secondo Guido, così egli sarà ammesso in quel cenacolo di giovani poeti. Lo “Stilnuovo” poi aprirà a tutti i successi e a tutte le soluzioni poetiche e culturali  che troveremo nella vita di Dante. Sarà questo il primo gradino di un’ascesa intellettuale che lo guiderà a comporre prima Il Convivio, il De Vulgari eloquentia, il De Monarchia,  necessaria base per realizzare quell’opera ciclopica che è la Commedia. Questo in breve è l’itinerario della nostra lingua in volgare, così come comincia da San Francesco fino ad arrivare poi nelle mani di un altissimo poeta come Dante. Dopo di lui avremo l’esempio grandissimo del Petrarca, ma saremo già alle soglie del Rinascimento. Al poeta di Laura sarà attribuita  la creazione della lirica moderna, introspettiva e soggettiva ed insieme il merito di aver dato inizio ad una nuova età come padre dell’Umanesimo.
8. Abbiamo parlato precedentemente del configurarsi di una nuova civiltà, quella borghese-comunale, che si rese protagonista di un profondo rinnovamento economico, sociale e culturale. Dobbiamo a questo punto chiederci com’era costituita la cultura del Basso Medioevo, dove andavano a studiare i giovani, quali erano le discipline di studio nelle quali essi erano impegnati. Si è detto precedentemente che nell’Alto Medioevo, in particolare nella corte di Carlo Magno, erano nate tra l’ottavo e il nono secolo particolari scuole laiche, dette “palatine” in quanto avevano stanza nel palazzo del sovrano, che si erano affiancate alle precedenti scuole religiose ancora in auge. Nell’età dei comuni per rispondere alle necessità della città nasceranno altre scuole, nuovi centri di studio che prenderanno il nome di Università. Come erano esse strutturate? Innanzitutto, il nome Universitates et societates discipulorum et magistrorum ci fa capire come esse funzionassero. Esse erano organizzate ricalcando le strutture cittadine, cioè come organismi sociali che legavano insieme tutti quelli che partecipavano in qualche modo all’uso ed esercizio della cultura. All’interno di queste comunità, incardinate all’interno delle città, in effetti facevano vita in comune sia i maestri che i discepoli. 
Si è detto precedentemente come era fatta la cultura dell’Alto Medioevo, ora vedremo come si componeva quella dell’età dei comuni che nelle università aveva i suoi centri privilegiati. Diverse discipline figuravano nel piano di studio delle Università  che presupponeva da una parte il recupero di discipline già note, in seguito rinnovate  alle quali comunque altre si aggiunsero. Nacquero la cosiddette facultates, comprendenti discipline che ogni allievo poteva scegliere e portare a compimento. Quali erano i più rinomati centri di studio, le più famose università? In Italia è da ricordare soprattutto lo studio napoletano, creato da Federico II, che ancora oggi porta il suo nome. Comunque il primo nucleo di tale studio fu la facoltà di medicina di Salerno che venne costituito dopo il ritorno dell’imperatore dalla Germania. Perché il sovrano decise di impiantare in primo luogo lo studio della medicina? Non dimentichiamo che questa importante disciplina era giunta precedentemente in Italia meridionale per il tramite degli arabi, particolarmente significativa era stata l’opera di Avicenna, medico oltre che filosofo, il quale aveva ripreso alcuni precetti importanti della medicina greca di Ippocrate.
Ma, accanto a quella di Napoli occorre ricordare l’università di Bologna la dotta, che è storicamente precedente, dove due discipline importanti si costituirono e rinsaldarono: la retorica, per l’opera di importanti studiosi, Maestro Bene o anche Guido Faba, che richiamavano nel centro bolognese allievi da tutte le parti della penisola, qui vennero a studiare anche i famosi dictatores inlustres della Magna Curia federiciana, che privilegiarono tale disciplina prima di indottrinarsi nel diritto.  Perché venne privilegiata una tale dottrina? In effetti lo studio del latino che era alla base di questa dottrina consentiva preliminarmente l’accesso a qualsiasi altra disciplina. La retorica abilitava i giovani a conoscere senza dubbio l’ars dictandi che forniva le competenze necessarie a saper vergare un perfetto testo latino secondo le antiche regole del “cursus”, quelle che già Cicerone aveva dettato e messe in pratica nelle sue orazioni e nelle opere filosofiche. Non era facile comporre un testo in prosa latina, per questo bisognava conoscere ed applicare delle regole analogamente alla composizione di un testo lirico-poetico. Pertanto, questi giovani studiavano il latino che costituiva il primo gradino della conoscenza, e l’arte di dettare per guadagnare il sicuro possesso di sapere organizzare innazitutto un preciso testo in prosa. Ma vi è anche un’altra ragione che giustifica la priorità dello studio linguistico. In latino erano generalmente scritte tutte le leggi, sia che si trattasse dell’antico diritto romano, raccolto successivamente da Giustiniano nel suo corpus iuris civilis, sia che si dovesse accedere al diritto canonico, a quelle leggi che la Chiesa si era preoccupata di raccogliere. Pertanto, tutti quelli che volevano accedere alla facoltà del diritto dovevano conoscere perfettamente la lingua di Roma.
Sempre in Italia, oltre a Bologna la dotta nacquero altre università ; talvolta per gemmazione da un centro maggiore si staccarono dei nuclei di studenti, oppure di allievi e maestri insieme, perché in disaccordo per ragioni di metodo con i rettori di quella università. E’ il caso di Padova, che fu fondata da un gruppo di studenti e maestri della università di Bologna i quali, avendo interessi prevalentemente laico-scientifici non condividevano più l’impostazione clericale dei contenuti e del metodo del loro centro di origine. Probabilmente anche per questo l’università patavina è stato sempre un importantissimo centro della scienza o della filosofia naturale: non a caso a Padova insegnerà il Pomponazzi, ma anche Galilei prima del suo ritorno in Toscana. Le università d’Italia più importanti furono queste. Roma, pur essendo il centro fondamentale della cristianità,  non ebbe una università, ma la Curia pontificia era un autentico centro culturale in grado di sfornare continuamente intellettuali in possesso di tutte la discipline importanti che potessero essere di utilità alla Chiesa. Siccome quella medievale è una civiltà europea bisogna guardare anche al resto dell’Europa, dove sorsero anche grandi università, come ad esempio la Sorbona in Francia, l’università di Salamanca in Spagna, e nel Regno Unito l’università di Oxford, nomi celebri che ancora oggi sopravvivono. Parigi fu il centro della Filosofia Scolastica, la sede fondamentale del Tomismo, dove il pensiero medievale ha trovato per diversi secoli la possibilità di esaltarsi con celebri maestri. Forse a Parigi fu anche Dante, visto che nella Commedia parla con ragioni di causa di un cosiddetto “vico degli strami”, una strada ricoperta di paglia, quella stessa che serviva a rigovernare gli animali, sulla quale gli studenti sostavano in attesa di accedere alle lezioni.
A cosa servivano queste università? Se ci fermiamo all’esempio italiano ci rendiamo conto che esse dovevano corrispondere ai bisogni del comune. Le nuove realtà cittadine in espansione avevano necessità di un numero continuamente crescente di personaggi intellettuali per far funzionare gli uffici, per far si che la vita in generale, non solo quella culturale, ma anche sociale, economica e politica potesse procedere senza problemi. Questo personale intellettuale della società comunale del Duecento veniva prodotto e formato proprio nelle università. Quali mansioni essi avevano? Erano innanzitutto compilatori di documenti, epistolografi, notai, giudici, cancellieri, medici, “magistri et doctores”, i quali avevano il compito fondamentale di insegnare perpetuando i valori del sapere.  Ricordiamo a questo proposito le figura di Brunetto Latini, un esempio di maestro, un uomo che all’interno del comune ebbe la funzione di educare i suoi concittadini. Dino Compagni, un cronista dell’epoca, esaltandone i meriti cosi lo ricorda: “ Egli fu digrossatore dei Fiorentini in quanto li fece scorti nel bene parlare”. Pertanto i fiorentini del tempo di Dante, in precedenza ruvidi e rozzi, furono ingentiliti proprio dall’eloquenza di Brunetto Latini che insegnò anche a Dante “come l’uom s’eterna” sulla strada impervia della conoscenza.