Storia

 

La storia della città di Potenza e la verità sulla “processione dei Turchi”  di Pedio

A c.di Raffaella Faggella

Lunedì 16 Gennaio 2012 "uscita n. 9"

Prima di parlare delle indagini svolte da Tommaso Pedio, per illustrare le vicende storiche di Potenza, città verso la quale ha dimostrato costantemente di avere un incerto rapporto di eros e thanatos, e di accennare alla sua biografia sempre intrecciata in qualche modo con la sua città, occorre fare qualche riferimento alla sua attività di storico, impegnata a far luce sulle vicende della storia con un metodo non sempre condiviso, ma tutto suo e fondato innanzitutto sulla lettura dei documenti piuttosto che impegnato a seguire le linee storiografiche tracciate dai suoi predecessori. Anche nel testo della conversazione, tenuta nella sua città dal Prof. Pedio nel 1970 in una riunione dei Lions intitolata Potenza nelle sue vicende storiche [1] che proponiamo qui con qualche taglio ai nostri lettori, in tal modo lo storico prendeva le distanze dal metodo di quegli studiosi che, volendo conoscere la storia di Potenza, si rifacevano generalmente all’opera degli eruditi locali, come La storia di Potenza del Rendina[2] o le Memorie del Viggiano[3] senza nulla sostanzialmente aggiungere perché diceva: “si ha generalmente l’abitudine – pessima  abitudine – di ignorare i documenti. Nessun fondo archivistico -io credo- è tanto coperto di polvere quanto quello interessante la storia e le vicende della città, delle chiese, dei monasteri di Potenza”. Ma non meno colpevoli degli eruditi locali sopra menzionati gli storici continuatori del Rendina e del Viggiano[4], non sarebbero incorsi nelle ripetute omissioni ed inesattezze se non si fossero limitati solo a trascrivere verbum de verbo le loro conclusioni in luogo di recarsi negli archivi a sollevare la polvere dai documenti per arrivare a concepire una più attendibile verità storica sulla nostra città. La conversazione, per quanto un po’ sintetica e come tale di necessità manchevole di qualche dato, è tuttavia interessante sia per le conclusioni sia perché contiene un’ottima indicazione di metodo.

Tommaso Pedio, nato a Potenza nel 1936 e scomparso nella stessa città nel 2000, ha dedicato con passione tutta la vita agli studi storici, insegnando Storia moderna presso l’Università di Bari. Crebbe in un ambiente familiare ricco di stimoli culturali, in cui spiccavano il padre Edoardo, professore di lettere appassionato di studi storici, e lo zio materno Ettore Ciccotti, noto intellettuale lucano di tendenze socialiste. Fin da giovane Pedio si alimentò dello spirito laico e libertario, già presente nella tradizione familiare, che si preoccupò successivamente di nutrire di studi negli anni trascorsi fuori regione: a Pisa, dove ebbe modo di coltivare il suo antifascismo con la lettura meditata degli autori classici del pensiero marxista, e a Napoli, dove, venuto a studiare il diritto, ebbe modo di conoscere i maggiori storici dello Studio napoletano che, appassionandolo con i procedimenti scientifici del metodo della ricerca, gli indicarono le ragioni fondamentali del’indagine storiografica. Ritornato a Potenza nel ’39, accettò l’impiego presso il locale Archivio di Stato, che gli consentì di effettuare sul campo le sue ricerche sulla storia della sua regione con l’utilizzazione sistematica  delle fonti archivistiche e documentarie ivi contenute. Nel 1941, chiamato alle armi col grado di sottotenente e destinato alla Caserma San Rufillo di Bologna, prese contatti con  gruppi di militanti socialisti ed anarchici. Dopo il 25 luglio del ’43 partecipò a Bologna alla lotta sindacale e antifascista.

 Deluso dai Comunisti locali, pronti ad arrogarsi il diritto esclusivo della direzione della lotta clandestina, definiti da lui “prezzolati di Stalin”, fece ritorno a Potenza, dove, iscrittosi al Partito Socialista fu nominato segretario della locale Federazione   giovanile. Durante l’intensa attività di propaganda politica nella regione conobbe Rocco Scotellaro, il poeta delle lotte contadine, con il quale intrattenne una fitta corrispondenza epistolare che ci fornisce ancora oggi notizie interessanti sulle vicende del poeta di Tricarico e sullo svolgimento delle lotte per il possesso delle terre. Entrambi subirono nel ’48 la cocente delusione della sconfitta del fronte popolare, cantata dal poeta nella nota e amara lirica Pozzanghera  nera il 18 Aprile, che segnerà anche il ritiro dalla politica del sindaco di Tricarico. Se Scotellaro trovò nella poesia intima il rifugio adatto a curare la sua delusione politica, Pedio, insoddisfatto anch’egli dagli esiti politici, profonderà le sue energie nell’attività accademica e scientifica. Frutto di questo intenso esercizio, svolto nell’arco di un sessantennio, sono i suoi innumerevoli studi confluiti in una copiosa bibliografia, nella quale spiccano le indagini sulla storia della Basilicata, sulla questione meridionale e sul brigantaggio. Studioso instancabile dei problemi economici e sociali del Mezzogiorno, anche nell’analisi dei fatti riguardanti la sua regione, in polemica con gli storici di eredità spiritualista, assegnando ai fattori naturali, economici e sociali un’importanza primaria, ha messo alla prova  con ottimi risultati il suo metodo di matrice marxiana, che prima di dare importanza ai fattori sovrastrutturali nell’indagine storiografica sottolinea la necessità di considerare i dati fondanti della struttura ai fini del giudizio. Ma diamo la parola diretta allo storico:

 

1.Potenza! Questa città che vorremmo diversa e che continuiamo ad amare così com’è. Questa città che sa tutto di paese, dove tutti si conoscono e dove tutti si incontrano, ogni sera, alla stessa ora, nella medesima strada che è, poi, il nostro “salotto”. E noi, che pure amiamo questa nostra città, di Potenza, conosciamo ancora molto poco. E’ un “vecchio e povero paese di pastori e di contadini” che gli eventi hanno soltanto  innalzato al rango di capoluogo di provincia ed a capoluogo di regione. E persiste ancora, in molti di noi, la convinzione che Potenza sia divenuta capoluogo nel 1806 sol perché bisognava punire la sanfedista Matera e premiare il paese che aveva difeso la bandiera repubblicana. Ma basta prendere una qualsiasi carta dell’Italia meridionale per convincersi della inesattezza di questa nostra convinzione. Potenza è al centro della regione. Le strade che attraversano la Basilicata, da est ad ovest, si incontrano in questa città, centro naturale della regione. E fu questa, indubbiamente, la causa che spinse i francesi a preferire Potenza a Matera nella riorganizzazione amministrativa del paese ed i Borboni a mantenere a Potenza la sede dell’Intendenza nel 1816.

Di questa nostra città si interessò, a metà del XVII secolo, un erudito potentino, Giuseppe Donato Rendina, arcidiacono della nostra cattedrale. Rientrato nel suo paese dopo aver studiato a Roma ed a Firenze, ne volle scrivere la storia  per dedicarla al conte di Potenza di cui era al servizio (…..) La storia del Rendina – pubblicata in parte per la prima volta soltanto nel 1964 – fu ripresa nei primi anni dello scorso secolo e trascritta quasi fedelmente nelle “ Memorie della città di Potenza” del canonico Emanuele Viggiano, pubblicate a Napoli nel 1805. Da allora è trascorso oltre un secolo e mezzo, chi vuole conoscere la storia di Potenza si rifà generalmente alle Memorie del Viggiano senza nulla sostanzialmente aggiungere perché si ha generalmente l’abitudine – pessima abitudine – di ignorare i documenti. Nessun fondo archivistico – io credo – è tanto coperto di povere quanto quello interessate le storie e le vicende della città (….) Se qualcuno avesse tolto quella polvere, i continuatori del Rendina e del Viggiano non avrebbero certo ripetuto antiche inesattezze, né sarebbero incorsi nelle tante omissioni che sono naturali e proprie nelle antiche storie municipali e nelle monografie della prima metà dell’Ottocento…..

2.. Potenza, questa antica città, sorgeva, nella sua lontana origine, nella valle del Basento, a Gallitello, in località Murate. Come e perché il primo storico potentino sia arrivato a questa conclusione noi non sappiamo. Anche noi, come già il Racioppi ed il compilatore della voce “Potenza” per l’ Enciclopedia Italiana, ci siamo convinti che questa è la verità. Soltanto dopo le invasioni barbariche, per sfuggire alla malaria e dopo aver resistito alle incursioni dei Longobardi, dei Bizantini e dei Saraceni, in età normanna, l’antica città sarebbe stata abbandonata e ricostruita sullo schienale di un colle, dove attualmente sorge. In realtà non possiamo accettare questa versione: nessun rudere è venuto fuori nella zona industriale – da Bethlem a Gallitello – a testimoniare l’esistenza di un antico centro abitato in quella zona.

Molto prima che Potenza si trasferisse, secondo la leggenda – che per il Rendina, il Viggiano ed i suoi continuatori è storia – molto prima che la città si trasferisse dalla valle del Basento sul colle, antiche fonti, ignorate dai nostri storici, ci danno notizia dell’esistenza di un centro urbano fortificato sul colle e circondato da casali e da borghi. Città non certo tra le ultime, deve la sua importanza alla posizione geografica che le consente – siamo intorno all’anno mille – di aspirare – come Amalfi, Napoli, Sorrento, Gaeta e le maggiori città pugliesi a costituirsi in libero comune. Saranno i Normanni a soffocare, anche a Potenza, queste aspirazioni. Ma non potranno certo immiserirla.

Tra le maggiori città del Mezzogiorno continentale, Potenza apparterrà alla corona e sarà una delle trentasei città demaniali del Regno di Sicilia, accanto a Napoli, a Taranto, accanto ad Amalfi, ad Aversa, a Brindisi ed a Capua. “Città di illustre prestigio, molto vasta e popolata, ricca di viti e di campi coltivati”, Così viene descritta Potenza dall’arabo Idrisi nel 1154. Città illustre perché vantava antiche glorie come municipio romano e perché aveva attivamente partecipato alle lotte politiche e religiose tra l’VIII e il X secolo ed aveva, per un certo tempo, rappresentato il baluardo della chiesa romana contro l’invadenza di quella greca in Italia meridionale. Città di illustre prestigio perché tra le sue mura non vi era il conte, né il barone, ma soltanto ricche e potenti famiglie che avevano altrove, nel Vallo del Diano o nel golfo di Policastro, i loro feudi. Città vasta e popolata, ricca di chiese e di cappelle che ne dimostravano l’opulenza e la ricchezza.

3. Oggi, oltre la cattedrale, Potenza conta poche chiese parrocchiali di genere molto modeste. Credo cinque, comprese quelle di San Rocco e di Santa Maria, un tempo fuori la cerchia cittadina. Altrove, siamo tra il IX e il XIII secolo, sulla sola sommità del colle numerose fiorivano le chiese. Io ne ho contato – negli antichi documenti – ben ventiquattro. Ed erano ricche e fiorenti. E su tutte prevaleva – oltre quella della Trinità , la più antica – la cattedrale, dedicata ancora nel 1221, a Santa Maria. Ed era ricca e potente la chiesa cattedrale di Potenza: il suo vescovo aveva beni feudali ed era abate di Sant’Angelo in Bosco verso Lagopesole e barone del casale del Santo Sepolcro, l’attuale rione Santa Maria. Ed i suoi beni – scriveva un cronista a metà del XVII secolo - erano immensi: vi era tra i nobili potentini chi poteva donare al capitolo della cattedrale “tutte le terre oltre il fiume Altiera fino ai confini di Cancellara e di Pietragalla inclusovi il bosco detto oggi di San Gerardo”… E accanto alle chiese, i conventi e i monasteri: Benedettini, Cappuccini, Zoccolanti, Frati della Scarpa, Certosini, Cistercensi, Gerolomitani. I maggiori ordini avevano la loro comunità qui dove la riforma in genere aveva trovato seguaci e fautori (…) Città demaniale ricca ed autorevole, la ricordano i cronisti normanno-svevi, degna di ospitare ad un tempo Ruggero di Sicilia , Lotario imperatore e papa Innocenzo II. La nostra città – scrive il cronista – poteva ricevere allora “i primi signori del mondo accompagnati da numerosi eserciti”.

Con la caduta degli Svevi tramonta anche la fortuna di Potenza. Centro ghibellino, fedele a Federico II e poi a Manfredi, esso è coinvolto nella rivolta scoppiata nel Mezzogiorno d’Italia con la discesa di Corradino di Svevia. Cessa allora Potenza di essere città per divenire un borgo, quasi un casale. Scompaiono le antiche potenti famiglie : i Santasofia, i Castagna, gli Scornavacca, i Lettiero, i Grassinelli, Turacchi, i signori di Rivisco ed i Foresta hanno confiscati i loro beni e, con loro, altre 150 famiglie vengono condannate all’esilio perché “proditores”, ossia ribelli al vincitore di Benevento. Era la vendetta degli Angioini.

Prima fra le città meridionali ad innalzare le insegne imperiali, ultima con Lucera e con Gallipoli a cedere a Carlo d’Angiò, Potenza viene distrutta, le mura vengono abbattute e rase al suolo, le case dei ribelli saccheggiate dal popolo inferocito – il popolo è sempre contro i vinti ed a fianco dei vincitori – ed istigato alla vendetta e al saccheggio dallo stesso vescovo che aveva condannato l’insurrezione ghibellina. Incendiate le case dei “proditores”, rispettate soltanto le chiese. L’antica città che normanni e svevi – da Roberto il Guiscardo a Manfredi – avevano riservato sempre alla Corona, questa città oggi più non esiste. Ed a rendere più completa la sua rovina, il terremoto abbatte i resti dell’antica città.

Anche le chiese questa volta scompaiono. Delle vecchie chiese romaniche che ricchi cittadini avevano “innalzato con molta spesa” e che i soldati angioini avevano risparmiato nel 1269, non vi è più alcuna traccia. Povere e modeste sono le nuove chiese ricostruite dopo il terremoto e denotano le condizioni di miseria e di squallore in cui gli Angioini hanno ridotto l’antica città ghibellina. Al capitolo imperiale ed al governatore cittadino si sono sostituiti  il barone ed il governatore del conte di Potenza. I feudatari si succedono in questa città, che tarda a riprendersi, in una atmosfera di ignominiosa apatia. Spagna o Franza purché si magna! gridano i cittadini di Potenza convocati a Parlamento nel 1502, Viva Spagna e Viva Franza acclamano i cittadini di Potenza i rappresentanti del re Cattolico e del re Cristianissimo incontratisi nella nostra città per dividersi il regno. Nessun atto che denoti un senso di dignità in quella occasione. Abbandonata, isolata dal resto del Regno, non più collegata alle grandi città, Potenza rimane ancora uno dei tanti piccoli centri abitati senza storia e senza gloria. Soltanto, ma ben di raro, qualche barlume di speranza!

4. Il Rendina ed il Viggiano hanno ignorato il periodo in cui la nostra città raggiunse il suo massimo splendore. Ed hanno ignorato anche lo sforzo che la nostra popolazione ha compiuto nel corso dei secoli – dal ‘500 al 1799 – per non scomparire del tutto. E ciò hanno ignorato anche coloro che hanno scritto la storia di Potenza rifacendosi al Rendina e al Viggiano. Le antiche carte, le pergamene, i documenti che lo storico potentino moderno in genere ignora, ci pongono nelle condizioni di seguire le vicende del nostro paese dalla morte di Federico II all’inizio del XIX secolo. Apprendiamo da queste carte la presenza di letterati e giuristi che gli storici locali ignorano. Apprendiamo che dopo i de Guevara e prima dei Loffredo, conte di potenza fu un Lannoy. E possiamo seguire, in tutti i suoi particolari, i contrasti fra Università e feudatario per la promulgazione degli Statuti cittadini.

Attraverso le vecchie carte possiamo ricostruire le origini della nuova borghesia potentina e conoscere anche quelle di famiglie che, ancora oggi, vivono nella nostra città: gli Scafarelli, ricca e potente famiglia popolana a metà del XVI secolo; i Giuliani e gli Addone, iscritti al seggio della nobiltà nel XVII secolo. Ed ancora i Biscotti  ed i Ricotta alla fine del Settecento. Partecipano attivamente queste famiglie alla vita amministrativa del loro paese tra il Sei e il Settecento accanto agli Amati, estintisi  nei Ciccotti, agli Jorio, dei quali l’ultimo rappresentante è un modesto vigile sanitario a Napoli, agli Assisi, agli Atella, famiglie oggi scomparse, ma un tempo autorevolissime e potenti. Le antiche carte ci consentono di ricostruire in ogni suo aspetto la vita economica, sociale, ed amministrativa del nostro paese; da esse apprendiamo che anche a Potenza “massari” ed “artigiani” organizzavano in corporazioni i vari mestieri e che i mietitori pretendevano l’osservanza di un contratto collettivo che si fondava su antiche consuetudini. Ed apprendiamo l’origine della “Processione dei Turchi”.

5. Nel 1826 il Comune pubblicò un “programma delle feste” da celebrarsi in occasione della ricorrenza della giornata del santo patrono. In esso non è cenno alla sagra dei Turchi o a qualcosa del genere. E allora? Tutte le supposizioni che fanno risalire ad epoca precedente questa sagra sono prive di alcun fondamento.

Quale, allora, l’origine di questa tradizione che è comune anche ad altre cittadine lucane? Non certo, come sostengono alcuni, il “miracolo” attribuito ad un vescovo che avrebbe respinto una incursione degli arabi di Taranto nel X secolo, o, come sostengono altri, per ricordare la battaglia di Vienna del 1683. L’origine della sagra dei Turchi è molto più semplice. In una vecchia cronaca redatta dal cancelliere della Università di Potenza nel 1578 – e che per caso rinvenni in un registro dell’Università disperso tra alcuni protocolli notarili – viene descritto l’arrivo a Potenza del giovane conte Alfonso de Guevara. Per rendere omaggio al signore, Potenza – che sollecita la concessione degli Statuti cittadini – predispone grandi feste. Tra l’altro, si organizza con la partecipazione di tutta la città una grande parata nella vallata del Basento: due eserciti sono schierati in battaglia, quello spagnolo e quello turco.

“Guidò la cavalleria – si legge nella vecchia cronaca – il magnifico Oratio Teleo….. La Fantaria di poi uscì incontro sotto della cappella di Santa Maria di Betlemme con una vistosa salva. Si diede più assalti alla compagnia turchesca e moresca che stava nello Taglio Nuovo verso il Vaglio dov’erano fatti tre castielli ai quali si diede batteria e furono presi e abbruggiati…..Li Turchi e li moreschi incatenati furono posti addietro alla barca e seguendo per ordine prima la cavallaria poi la fantaria e poi la barca con sopra lo magnifico Oratio se ne vennero vicino alla città e propriamente al monte dove si rattrovò una compagnia di figlioletti con suonatori e tamburi e l’arcangeli tutti vestiti di bianco. E dal Monte – continua il cronista – andavano avanti e così s’intrò nella città”- Gli angeli, i cavalieri cristiani, la barca, i turchi….sono elementi oggi della sagra popolare. Era questa una cerimonia che piacque ai potentini e fu ripetuta in altre occasioni ad iniziativa – siamo nella seconda metà del XVI secolo – di Paolo Amati, il più autorevole dei nobili potentini. A metà del ‘500 e nel secolo successivo questa cerimonia aveva carattere esclusivamente civile. Soltanto qualche secolo dopo – dopo il colera del 1856 – Potenza volle ricordare la fine dell’epidemia e, da allora, la vecchia manifestazione assunse un carattere religioso e divenne leggenda. Ed è leggenda anche il  ritenere Potenza paese di pastori e di “bracciali”.

6. Quando nel 1735 Carlo di Borbone dispose la sua prima inchiesta nel Mezzogiorno d’Italia e volle conoscere le condizioni della nostra regione, su circa cento Università della Basilicata, soltanto diciassette erano amministrate da persone che sapevano apporre la propria firma. E tra queste era Potenza che impressionò il compilatore della inchiesta per il numero dei “letterati” e dei “dottori”, ossia teologi e dottori in utroque jure, numero che non si riscontrava in nessun altro paese della provincia nella stessa proporzione che a Potenza. E’ conseguenza questa del rifiorire degli studi umanistici e giuridici che, iniziatisi nella nostra città sin dal’600, preannunzia quel movimento intellettuale e politico che si concluderà nel XIX secolo con l’Affermazione di una nuova classe dirigente. Potenza, che assume una posizione di preminenza tra i paesi della Basilicata durante la resistenza repubblicana e che darà il maggior numero di vittime tra i giustiziati afforcati a Matera nel 1800, manterrà questa sua posizione per tutto il secolo XIX quando, dopo essere stata scelta nel 1806 come sede dell’Intendenza della provincia, rappresenterà il centro intorno al quale graviterà la vita amministrativa, economica e politica di tutta la regione.

Nel nuovo capoluogo convengono le migliori forze intellettuali della Basilicata, quelle stesse che assumeranno l’iniziativa rivoluzionaria nel 1820 e nel 1848 e che a Potenza – prima città del continente ad insorgere contro il Borbone – il 18 agosto del 1860 proclameranno l’unità d’Italia. Nel Seminario di Potenza, dove sin dal 1817 docenti e discepoli sono organizzati in una vendita carbonara e da cui usciranno Emilio Maffei e Rocco Brienza; nelle scuole potentine i giovani subiscono l’influenza romantica e vengono indirizzati ad esaminare i problemi del loro tempo sotto una veste diversa da quella che aveva caratterizzato, nei centri della regione lucana, la formazione della precedente generazione. A differenza di Nicola Sole e di Petruccelli della Gattina, che, pur partecipando attivamente alla vita del loro paese durante i moti del 1848-49, non riescono ad esercitare alcuna notevole influenza nella formazione della cultura lucana, un’impronta notevole vi lascia per l’attività svolta a Potenza, tra il 1830 ed il 1847, La Società economica della Basilicata.

Uniformando il proprio programma a quello dell’Illuminismo meridionale che aveva amalgamato l’empirismo del Condillac e il  liberismo del Montesquieu  con lo storicismo del Vico e richiamandosi alla dottrina e all’insegnamento di Mario Pagano e di Cataldo Jannelli, questa società – con Andrea Lombardi, prima, e poi, più concretamente, con Giuseppe d’Errico – riesce ad interessare la cultura lucana ai problemi che maggiormente tormentano l’economia e la vita sociale e politica della regione. Achille Brando, Raffaele Battista, Francesco e Pietro Rosano sono coloro che approvano l’indirizzo dato dal d’Errico agli studi storico-economici nella regione. Tali studi, dopo l’unità, saranno ripresi con maggiore impegno da uomini come Giacomo Racioppi e poi da Ettore Ciccotti e da Francesco Saverio Nitti.

7. Ancora alla fine dell’Ottocento Potenza rappresenta il centro di ogni iniziativa diretta alla formazione di una responsabile classe dirigente e nel 1912, conquistata l’amministrazione comunale da elementi radicali e socialisti, a Potenza, in un convegno per la lotta contro l’analfabetismo, si discutono seriamente quei problemi che, già nel 1902, erano stati oggetto del primo congresso socialista lucano e, ampiamente discussi in seno al Consiglio Provinciale, avevano indotto il potere centrale ad intervenire in favore della regione con la legge speciale del 1904.

Con il fascismo Potenza perde quella funzione che aveva esercitato per oltre un secolo nella vita della regione e che non riuscirà più a riprendere dopo il 1943. Leggere oggi le descrizioni della Potenza settecentesca lascia in noi – che amiamo il nostro paese che vorremmo sempre migliore – un profondo senso di malinconia e anche di colpa. In oltre un secolo e mezzo, dal 1907, anno in cui Potenza accolse l’Intendenza della Provincia, ad oggi quali sostanziali trasformazioni ci sono state nella nostra città se non quelle che ogni paese, anche il più misero ed il più retrogrado, ha avuto?

Le nuove case, i nuovi rioni, il nuovo centro industriale, tutto quello che è stato fatto a Potenza negli ultimi decenni – ancora pochi anni or sono in locali di pochi metri quadrati al di sotto del livello stradale[5] la gente viveva in condizioni inumane – tutto quello che è stato fatto a Potenza negli ultimi decenni è sempre molto poco per innalzare un capoluogo al rango di città….Non farò dei paragoni; fanno sempre male, anche quando ci convincono che quel che in altre regioni si fa nel giro di pochi anni – si guardi la Calabria ad esempio o la Puglia – per farlo in Basilicata occorrono anni, occorrono decenni. Mancano da noi le strade, mancano le scuole e soprattutto i mezzi per fare del nostro paese, della nostra Potenza una città degna di essere capoluogo di regione.

     

 


 

[1] La Conversazione, tenuta un po’ alla buona  in  presenza di amici non disposti ad ascoltare una esposizione più minuta e scientificamente curata, contiene solo degli spunti che, se da una parte non pretendono di esaurire completamento il discorso della ricostruzione storica di Potenza, dall’altra sono comunque dei puntelli preparatori di una successiva indagine storica più attenta e circostanziata realizzata più tardi in studi più complessi, come ad esempio in Potenza, dalla fondazione al XX secolo, in A.A.V.V. Città e territorio nel Mezzogiorno d’Italia fra Ottocento e Novecento.  

[2] Giuseppe Donato Rendina, arcidiacono della cattedrale di Potenza, ritornato nella metà del ‘600 nella sua città dopo aver studiato a Roma e Firenze, raccolte e riordinate antiche pergamene, ne volle scrivere la storia dedicandola al conte di Potenza del quale era al servizio.

[3] Emanuele Viggiano dopo aver ripreso l’opera del Rendina, talvolta trascrivendola quasi alla lettera, pubblicò a Napoli nel 1805 le sue Memorie della città di Potenza.

 

[5] Erano i cosiddetti sottani, abituri sotterranei, insani e scuri,  dei contadini e della gente del popolo che  ancora negli anni Cinquanta era possibile vedere  nel centro storico della città,