Storia

Venerdì 4 gennaio 2008 "uscita n. 2"

La tabula osca di Banzi

lex agraria o lex iudiciaria?

di Canio Franculli

 

 

 

 

 

 

Banzi vanta un pregiato testo epigrafico: la Tabula Bantina Osca. Per capire e poter parlare della Tabula Bantina occorre delineare l’orizzonte culturale, sociale e politico del periodo al quale la Tabula appartiene. Siamo nel I sec. a.C., Roma era in guerra con i Socii, città alleate di Roma. La vicina Venosa, che ha quello che le città socie invece non hanno e che costituisce la ragione della loro ribellione, si ribella anch’essa.

 Perché lo fece e cosa chiedevano i socii? Chiedevano di avere la cittadinanza romana e di poter godere dei privilegi legati al diritto romano, diritto di cui godeva, invece, pienamente la latina Venosa. Perché dunque si ribellò?  Una delle possibili motivazioni è rintracciabile nell’ "oscizzazione" della città, la quale "osservava come lingua ufficiale il latino, ma nella comunità includeva un importante nucleo osco" (10) il quale, dunque, rifacendosi alla propria originaria civiltà non aveva naturalmente mai accettato quella romana. Le perplessità, avanzate da non pochi autori (11), nel non riuscire a trovare una plausibile ragione nella scelta della città di Venusia, unica fra tutte le colonie latine che si misero contro Roma durante la Guerra Sociale, può trovare una delle sue ragioni nella fierezza di un’origine e di un’identità osca alla quale Venusia non voleva rinunciare. Pertanto nella città di Venosa la classe dominante necessariamente romana, o comunque fortemente romanizzata, non era di fatto talmente forte al punto da essere capace di sconfiggere il nucleo ostile, anti-romano, presente nella popolazione, senz’altro influente negli apparati politico-amministrativi della città e che senz’altro, per rafforzarsi, doveva trovare linfa in nobili culture ed ideali di riferimento quali potevano essere, anche se strumentalizzabili, quelli che rimandavano alla originaria identità pre-romana osco-lucana. La data della Guerra Sociale si colloca tra il 91 e l’89 a.C.. La Tabula Bantina Osca viene ufficialmente collegata al periodo immediatamente dopo all’evento dell’acquisizione della cittadinanza romana avvenuta dopo l’esito positivo della guerra dei Socii, e che comportò nelle provincie romane la nascita del municipium con l’acquisizione di uno statuto municipale redatto ad immagine di quello romano.

Nell’estensione della cittadinanza romana ai popoli italici molti autori vedono la nascita geo-politica dell’Italia così come la conosciamo oggi. Anche la nascita dei municipi romani, conseguenti all’esito della Guerra Sociale, viene vista come modello anticipatore della nascita dei comuni in epoca medioevale. Dalla stessa fonte, di cui alla nota (10) , si apprende che a Venosa non sono mai stati rinvenuti testi epigrafici di una certa importanza. L’ostilità venusina a Roma era dunque sufficientemente certa e forte. E’ ragionevole, d’altronde, pensare che la sottomissione coloniale non fosse mai stata accettata. Venusia era una città che nacque smisuratamente grande da subito. La sua popolazione non crebbe naturalmente nel corso del tempo. Era una colonia che ex novo nacque già molto popolosa. Le fonti comunicano che sia stata originariamente fondata con ventimila coloni, numero altissimo, che alcuni studiosi lo credono possibile solo se si ipotizza che la maggioranza di essi sia stata gente della zona attratta a Venosa soprattutto per la possibilità di occupare i vasti terreni agricoli disponibili. Anche la disponibilità dei terreni, sembra essere stata molto elevata. Se Venosa è stata popolata da flussi migratori provenienti da luoghi viciniori, tale gente doveva provenire innanzitutto dai due versanti più pianeggianti e quindi popolosi della zona: dalla vicina terra dauna canosina e dall’altrettanto vicina terra della piana bradanica e del basso Vulture e, quindi, da paesi che oggi si chiamano Palazzo S.G., Banzi o Genzano. Di questi tre all’epoca esisteva solo Bantia, città osca citata quale una delle undici il cui popolo apparteneva alla Lucania. Bantia è un luogo originario a fortissima ed antica impronta osco-sannitica. E dev’essere stato il nucleo degli “emigrati” da Bantia ad essere tra i più consistenti a Venusia se viene riferita di una possibile forte "oscizzazione" della comunità venosina.

 Si spiegherebbe, così, il calo demografico di Bantia intorno al Trecento a.C. e si spiegherebbe anche perché la Tabula Bantina è stata realizzata a Banzi: antica città a capo di una confederazione osca in epoca pre-romana e, quindi, che da tempi remoti esprimeva un riconoscimento territoriale di coesione e di identità al quale non rinunciò neanche nel periodo romano. L’antico villaggio del popolo bantino all’epoca, a differenza di ciò che invece successe a Venosa, non aveva goduto dei privilegi di modernità che  Roma aveva portato con sé, e si può ragionevolmente supporre che stava avviandosi al suo declino. Per sopravvivere prima una parte della sua popolazione emigrò, poi si romanizzò. Venosa, già nata latina, con quel forte ed anomalo insediamento colonico di cui si è detto, e il quale andò ad insediarsi sul piccolo sito indigeno pre-esistente, sembra non aver mai completamente accettata la colonizzazione romana e, di conseguenza, all’epoca non produsse niente d’ importante culturalmente e letterariamente, limitandosi ad una convenzionale produzione epigrafica legata alla commemorazione dei defunti e al corso honorum. L’anfiteatro e le terme erano manufatti urbani funzionali ad una migliore e pragmatica vivibilità, ma la civiltà alla quale Venosa sentiva di appartenere non era quella indotta dalla colonizzazione romana ma quella delle origini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma torniamo a Banzi. Quando in questo antico centro inizia il processo della romanizzazione si avrà anche l’adeguamento delle strutture religiose con la costruzione di un templum auguraculum in terris (12) che andrà a sostituire l’antica ara sacra osco-lucana sita presso l’attuale Fontana dei monaci. E di fronte al templum un ricco e potente sacerdote, Romanius, edificherà una grandissima domus con terme. Il templum in terris è l’unico del suo genere riportato alla luce nel mondo latino. Si sapeva della sua esistenza per i passi di autori quali Varrone (de l. L. VII, 6) ed altri ( quali Festo e Servio) ma fino al 1962 non ne era mai stato rinvenuto uno. Nell’area sacra delimitata quale templum dai nove cippi dedicati alle nove divinità, i sacerdoti traevano auspici per il futuro interpretando il volo degli uccelli in riferimento alla collocazione dei cippi stessi. Ma è la Tabula Bantina Osca il documento più importante di Banzi il quale, a tutt’oggi, è il più lungo documento in lingua osca rinvenuto con caratteri latini. Si tratta di una lastra di bronzo, scritta in lingua latina da un lato e in lingua osca dall’altro, di cui si hanno due frammenti: il più grande, che misura 38 cm. di altezza ed è largo 25, fu rinvenuto nel 1790 in territorio di Oppido ed è attualmente conservato al Museo Nazionale di Napoli; il più piccolo, che misura un’altezza di 12 cm ed è largo15,5 cm., rinvenuto sempre in località Lago della Noce ai piedi di Oppido, è stato scoperto nel 1967 ed è conservato presso il museo di Venosa. E’ stato grazie a quest’ultima scoperta che si è potuto determinare con certezza che il testo in lingua osca è stato scritto successivamente a quello latino. Infatti al centro del lato inferiore del lato osco vi è un foro che dalla disposizione delle lettere che lo affiancano si deduce che è stato praticato prima dell’incisione delle lettere. L’applicazione del foro ha invece rovinato la coincidente parola che lì era stata incisa sul lato che riporta il testo latino. Il foro serviva per affiggere pubblicamente con un chiodo la lastra su un muro.

"Le poco più che diciotto parole del testo latino non servono a dirimere la questione dell’identificazione della legge, che tuttavia sembra vincolata all’introduzione dello iusiurandum in legem per i senatori, attribuita ad Appuleio Saturnino. Non è il caso di riassumere le numerose ipotesi che hanno fatto della Tabula Bantina ora una lex agraria, ora una lex iudiciaria, attribuendole cronologie oscillanti tra l’età graccana e il periodo democratico di Cinna: il nuovo frammento non sembra infatti voler favorire l’una tesi piuttosto che l’altra". Così scrivono D. Adamesteaunu e M. Torelli in "Il nuovo frammento della Tabula Bantina" (Arch. Class., XXI, 1969, 1-17) riferendosi al testo in latino la cui datazione, avendo scoperto che è precedente a quello osco, è stata fatta risalire al periodo durante il quale con la Lex Julia dell’89 a.C., a seguito della guerra sociale che da poco aveva investito i territori romani, si estesero a tutte le città italiche sia la cittadinanza romana che lo stesso sistema municipale romano. La data attribuita alla lastra dagli stessi Autori si colloca tra l’80 e il 60 a.C., anni durante i quali si ha la costituzione del municipium, di cui al testo in lngua osca, e del templum augurale.

 

 

 

 

 

 

 

Infatti, mentre non è ancora stata diramata la questione riguardante l’attribuzione ad una precisa legge del testo scritto in lingua latina, sul testo scritto in lingua osca non vi sono dubbi: è senz’altro riferibile allo statuto del municipio bantino. Sono passati più di duemila anni da quando fu realizzata ma per la sua natura è, questo, il testo che di fatto costituisce la prima carta d’identità, pubblica e giuridicamente compiuta, della comunità di Banzi. Lo scriba dell’epoca, anzi gli scribi in quanto il testo è opistografo, servendosi di scalpelli e degli altri necessari arnesi del mestiere incisero sul bronzo le lettere costituenti i due testi avendo senz’altro una o più pergamene o tavolette sulle quali gli stessi testi erano stati incisi. Qualcuno, naturalmente, aveva pensato e scritto quelle pergamene; aveva avuto la cultura, il titolo e la necessità per farlo; aveva tratto, insieme agli organi collegiali del potere dell’epoca, territoriali ed extra-territoriali, dal contesto sociale e politico più ampio nel quale Banzi era inserita, la necessità storica e giuridica di realizzare la Tabula Bantina. Non era usuale scrivere su lastre di bronzo. Nessun documento del genere, senz’altro più pregiato e tecnologicamente più complesso di un’iscrizione su pietra, ci ha lasciato la vicina e potente Venusia.

Il manufatto di bronzo della Tabula Bantina comprende una raccolta di norme legali che riguardano espressamente il municipium Bantiae. Il testo in lingua osca riporta lo statuto municipale del paese. Questo municipio ha avuto all’epoca ragion d’essere per la storia che l’ha preceduto e che nel corso del tempo si era evoluta fino a produrre quelle circostanze economico-sociali e politico-culturali che hanno determinato la volontà e la necessità non solo di pensare ad un ordinamento giuridico ma di farlo, poi, anche solennemente scrivere su una lastra di bronzo. La traduzione del testo osco è la seguente:

"...se... il questore avrà irrogato la multa... giurerà di averlo fatto col consenso della maggioranza del senato, purché non meno di quaranta siano i presenti quando la questione sarà discussa. Se qualcuno vorrà intercedere, prima (di intercedere) giurerà in comizio, scientemente senza frode, che egli impedisce quei comizi per il bene pubblico e non per il favore o l’odio contro qualcuno, e che egli fa ciò col consenso della maggioranza del senato. Non potrà tenere comizi nello stesso giorno colui al quale qualcuno impedisca i comizi in tal modo.

Chiunque, dopo questa legge, voglia tenere comizi su questioni capitali o pecuniarie (?), farà in modo che il popolo emetta la sentenza dopo aver giurato che il suo giudizio riguardo a quelle cose corrisponde a quello che egli ritiene il bene pubblico e impedirà che qualcuno giuri in malafede. Se qualcuno avrà tenuto i comizio avrà agito contrariamente a queste norme, sarà la multa di tale entità: 2000 sesterzi. Se qualche magistrato volesse multarlo gli sia consentito multare purché in misura inferiore.

Se qualcuno *pro magisterio* avrà fissato ad un altro giorno (del comizio) per questioni capitali o pecuniarie, questi non potrà tenere i comizi se non quando avrà parlato (?) presso il popolo per quattro volte e il popolo non avrà appreso (?) il giorno stabilito (?). Quattro volte né più di cinque egli discuterà con l’imputato prima di emettere la sentenza e quando infine avrà discusso con l’imputato da quel giorno per trenta giorni non potrà tenere comizi. Se qualcuno avrà agito contrariamente a queste norme, se qualche magistrato volesse multarlo gli sia consentito, purché in misura inferiore, gli sia consentito.

Quando i censori di Bantia faranno il censimento del popolo, chiunque sia cittadino bantino sia censito, egli e la sua proprietà secondo quella legge con la quale i censori avranno stabilito di censire. Ma se qualcuno non si presenterà al censimento per malafede e verrà convinto di questo, *pro magisterio* nel comizio sia venduto alla presenza del popolo senza frode e in base a offerta.

L’intera famiglia e il suo patrimonio tutto quanto sarà in suo possesso che non sarà stato censito sarà pubblico.

(Il) pretore o (il) prefetto che, dopo questa legge, saranno a Bantia, se qualcuno vorrà alla loro presenza agire legalmente con un altro *pro iudicato manum asserere* intorno a quelle cose che sono scritte in queste leggi, non glielo impedirà(nno ?) entro i primi dieci giorni. Se qualcuno contrariamente a queste norme farà impedimento, sarà la multa di tale entità: 1000 sesterzi e se qualche magistrato volesse multarlo gli sia consentito (purchè) in misura inferiore, gli sia consentito.

(Nessuno sarà) pretore o censore a Bantia se non sarà stato questore, nè sarà censore se non sarà stato pretore. E se qualcuno sarà stato pretore e se (qualcuno sarà stato censore e ) questore costui in seguito non sarà tribuno della plebe. Se mai qualcuno (contrariamente a queste norme divenmterà magistrato a) Bantia. Lo sarà diventato iniquamente...".

Il parere unanimamente espresso sul testo osco è stato quello di dividere lo statuto in sei paragrafi: 1°: limitazione del diritto di intercessione;  2° e 3°: disposizioni sui comizi giudiziari (procedura penale);  4°: disposizioni sul censo;  5°: procedura civile;  6°: cursus honorum (13). Naturalmente sono stati numerosi gli studi che hanno riguardato la Tabula Bantina , numerose sono quindi anche le ipotesi interpretative in merito a molti aspetti che la riguardano. Una di queste è inerente la lingua osca, in merito alla quale vi è chi sostiene che nel testo bantino la sua latinizzazione rappresenti il massimo risultato in assoluto dell’adattamento dell’osco al latino e chi, invece, ritiene che la sua forma e la sua struttura siano un’espressione dialettale locale riferibile specificamente a Bantia. La lingua osca ha comunque avuto tre sistemi grafici: uno di origine greca, l’ altro etrusco ed un altro latino. "Quest’ultimo nota un testo principe quale la tavola bantina, che è un documento eccezionale anche per le modalità della sua costituzione e pertanto non può considerarsi paritetico con gli altri due alfabeti e neppure allo stesso titolo di come l’alfabeto latino nota le iscrizioni peligne, vestine ect." (14).  Da una lettura sulla Tabula Bantina risalente al XIX sec. si ricavano spunti sulle probabili abitudini dell’antica popolazione osca di Banzi. Si riporta, infatti, che la Tabula Bantina "... ha defatigati gli ingegni di Gaetano Martini, degli Accademici Ercolanensi che la pubblicarono da poi, del P.Paolino da San Bartolomeo, di Raimondi Guarino che del pari la pubblicò nel 1820; di Enrico Franchino; e da ultimo del nostro Cataldo Jannelli, che con novella interpretazione divolgò al mondo letterato contenersi in quella Tavola il costume idioetnico, e caratteristico dei nostri Osci; che, sia in ciascun anno, sia in dati periodi di tempo i nostri popoli Homophili riuniti e congregati al tempio (Fanum) di qualche patria Divinità, amichevolmente insieme banchettavano. E’ del pari certo, che in questi festivi banchetti "tribulii" molte città convenivano, quantunque non fosse facile conoscerne il numero. Però di certo erano i Bantini, indicati nel verso 20 e 28 della Tavola" (15).  In sintesi, dunque, la Tabula rappresenta una tappa fondamentale di studio e di confronto per chiunque si avvicini allo studio della civiltà sia pre-romana che romana e, in particolare, del diritto moderno che trova nel reperto bantino un autorevole riferimento originario.