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Venerdì 5 Dicembre 2014 "uscita n. 14"

Le lotte contadine nel secondo dopoguerra in Basilicata (seconda parte)

di Raffaella Faggella

 

 

               Descrizione: http://www.olioofficina.it/media/articoli/429-pag.jpg           

                                            Rocco Scotellaro il poeta delle lotte contadine

 

                                 

                                         L’età di Scotellaro

 1. Con la guerra perduta e con una situazione economica aggravata il problema della terra nel 1945 assunse proporzioni allarmanti. Il governo dell’epoca, invece di risolverlo in maniera sistematica, ricorse a procedimenti inadeguati che non recarono alcun vantaggio alla produzione agricola: vedi Decreto Gullo del 19 ottobre del 1944, che prevedeva la concessione delle terre incolte ai contadini per brevi periodi o provvedimenti tampone per fronteggiare la grave crisi economica come l’incremento dei lavori pubblici e i cantieri di rimboschimento. Se la disoccupazione generale in Italia era in quel periodo gravissima fino a superare i due milioni di unità, particolarmente rilevante nelle regioni del Sud risultava quella agricola con un totale di 633.000 lavoratori agricoli disoccupati nel Mezzogiorno e nelle Isole.

       La concessione delle terre incolte o insufficientemente coltivate se sotto certi aspetti era riuscita a risolvere situazioni limite, servì anche ad inasprire i rapporti tra le parti  contrapposte dando origine in alcuni casi ad autentici fatti di violenza. Ogni anno, infatti, prima della semina si verificarono nel dopoguerra occupazioni di terre anche coltivate, per mesi migliaia di contadini dopo essersi riuniti in piazza alle prime luci dell’alba a piedi o a dorso di mulo partivano dai paesi per raggiungere proprietà incolte, si spartivano la terra, la picchettavano e cominciavano a dissodarla, mentre la debolezza dimostrata dai governi in alcuni casi incoraggiava l’illegalità: non tutti gli occupanti di terre erano braccianti agricoli disoccupati e nullatenenti, ma spesso ad essi si mescolavano sfaccendati e mestatori politici. Questo purtroppo favorì il verificarsi di fatti dolorosi con morti e feriti durante le occupazioni in Calabria e nelle altre regioni del Sud, compresa la Basilicata. 

       Le sedizioni, cominciate nel Nord, dove un’autentica febbre agitatoria percorreva sia le fabbriche che le campagne (a Molinella il 7 maggio 1949 fu uccisa dalle forze dell’ordine una mondina), proseguite con virulenza maggiore nel Sud d’Italia, ebbero un epilogo ancora più  tragico il 29 ottobre dello stesso anno a Melissa nei pressi di Crotone, dove l’irruzione di trecento uomini nel feudo Fragalà, di proprietà del barone Berlinghieri si concluse con una sparatoria che lasciò due morti sul posto.

         Anche in Basilicata, soprattutto dopo la rottura del fronte popolare del 1948 si verificarono  diversi assalti al latifondo nel melfese e nel materano che ebbero il loro epilogo più drammatico a Montescaglioso, dove durante l’occupazione della proprietà dei Tarantino perse la vita il bracciante Giuseppe Novello falciato da una raffica di mitra dei carabinieri. Quest’ultimo, dopo essere stato trasportato  in gravissime condizioni nell’ospedale civico di Matera, moriva a 33 anni lasciando moglie e figli. L’episodio tragico di Montescaglioso, che non mancò di turbare e commuovere l’opinione pubblica di tutta l’Italia, così viene celebrato da Scotellaro in una delle sue poesie:” E’ caduto Novello sulla strada dell’alba / a quel punto si domina la campagna / a quell’ora si è padroni del tempo che viene / il mondo è vicino da Chicago a qui / sulla montagna scagliosa che pare una prua.” 

   2.   A questo punto per concludere sul fenomeno storico dell’occupazione delle terre avvenuto nel Sud e in Basilicata nel biennio 1948-1949 occorre riconoscere che, per quanto il movimento contadino non si sia espresso più come nel passato in forme spontanee e tumultuose che riproducevano il modello delle antiche jacqueries (la risoluta entrata in gioco delle masse rurali nella storia d’Italia deve essere spiegata anche con il lavoro di organizzazione assiduo e minuto operato dai partiti della Sinistra che fornirono ad esse una più matura consapevolezza dei loro diritti) queste invasioni, pur alleviandone le asprezze, non ebbero il risultato di modificare totalmente la vita miserabile di quelle plebi di campagna, come dimostra l’imponente e nuova emigrazione che per vent’anni dal 1951 al 1971 li costrinse ad abbandonare il Sud per dirigersi verso il Nord e l’Europa, che - a differenza di quella a cavallo del ‘900- ebbe un carattere definitivo.

       Manlio Rossi Doria[1], una delle menti più lucide del mondo politico-culturale di allora, che insieme a Scotellaro fiancheggiò le lotte tra cui si svolse la vicenda sofferta e lacerante della fame di terra e di lavoro che sconvolse in quegli anni l’Italia meridionale, distingue giustamente due momenti diversi  nella storia del nostro Paese a partire dal 1944: un primo decennio (1944-1954) che lui definisce “di rottura con il passato” (i cui effetti vengono riconosciuti innanzitutto nel “ritorno dei reduci e dei prigionieri, l’inflazione selvaggia, la disoccupazione massiccia”) caratterizzato da lotte e gravi conflitti sociali, e di un successivo trentennio (1954-1984) durante il quale per effetto della Riforma Fondiaria e il funzionamento della Cassa per il Mezzogiorno si concretizzarono processi innovativi che, per quanto non modificassero totalmente gli antichi squilibri e le tradizionali strutture, tuttavia innestarono criteri riformistici che creando un nuovo clima contribuirono in qualche modo alla crescita dell’economia meridionale.

                            Il nuovo fronte meridionalista

  3.  Il nutrito fronte meridionalista nazionale, a partire dal Congresso di Bari [2](27 gennaio 1944) si divise in due schieramenti: quello democratico (che vide l’opera di Manlio Rossi Doria e Pasquale Saraceno, rispettivamente orientati soprattutto a ritenere fondamentali alla soluzione del problema meridionale l’incremento dell’economia agraria e lo sviluppo industriale quali chiavi di volta per rispondere all’arretratezza delle regioni del Sud) e quello della sinistra, che dalle pagine della rivista “Cronache meridionali” riprese con vigore i termini della linea gramsciana che indicava la soluzione della questione meridionale  nel ruolo guida della classe operaia nei rispetti del mondo contadino.

       Accanto al compito fondamentale rivestito dai teorici che diffusero i loro scritti sulle pagine di “Cronache meridionali”, occorre ricordare i meriti di un altro grande meridionalista, Francesco Compagna, che portando ad unità le diverse posizioni meridionalistiche dalle pagine della rivista “ Nord e Sud”, di impostazione liberal-democratica, si preoccupò di sviluppare la linea, che era stato già dello Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno ), dell’intervento pubblico per favorire anche nel meridione lo sviluppo industriale, che secondo Compagna si prospettava come una fondamentale soluzione del ritardo di sviluppo del Sud d’Italia rispetto al settentrione.

                        Le riforme degli anni Cinquanta

      Il dibattito meridionalistico del dopoguerra si è concretizzato in una vasta azione legislativa a favore del Mezzogiorno, che negli anni Cinquanta e Sessanta si è tradotta in due importanti realizzazioni: l’istituzione  della Cassa per il Mezzogiorno (10 agosto 1950), ente creato ad hoc per lo sviluppo industriale del Sud con la legge n. 646 e l’avvio della cosiddetta Riforma Agraria, con l’approvazione della legge stralcio del 28 luglio 1950, che nell’intenzione  dei legislatori, in senso Keynesiano, indicava nel progressivo sviluppo agricolo-fondiario, promosso e implementato dall’intervento dello Stato, un fondamentale propulsore dell’avanzamento delle regioni meridionali.

       In effetti, per quanto il movimento della Riforma Agraria e Fondiaria, segnando finalmente la conquista del diritto di proprietà  dei contadini meridionali, venisse in qualche modo a risolvere finalmente la loro atavica fame di terra, esso si rivelò alla fine, secondo alcuni, anche una sconfitta di dimensioni storiche, in quanto sconvolse i valori tradizionali dell’esistenza contadina, che si riconoscevano innanzitutto più nell’individualismo e nel familismo[3] che nella disseminazione forzosa della proprietà imposta dalla Stato.

     Quanto agli effetti prodotti dall’azione della Cassa del Mezzogiorno, occorre dire  anche che, senza ridurre l’importanza dell’azione dell’Istituto nel favorire un certo sviluppo industriale nel meridione, il drenaggio delle risorse pubbliche, avvenuto in senso stretto con l’intervento straordinario dello Stato e realizzato di fatto dalle banche, ha contribuito molte volte a creare favoritismi e clientele e non di rado ad alimentare lo stretto legame che ancora sussiste nel Sud tra le mafie locali e il potere politico.

       Non si può negare tuttavia che, nel periodo compreso fra gli anni ’60 e ’70, le distanze tra il Nord e il Sud d’Italia si siano notevolmente accorciate, che le condizioni di vita degli abitanti del meridione anche per effetto dell’intervento pubblico siano migliorate rispetto al passato, ma occorre anche aggiungere per amore della verità  che le risorse stanziate dalla Cassa per favorire lo sviluppo industriale delle regioni del Sud più che sostenere con gli investimenti l’economia locale hanno finito per arricchire un’imprenditoria esterna[4]attratta prevalentemente dalla possibilità di arricchimento personale. Giustamente Montanelli così ribadisce questa verità nel volume XVII della sua Storia d’Italia: “Le avidità, intendiamoci, non furono soltanto meridionali. Qualcuno ha sostenuto, con buone pezze d’appoggio, che la Cassa del Mezzogiorno fu, inizialmente, una Cassa del Settentrione. Era il Settentrione infatti che produceva i macchinari, i trattori e molti altri manufatti di cui il Sud doveva essere dotato..”. 

    A questo punto dobbiamo chiederci che cosa resta del disegno  promosso dall’intervento speciale della Cassa? Rimane soprattutto il sogno infranto dello sviluppo industriale del Sud, che si riconosce tristemente ancora oggi nelle fatiscenti costruzioni abbandonate come balocchi sventrati, le antiche cattedrali, un tempo produttive e frequentate, ora distrutte dal tempo e saccheggiate. Forse anche per questo nel 1983 il governo Fanfani si è preoccupato di liquidare in fretta la Cassa per il Mezzogiorno, dichiarando così il suo fallimento.

      Gli anni ’80 sono stati caratterizzati dall’investimento di ingenti somme ed interventi di ogni genere (per far fronte alle distruzioni di ampio raggio operate dal catastrofico terremoto del 23 novembre del 1980), che invece di risollevare la situazione delle popolazioni locali hanno finito per alimentare maggiormente il legame di interesse tra politica e criminalità.  I successivi anni ’90 hanno fatto registrare un disinteresse quasi totale per i problemi del meridione d’Italia, non perché la “questione meridionale” avesse trovato una definitiva soluzione, ma soprattutto in quanto l’interesse dell’Europa a risollevare le zone depresse ha in parte affrancato i nostri governanti dal dare una risposta  esclusivamente nazionale alle necessità degli abitanti del Sud.

 

                              Un  conclusivo bilancio

 4. Se oggi volessimo stilare un bilancio sull’intervento meridionalistico dello Stato negli ultimi cinquant’anni della nostra nazione, al termine di queste note dovremmo concludere che sono evidenti  effetti sia positivi che negativi: certamente il meridione vive oggi una situazione migliore dal punto di vista economico, sociale e culturale rispetto agli anni dell’immediato dopoguerra, ma bisogna ammettere che il Sud  ha visto anche un progressivo deterioramento della situazione morale, dovuto alla progressiva degenerazione della politica che, praticando la cultura dell’assistenzialismo clientelare, senza curarsi di distinguere la propria azione da quella dell’illegalità, screditandosi ha contribuito ad aprire un baratro fra il proprio mondo intimo e quello esterno, sancendo di fatto col proprio comportamento il divorzio tra governanti e governati, tra èlite e masse popolari.

      Se infatti non si può negare che un’alfabetizzazione più diffusa, le autostrade, la circolazione degli uomini e delle idee, anche per effetto della televisione, contribuendo ad accorciare le distanze hanno sottratto buona parte delle popolazioni meridionali, specialmente le giovani generazioni, all’antico isolamento, è vero anche che mafia, camorra, corruzione politica e clientelismo hanno giocato e giocano ancora un  fondamentale ruolo negativo soprattutto nelle aree maggiormente gravate dal sottosviluppo. Purtroppo, come risulta dalla maggior parte delle analisi degli studiosi, la società meridionale, malgrado l’innegabile progresso, appare ancora oggi gravemente lacerata e sconnessa sia sul piano economico che su quello sociale: ad alcune isole di intensa attività produttiva agricola e industriale fa da riscontro la sterminata ma, insieme, gracile e fragile landa delle occupazioni amministrative e burocratiche, prese d’assalto da una massa crescente di disoccupati e sottoccupati, soprattutto giovani diplomati e laureati.

        La situazione del meridione d’Italia è tanto più pesante nell’attuale crisi economico-finanziaria europea che ha travolto anche paesi caratterizzati da una salda economia, compreso il nostro. Se quasi tutte le regioni europee del nord risentono negativamente della recessione globale, essa è tanto più evidente nel meridione d’Italia, dove il reddito medio delle famiglie, che fino a ieri cresceva lentamente, ha subito una stasi, anche a causa dell’attuale crisi delle imprese e per effetto della disoccupazione cresciuta in modo esponenziale, sicché alcune aree del Mezzogiorno, in particolare la nostra, occupano l’ultimo posto nel novero delle regioni europee.

 

                                  Nota bibliografica

Barbagallo F. Mezzogiorno e questione meridionale, Napoli 1980

Barbagallo F. La modernità squilibrata del Mezzogiorno, Torino 1994

Calice N. Lotte politiche e sociali in Basilicata, Roma 1974

Chabod F. L’Italia contemporanea, Torino 2002

Cestaro A. Le grandi inchieste parlamentari, in Storia della Basilicata, Bari 2002

 Cinanni P. Lotte per la terra nel Mezzogiorno, Venezia 1979

Compagna F. La questione meridionale, Venosa 1992

Corti P.( a c. di) Inchiesta Zanardelli sulla Basilicata,Torino 1976

Galasso G. Il Mezzogiorno. Da “questione” a “problema aperto, Manduria 2006

Giura Longo R. La Basilicata moderna e contemporanea, Napoli 1992

Fortunato G. Che cos’è la questione meridionale, Rionero in Vulture 1993

Gramsci A. Il Risorgimento, Torino 1949

Montanelli I.- Cervi M., L’ultima colonia in Storia d’Italia,vol.XVII, Milano 2004

Piscopo U.- D’Elia G., La “Questione meridionale” in  Aspetti e problemi del Sud, Napoli 1977.

Procacci G. La storia degli italiani, Bari 1998

Romeo R. Profilo della storia d’Italia, Rubettino 1981

 

 


 

[1] Nel suo osservatorio di Portici, dove accolse tra i suoi collaboratori anche Rocco Scotellaro, in una fase cruciale della storia dell’Italia contemporanea Doria diresse a cominciare dal dopoguerra una serie di indagini sul problema della proprietà della terra e dei relativi rapporti di lavoro  che confluirono in alcuni studi (tra i quali spiccano Riforma agraria e azione meridionalistica, apparso nel 1948, e Dieci anni di politica agraria, pubblicato dieci anni dopo da Laterza) che conservano ancora oggi una grande validità, benché sia venuta meno ormai la fame di terra e di lavoro che sconvolse in quegli anni le campagne del nostro Paese.

[2] All’indomani della liberazione, nel 1944, si tenne a Bari un Congresso di tutte le forze politiche antifasciste le quali, riprendendo il discorso interrotto nel ventennio e ponendo il problema al centro del dibattito nazionale,  convennero di affrontare con impegno rinnovato la questione meridionale che il fascismo aveva addirittura negato.  

[3] Eduard Banfield, psicologo sociale americano, passando al setaccio con i suoi perceptions tests alcuni luoghi tipici della  regione, ritenne di aver isolato l’etos della nostra gente riconoscendolo in un atteggiamento fondamentale da lui definito “familismo amorale”, con un’espressione che voleva qualificare una visione della vita per la quale la famiglia risultava l’unico bene in una società completamente chiusa, incapace di intrattenere rapporti con l’esterno e inadatta a comunicare.

[4] Non sono mancati imprenditori del Nord che furono in parte benemeriti, come ad esempio i Rivetti, che hanno avuto il grande merito di aver fatto conoscere Maratea dal punto di vista turistico, ma anche quelli che potrebbero sembrare meno interessati al guadagno, dallo stesso Rivetti ad Agnelli, sfruttando i contributi dello Stato hanno fatto affari d’oro  anche nel Sud investendo esigui loro capitali.