Storia

Martedì 29 Giugno 2010 “uscita n. 6”

Maratea “ città libera”: note storiche sulla cittadina tirrenica

di Raffaella Faggella                             

 

 La maggior parte delle opere degli studiosi che hanno scelto di parlare di Maratea, da Carmine Iannini al Cernicchiaro, si aprono quasi tutte con una comune nota di scetticismo, che con poche varianti si ripete sempre uguale: la lamentatio circa la mancanza di fonti dirette e l’assenza quasi totale di dati documentari. Molte volte lo storico di turno, quasi per giustificarsi, è costretto ad ammettere che alcune sue affermazioni non sono altro che il frutto di personali supposizioni. Nel caso di Maratea occorre dire in verità che le fonti non sono del tutto inesistenti, anche se, come è spiegabile, esse difettano soprattutto per la fase iniziale delle origini, ma una cosa è certa che a partire dall’anno mille, pur non disponendo di dati sempre sicuri, è possibile una ricostruzione almeno plausibile dei principali avvenimenti che hanno coinvolto direttamente o indirettamente la cittadina tirrena. In ogni caso agli studiosi rimane la possibilità di  utilizzare la toponomastica[1] che ci viene in aiuto sia per dimostrare i primi tempi della città, sia per sottolineare le caratteristiche di alcuni luoghi che hanno attualmente valenza turistica.

Il toponimo     

 Il nome Maratea, come tradisce il suffisso “tea” sembra voler sottolineare un’antichissima presenza del sacro in questo luogo, anzi un’arcaica  facies religiosa, che - come riferisce il Damiano- è ben leggibile anche nella toponomastica di altre località («presso la contrada Fiumicello sorse il tempietto a Venere che divenuto sacello cristiano diede il nome alla località Santavenere»[2]). Lo stesso Mons. Damiano, dopo una lunga ricerca sul toponimo, giunse a respingere una tale interpretazione di esso, che, per quanto fascinosa etimologia, gli sembrava più consona ad una considerazione turistica («Maratea non è la cittadina moderna sorta sul lido e che, poco per volta, ha esteso il suo lungomare con le file simmetriche di platani ombreggianti»[3]), proponendo piuttosto per “tea” il più probabile significato di veduta, che però si affrettò a ricusare per una più complessa etimologia, facendo derivare il termine Maratea da “Mar”, che significa grandioso ed “ Etei”, il popolo greco che avrebbe fondato la città; sicché la parola significherebbe, secondo il Damiano “città dei Grandi Etei”. Spiegazione alquanto macchinosa, resa anche più improbabile dal fatto che gli Etei  erano già scomparsi allorché Maratea veniva fondata [4]. Non mancano interpretazioni più banali, come quella che farebbe derivare il nome da un altro popolo greco, i Marateni che dimoravano su di un’isola non distante da Corcira, o quella del Racioppi[5] che pretende di  associare il nome di Maratea alla pianta del finocchio, dal greco màrathon, per cui essa null’altro vorrebbe dire se non “ finocchiaia”, o “terra in cui cresce il finocchio”. E si potrebbe continuare  ad elencare altre discutibili soluzioni.

 E’ stato giustamente sottolineato che molte volte «i nomi di luogo rispecchiano la lingua che si parla in una certa località nel momento in cui vengono attribuiti»[6], poi può accadere che essi siano modificati da chi viene successivamente ad abitare nelle stesse contrade, in quanto poco rispondenti alle nuove necessità dei parlanti, o subendo solo le leggi della modificazione fonetica, rimangano quasi inalterati, nel caso in cui si riconosca al nome stesso un profonda dignità e una sicura autorità . E’ questo il caso del nome Maratea che nella sua struttura compositiva dichiara la sua vetustà, cosa che si ripete puntualmente per altri nomi di località presenti nella zona, quali Castrocucco, Filacàra, Calicastro, Coccovello. Che cosa hanno in comune tali nomi? Essi sono tutti nomi composti che nella loro struttura fondono elementi linguistici sia del greco antico[7] che del latino[8], come dimostra inequivocabilmente il termine Calicastro, che è formato dall’aggettivo greco kalòs con l’aggiunta del suffisso di origine latina castrum.  

 Gli studiosi delle lingue meridionali, a cominciare dal Rohlfs, hanno riconosciuto nel dialetto di Maratea[9](il cui lessico allo stato attuale risulta evidentemente caratterizzato dalla complessa mescolanza di parole calabro-lucane con la immissione di voci del dialetto campano) un fondamentale fondo di arcaicità che ne tradisce le lontanissime origini. Ma quando è nata la lingua degli abitanti di Maratea? La presenza consistente del greco potrebbe fare pensare ai secoli più antichi della prima colonizzazione dei Greci che vennero a stanziarsi sulle coste meridionali respingendo gli antichi abitatori di quei luoghi nell’interno. Sarebbe questa una soluzione affascinante alla quale pochi hanno saputo resistere, ma essa contrasta con la presenza evidente nei nomi del secondo elemento latino, che in qualche modo si è integrato con quello greco, fondendosi con esso. Questa integrazione linguistica non poté avvenire certamente nella fase iniziale dei primi contatti dei greci con i latini, ma presuppone un plurisecolare rapporto di parlanti che ad un certo punto decisero di adottare insieme due lingue di pari dignità. Tale fusione linguistica avvenne con tutta probabilità all’inizio dell’era cristiana, allorché molti uomini di religione cristiana di cultura e lingua greco-bizantina decisero di stabilirsi in occidente. E proprio all’opera dei monaci basiliani si devono, probabilmente, i primi insediamenti e la manifesta propensione dei marateoti per il sacro, come testimonia anche la toponomastica, che spesso tradisce la presenza della religione in questo luogo. Questa mia affermazione è confermata anche dalle seguenti considerazioni del Prof. A. Brando:« Ritengo che la questione della ricorrenza del sacro a Maratea vada ricondotta innanzitutto alle origini della città, ma potrebbe trovare un’ulteriore spiegazione anche nella particolare posizione geografica dei primi insediamenti. Sappiamo che l’uomo si rivolge a Dio quando si sente debole e indifeso, e questa comunità nel passato, direi fin dalla fondazione, è stata sempre esposta ad ogni specie di pericoli: soprattutto saccheggi provenienti dalla gente del mare, non solo saraceni, ma anche pirati aragonesi che imperversarono per molto tempo lungo le nostre coste. Direi che da questa debolezza strutturale è nata la disposizione della gente del luogo ad avere un rapporto costante con la divinità, come dimostra la costruzione di tante chiese che si trovano disseminate un po’ ovunque nel territorio, e il nome che è stato assegnato da tempi immemorabili a molte località che sono intitolate ai santi, come ad esempio, Santojanni, che non è altro che  la ritrascrizione toponomastica di San Giovanni, o altre più evidenti quali San Basilio, Sant’Elia etc. ». [10]

Si deve concludere, pertanto, che la toponomastica presente nell’area di Maratea dichiara delle più tarde origini grecaniche piuttosto che greche. Si apre così, accanto alla già battuta strada delle origini classiche di Maratea, la nuova pista dell’ipotesi basiliana che gli storici nostri hanno in qualche modo preso in considerazione, senza però percorrerla fino in fondo.

Maratea “città libera”        

 Da questo momento in poi si entra nella storia vera di Maratea, e con storia vera intendiamo quella che si compone di eventi dimostrabili attraverso i documenti scritti.Certamente non mancano per i fatti dell’Alto Medio Evo che hanno coinvolto la città e il territorio di Maratea atti e testimonianze, ma, a parte la bolla di Alfano I [11], che per la prima volta attesta la presenza di Maratea nella storia, per tutti gli avvenimenti che precedono l’anno mille agli storici molte volte non rimane se non formulare ipotesi, che quando non sono suffragate dal sostegno della ricostruzione archeologica o linguistica, pur essendo in alcuni casi fascinose, rimangono prevalentemente allo stato di supposizioni. Nel Basso Medio Evo la presenza di Maratea è più frequentemente attestata da documenti, e pertanto più storicamente sicura. Infatti a cominciare dalla seconda metà del 1200 il nome della città che, come sostiene Racioppi, pure risultava negli atti precedenti dell’ordinamento svevo-normanno delle città, ma per errore assegnato alla Calabria, non suscitando più dubbi e oscurità, rientrava nei suoi confini regionali, come attestano i Registri della Cancelleria Angioina  fatti redigere da Carlo d’Angiò dopo la battaglia di Benevento (1226). Poiché la ristrutturazione politico-amministrativa rispondeva soprattutto al proposito dei francesi di sottoporre al carico fiscale sia le città sia i castelli, anche i mille abitanti del Castello di Maratea vennero duramente tassati in base al calcolo dei fuochi (190) presenti nel maniero. Le condizioni dei cittadini rivieraschi non dovevano essere migliori, quando infuriò la “guerra del vespro” (combattuta aspramente da Francesi ed Aragonesi per il possesso della Sicilia), taglieggiati e continuamente alle prese con le continue scorrerie dei predoni del mare di qualsiasi bandiera. Molti di loro, unendosi ai lavoratori agricoli del monte andarono ad ingrossare la popolazione del borgo di Maratea Inferiore che sorgeva a mezzacosta in una situazione geografica sfavorevole, in luogo umido, privato della luce del sole da novembre a gennaio, ma più sicuro perché nascosto fra i monti e poco visibile dal mare.

Quando la pace di Caltabellotta (1302) pose termine alla contesa assegnando la Sicilia agli Aragonesi, gli abitanti di Maratea, che a questa data comprendeva contemporaneamente gli abitanti del Borgo e del Castello, malgrado le precedenti vessazioni, preferirono rimanere fedeli alla corona di Francia piuttosto che passare dalla parte degli Aragonesi, come avevano fatto altre comunità locali  per non subire la violenza dei soldati del mare aragonesi, scagliati contro i paesi della costa da Ruggiero di Lauria. La fedeltà dei maratei ai francesi fu compensata con l’assegnazione di importanti privilegi, primo fra tutti lo stato di “Città libera”, che, non sottoponendo più gli abitanti ai precedenti gravami fiscali e contributivi, li poneva alle dirette dipendenze della corona e li preservava dal rischio dell’infeudamento. E’ possibile verificare l’attendibilità e l’entità di tali privilegi se passiamo in rassegna alcuni documenti del secolo successivo, che appartengono alla Cancelleria Aragonese, nei quali si fa riferimento a una serie di richieste dei cittadini di Maratea di privilegi e prerogative giuridiche già goduti precedentemente e  riconfermati dai nuovi dinasti, i quali nel frattempo erano saliti sul trono di Napoli(1443) spodestandone i francesi. A più riprese l’Università di Maratea, cioè la somma degli abitanti del Monte e del Borgo, vedeva riconfermati tutti i vantaggi già goduti nel passato. Ma gli Aragonesi, rivelatisi ben disposti come gli Angioini ad accordare ai maratei quelle concessioni,  precedentemente solo consuetudinarie e divenute con loro diritti sanciti per iscritto, non erano destinati a durare a lungo nel regno di Napoli, perché dovettero fare i conti con la volontà di rivincita dei francesi, che guidati dal loro sovrano CarloVIII percorsero tutta la penisola e senza che nessuno si opponesse conquistarono, come dice il De Sanctis, l’Italia col gesso, tracciando semplicemente sulla carta i nuovi confini degli stati. A questi fatti politici di primaria importanza dovette dare il suo contributo anche Maratea, se è degno di fede l’episodio dell’assedio del Castello da parte dell’esercito di Carlo VIII, il quale, dopo aver devastato i territori meridionali ed aver cinto di assedio la fortezza, dovette rinunziare alla sua conquista per l’intervento miracoloso di San Biagio. Così il Tancredi riferisce i fatti attribuendo alla tradizione popolare il racconto, che più probabilmente è il prodotto della fantasia di un prelato del luogo desideroso di aggiungere un altro fatto miracoloso ai prodigi già attribuiti al Santo armeno: « Mentre le sue truppe iniziarono nottetempo la scalata, i difensori e i guardiani si cullavano in beati sogni, ma figuratevi lo spavento, quando, nel più bello del sonno, si sentivano suonare degli schiaffi sonori, e mica teneramente, mentre la campana suonava a storno. Fra il suono degli schiaffi e quello delle campane, i prodi difensori si svegliarono, e gli assalitori si ritirarono(…)C’è chi dice che a suonare gli schiaffi sia stato il Santo» [12].                                

Verso il “Secolo d’oro”                                 

 Nel ‘500, dopo aspre contese degli stati europei per il possesso dell’Italia, Il Regno di Napoli passava sotto il diretto controllo della corona asburgica, che, l’avrebbe tenuto fino alla Pace di Cateau Cambresis (1559 ) che, sancendo la crisi dell’impero di Carlo V,  consegnava nelle mani del figlio Filippo II quasi tutti i domini imperiali dell’Italia, comprese le province meridionali. Con la dominazione spagnola l’Italia meridionale avrebbe conosciuto una delle parentesi più oscure della sua storia, dando inizio ad una decadenza in tutti i campi che si sarebbe arrestata solo alle soglie del secolo successivo. Anche Maratea dovette sentire il peso del malgoverno spagnolo, conoscendo un lungo periodo di stagnazione, di letargo quasi, per effetto della dura politica fiscale del vicereame di Napoli che, incurante delle attività commerciali e produttive della città rivierasca, aveva ridotto, se non annullato, il suo traffico portuale. A dire il vero i guai della cittadina tirrenica erano già incominciati sotto il dominio di Carlo V (il quale attribuendosi il nome di Carlo I aveva avocato a sé la corona del regno di Napoli) che, certamente poco al corrente della situazione del sud d’Italia e ignorando la tradizione ormai consolidata di Maratea città regia e, come tale libera dai vincoli feudali, consentiva  il 6 aprile 1530  la vendita in feudo della città per una somma di 10.000 ducati al conte Andrea Carafa di Policastro. Questa pratica, cominciata sotto Carlo I, sarebbe stata successivamente istituzionalizzata, divenendo uno degli affari più loschi del vicereame di Napoli. Ma la città tirrenica solamente una volta corse il rischio di infeudazione, poi per fortuna ne fu esente per sempre, anche perché, dopo la crisi dell’ancien regime la storia spingeva ormai verso il ‘700. Il secolo rivoluzionario dei diritti e della libertà, foriero di grandi progressi in ogni campo, sarebbe stato anche per  Maratea un periodo aureo, “il secolo d’oro” per eccellenza a causa di una straordinaria coincidenza di fattori e circostanze favorevoli di natura economica sociale e culturale che, aprendo nuovi scenari nella storia della cittadina tirrena, avrebbero lasciato un’impronta positiva anche nella prima parte del secolo successivo.

 

 

 


 

[1] La toponomastica è quella branca della linguistica che studia i toponimi su basi storiche.

[2] D. Damiano, Maratea nella luce della storia e della fede, Foracchio, Sapri 1965, p. 98.

[3] D. Damiano, cit., p.9

[4] A proposito della data di fondazione di Maratea esistono diverse congetture degli storici che in assenza di documenti non arrischiano una data precisa, ma collocano i primi insediamenti nel tempo che va dal terzo all’ottavo secolo a.C.

[5] Cfr. G. Racioppi, Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Loescher 1889.

[6] P. Stoppelli, Maratea greca Maratea romana: ipotesi storiche attraverso la toponomastica, in “ Atti del Convegno Nazionale di Archeologia”, a cura del Centro Culturale di Maratea 1987.

[7] Oltre ai diversi toponimi, quali Brefaro,Filacàra,Profiti, che qualificano la sua antichissima origine, il lessico del dialetto di Maratea è ricco di evidenti grecismi, come cropo (concime) sparto (ginestra), catòio, cullura, cataforno etc.   

[8] la lingua di Roma è presente più del greco nel dialetto locale, sia nel lessico - come testimoniano alcune voci che ancora sopravvivono quasi intatte, come jussu, crai, nzerta ( serto, corona),  fenu, fera, celu – e, in modo più consistente nella morfologia e nella sintassi, come attesta prima di tutto la coniugazione delle seconda e terza persona singolare dei tempi verbali: vènisi ( da venis), vèniti ( da venit), crèdisi, crèditi, èrisi, la cui pronunzia, pur dipendendo dalla normale aggiunta dalla finale vocalica “i”, tipica dei nostro linguaggio piano,  suscita spesso irrisione negli estranei.

[9] Nel panorama linguistico non uniforme della Basilicata si riconoscono aree differenti che vengono così distinte dagli studiosi: a) una zona meridionale, caratterizzata da fenomeni di arcaismo linguistico; b) una poco individuata che condivide le caratteristiche di dialetti contermini quale il campano o il pugliese; c) una terza intermedia che mescola fenomeni di arcaismo linguistico ad influenze alloglotte; d) due zone in cui si parlano dialetti di origine settentrionale, del tipo gallo-italico, presenti rispettivamente nel potentino e in alcuni comuni molto prossimi a Maratea, quali Trecchina e Rivello. Pur essendo confinante con essi, il dialetto della cittadina tirrenica presenta tratti specifici della zona più arcaica che viene di solito definita “area Lausberg” dal nome dello studioso che l’ha individuata. 

[10] R. Faggella, Cultura e tradizione a Maratea., intervista ad A. Brando, “Cittanova”, 20 agosto 2005.

[11] L’arcivescovo Alfano di Salerno fa menzione di Maratea in una lettera del 1079, confermando la sua presenza entro i confini della diocesi di Policastro.

[12] L. TANCREDI, Maratea, Napoli, 1978, p. 34.