Normanni, Bizantini, Saraceni e il ruolo della Lucania intorno all’anno mille

di Canio Franculli

Lunedì 9 Marzo 2009 "uscita n. 4"

Intorno al 1042/43 si collocano i primi storici contatti fra i Normanni e la regione lucana allorquando Guglielmo d'Altavilla (Detto “Braccio di ferro”) ottenne dal principe longobardo Guaimario di Salerno il ducato di Melfi, quale compenso per i servizi prestati contro i Saraceni. Da quel momento si consolida la conquista normanna nel Mezzogiorno d'Italia che vedrà in breve tempo il radicamento forte del nuovo popolo sul territorio lucano.

Diversi signori normanni con l'accordo di fine anno 1042, firmato a Melfi, conseguente alla vittoria ottenuta sui Bizantini e culminata con la cacciata del governo greco-bizantino da Bari, si assegnano contee lucane nei territori dei comuni allora esistenti.

In particolare, secondo la cronaca lasciataci da Amato di Montecassino:

a) Asclettino Drengot diventa signore di Acerenza con residenza nel castello di Genzano;

b) Attolino a Lavello;

c) Drogone a Venosa;

d) Tristaino a Monte Peloso;

e) a 12 conti fu invece assegnata Melfi.

Più incisivi saranno gli anni che videro l'affermazione del potere nella mani di Roberto il Guiscardo, fratello di Guglielmo d'Altavilla e primo duca normanno nominato custode e garante delle terre del Sud per conto del Papa in occasione del secondo Concilio Lateranense che si tenne a Melfi nell'anno 1059, presieduto da Papa Niccolò II.

Pertanto nella zona dell’Alto Bradano e del Vulture risulta influenzato dalla cultura normanna tutto il territorio che gravita intorno ai comuni di Palazzo San Gervasio, Acerenza, Banzi, Lavello, Venosa e, naturalmente, Melfi. Ma altrettanto influenzati saranno le confinanti località di Minervino, Trani e Castel del Monte sul versante dauno-pugliese.

Circa le testimonianze oggettive presenti nella zona dell’Alto Bradano si cita a Palazzo il palazzo marchesale, comunemente definito castello. L'impianto, che alla data attuale non è stato ancora ristrutturato, risale all'epoca della dominazione normanna e s'inserisce nell'ambito di quel fenomeno chiamato "incastellamento" dell'XI sec. .

Il fenomeno dell'incastellamento produsse in Basilicata effetti straordinari perché tutto il territorio regionale fu disseminato di roccaforti, torrioni, palazzi fortificati e castelli. Alcuni di questi, molto vicini a Palazzo S.G., sono stati completamente restaurati, ed anche perché sedi di spazi museali costituiscono mèta regolarmente frequentata dal turismo culturale, come i vicini castelli di Melfi e di Lagopesole.

A Banzi si cita l’abbazia benedettina di Santa Maria (di impianto longobardo risalente all'VIII secolo d.C.) che ebbe la protezione normanna e a livello architettonico fu ampliata dai signori normanni che ne allargarono il perimetro e ne estesero, a beneficio della Santa Sede Romana, la proprietà terriera. A Venosa la chiesa della SS.Trinità fu scelta quale cappella di sepolcro della famiglia di Roberto il Guiscardo la cui tomba è ancora in loco.

Gli eventi storici di quegli antichi anni accaddero in uno scenario geografico della nostra regione che durante il Medioevo era completamente diverso da quello attuale. Era uno scenario funzionale alla vita dell’epoca con sterminate distese di bosco che coprivano le alture appenniniche inseguendosi tra i dirupi e i calanchi, mentre a valle  le popolazioni locali disponevano delle zone pianeggianti che seguivano i corsi dei fiumi.

Nel sistema agro-alimentare e socio-economico dell’epoca i boschi costituivano una ricchezza invidiabile. Oltre a garantire un continuo e sicuro approvvigionamento del fabbisogno di legname, elemento di civiltà di primaria importanza, soddisfacevano in maniera efficiente e generosa al fabbisogno di alimentazione sia con i suoi prodotti alimentari tipici che con la possibilità, data dalla cacciagione, di poter usufruire di una grande varietà di fauna selvatica. Costituivano inoltre il naturale ambiente dove poter allevare allo stato brado animali domestici quali suini o mucche.

A valle degli sterminati territori boschivi una terra pianeggiante, e perciò idonea alle coltivazioni e fertile per la presenza dell’acqua, si stendeva lungo i corsi dei fiumi allargandosi per divenire pianura in varie zone della Lucania: dalla Val d’Agri alla Murgia materana. Per queste sue caratteristiche la Lucania medioevale era, perciò, una terra ricca e generosa che esercitava un forte richiamo nei confronti delle popolazioni limitrofe e di quei nuclei sociali di passaggio che erano alla ricerca di luoghi dove potersi insediare definitivamente.

A testimonianza di tale ricchezza si registra l’altissimo numero di castelli e di abbazie presenti nel nostro territorio, edificati  soprattutto tra il Mille e il Milletrecento nel periodo normanno-svevo. In quei lontani anni, lo splendore economico e politico della Lucania ebbe inizio intorno all’anno Mille quando nella regione convivevano le popolazioni dei Longobardi, dei Musulmani e dei Bizantini che con le loro signorie, i loro principati e califfati governavano le terre del Sud tra le ingerenze e le alterne alleanze con le altre due grandi potenze dell'epoca: la Chiesa Romana e l'Impero Germanico d'Occidente. Ciascuno di questi popoli aspirava a conquistare la piena supremazia sugli altri, ma senza riuscirvi.

I Longobardi si trovavano nel Mezzogiorno d'Italia dalla seconda metà del VI sec.  ma non erano mai riusciti ad occuparlo completamente. La loro sete di dominio si spense nell'VIII secolo dopo aver provato, senza riuscirvi, ad impadronirsi di tutte le terre meridionali. Il loro centro di potere nel Sud era il ducato di Benevento.

Il duca di Benevento, intimorito dalla sconfitta subita dal suo re Desiderio nel Nord Italia, che nell'anno 774 fu vinto dalle truppe di Carlo Magno chiamate in aiuto dalla Chiesa romana, abbandonò le sue velleità di conquistatore per non dover poi compromettere, considerando la forza che andava acquisendo il Papa e i suoi alleati, gli stessi tenimenti già in suo possesso. Si rassegnò, quindi, a tenersi quello che già possedeva.

Anzi, invece di espandersi i Longobardi del Sud si divisero in 3 principati, ognuno dei quali svilupperà una sua specifica politica di alleanze per garantirsi la sopravvivenza. Il rapporto con la Chiesa romana, presente nel territorio con le sue diocesi e i suoi monasteri, cambiò fino a spingere i Longobardi, fortemente interessati dalla necessità di non mettersi contro Roma, a finanziare la nascita di chiese e conventi che poi venivano donati al Papato.

La donazione dell'Abbazia benedettina di Banzia, strategicamente collocata sul confine tra le terre di Capitanata e il principato longobardo di Benevento, si pone in questa cornice di necessità diplomatiche indirizzate a favorire l'alleanza con Roma. L'Abbazia fu donata a Montecassino con atto di donazione dell'anno 798. Naturalmente la donazione a Montecassino era in realtà una donazione rivolta alla stessa Chiesa di Roma e al suo principe il Papa.

I Longobardi con questo gesto, emulando la donazione del re longobardo Liutprando del castello di Sutri al Papa, scelgono di favorire la chiesa latina a discapito di quella di rito greco-bizantino. Negli ultimi anni dell' VIII secolo ebbero così fine i tentativi longobardi di sottomettere le terre meridionali al loro dominio e d'ora in avanti le vicende storiche di conquiste coinvolgeranno anche altri popoli, in particolare i Musulmani, conosciuti anche con il temutissimo nome di Saraceni.

I Musulmani avevano conquistato la Sicilia nell'827, togliendola ai Greci. Nel 916, con la sconfitta militare di Garigliano ad opera di un esercito cristiano, furono cacciati via dall'isola ma mai completamente, né abbandonarono del tutto molte delle terre continentali a suo tempo conquistate.

Nell'anno Mille i Musulmani vivevano quindi nelle terre del Sud insieme ai Longobardi nonché ai già citati Bizantini, popolo appartenente all'antica stirpe ellenica dei Greci. Questi ultimi erano presenti addirittura dall'VIII secolo avanti Cristo nell'Italia del Sud. Erano i greci, quel popolo di viaggiatori, padri della Magna Grecia ,che aveva dato i natali a geniali scienziati siciliani come Archimede o a filosofi lucani quali Parmenide o Zeno.

Antica e mai assopita era la loro pretesa di appropriazione di queste terre di cui vantavano la piena legittimità di possesso. Erano le terre che in un'epoca antica avevano dovuto abbandonare a causa dell'espansionismo romano per poi riprendersele sempre a causa di Roma, anche se questa volta non in nome della sua grandezza bensì del suo definitivo declino, quando infatti la capitale dell'impero romano d'Occidente da Roma passò a Bisanzio, o Costantinopoli. Naturalmente anche i Bizantini avevano accarezzato il desiderio di unificare nel loro nome le terre del Sud scacciando, oltre ai musulmani, anche la gente longobarda.

I Bizantini spesso abitavano a pochissime miglia dai centri latini o longobardi. Non distavano molto lontani da Banzia, sede di quel monastero latino donato a Roma dai Longobardi, avendo una loro chiesa strategicamente importante nel villaggio di Tolve, al confine tra le terre di due principati longobardi, quello di Salerno e di Benevento, nonché vicino all'antico vescovato latino di Acherunzia.

Immediatamente alle spalle dei monti di Tolve sorgeva Tricarico, un altro importante centro del culto bizantino. Ma non erano solo Longobardi e Chiesa romana i vicini di casa dei due centri soggetti a Costantinopoli in quanto anche i Musulmani vivevano nelle loro immediate vicinanze. Infatti dirimpetto a Tricarico, oltre le sponde opposte del fiume Basento, inerpicandosi sulle spettacolari montagne locali sorgeva il villaggio di Pietrapertosa divenuto, tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo, il rifugio del musulmano Loukas che con la sua banda spadroneggiava in atti di brigantaggio nella zona.

Banzia, Acherunzia, Tolve, Tricarico, Pietra Perciata (Pietrapertosa): in un fazzoletto di terra di poche centinaia di chilometri convivevano quattro etnìe. Troppe per un territorio così piccolo. Tolve e Tricarico erano rette dal culto religioso greco-bizantino e amministrate da vescovi metropolitani soggetti al patriarca di Costantinopoli, Acherunzia e Banzia da quello latino, mentre a Pietrapertosa viveva con la sua banda saracena il califfo Loukas. Questa era la situazione di quei tempi, all'epoca in cui a proposito di Loukas e delle sue scorribande ebbe a scriverne il funzionario di Tricarico, un ufficiale soggetto alle leggi di Bisanzio con il titolo orientale di catapano e che si chiamava Gregorio Tarchanéiôtes.

Così egli scrive: " Loukas il miscredente e l'apostata aveva occupato anche il kastellion di Pietrapertosa e, non contento di moltiplicare in tutta l'Italia (bizantina) oppressioni e rapine, si era impossessato di terre altrui come un brigante: così prese il territorio del kastron di Tricarico, di cui erano proprietari da lungo tempo gli abitanti e non permise più che questi entrassero nelle loro terre per coltivarle. Noi abbiamo dunque cacciato da Pietrapertosa Loukas e i suoi correligionari e allora gli abitanti del kastron di Tricarico presentarono denuncia riguardante i limiti del loro territorio. Abbiamo dunque convocato il tassiarca Costantino Kontou che portò con sé gli abitanti del kastellion di Tolve: con l'accordo delle due parti, egli ristabilì i limiti delle terre di Tricarico e di Acerenza quali erano anticamente (…)".

Molti erano allora i soggetti in campo, le signorie e i principati che si combattevano per i propri interessi, e nessuno di essi riusciva a far prevalere sugli altri il proprio modello culturale, religioso ed amministrativo. La compresenza eterogenea di più modelli culturali e politici, religiosi ed economici in spazi geograficamente ristretti determinava, in particolare nelle zone prossime del confino, lotte, tensioni e conflitti con i quali la popolazione locale doveva necessariamente conviverci con abitudinarietà quotidiana. La differenza di stili ed organizzazioni, dovuta ai diversi sistemi etnici coesistenti, favoriva un diffuso senso di precarietà che a sua volta alimentava necessariamente un atteggiamento di furbizia, corruzione e violenza socialmente controllabile solo con la forza delle armi. Due erano le armi allora esistenti: c'erano quelle reali legate al sistema giudiziario del padrone di turno e c'erano poi quelle, ancora più potenti, che richiamavano al peccato e alla dannazione eterna e il cui signore era il Papa di Roma o anche il Califfo dei temibili Saraceni.

Agli inizi dell'anno Mille lo scenario politico e sociale è quello di una società pervasa moralmente da una grande corruzione di cui era protagonista anche e soprattutto la Chiesa. E proprio per questo era da essa che il popolo attendeva una risposta che fosse stata in grado di eliminare corruzione e precarietà.

Un diffuso sentimento di attesa, un desiderio di superamento della corruzione e di pace sociale pervadeva perciò i popoli dell'epoca. Mille e non più di Mille. Anche questa, la fine del mondo, era una delle possibili soluzioni che l'Occidente di quegli anni si attendeva quale terribile risposta di Dio al degrado universale dell'epoca. Ma la fine del mondo non ci fu. Ci fu, invece, la nascita del movimento monastico cluniacense e l'avvento in Italia dei Normanni, anche questi provenienti dalla Francia.

Questi due eventi segnarono l'anno Mille catapultandolo con forza fuori dalla precarietà politica e religiosa. I Normanni riuscirono lì dove i Bizantini, i Longobardi e i Saraceni avevano fallito. Con la Chiesa a fianco seppero unificare le terre del Sud. Tra i principali protagonisti di tale storia troviamo Roberto il Guiscardo e il Papa Urbano II, troviamo l'abbazia benedettina di Santa Maria che fu consacrata nel 1089 dal Papa della prima crociata che qui vi giunse alla fine di agosto con 33 vescovi provenienti dalle principali diocesi del Sud, dalla Sicilia alla Campania, e presenti in zona a causa del terzo Concilio Vaticano che si tenne  a settembre a Melfi.

Il motivo dell'incontro dei 33 vescovi e della nobiltà laica  fu la preparazione, con i necessari accordi politico-militari, dei lavori del Concilio. In quella sede si parlò naturalmente dei rapporti tra occidente ed oriente. Ed è storicamente attendibile che fu, quindi, nella strategica terra lucana che gli incontri tra le autorità ecclesiastiche e quelle politico-militari normanne, che da tempo avevano manifestato forti interessi per l’oriente, gettarono le indispensabili basi per le crociate in terra santa.

Papa Urbano II venne a Banzi fortemente sollecitato dai principi Boemondo e Ruggero figli di Roberto il Guiscardo, a loro volta  accompagnati dai numerosi baroni e conti del loro seguito. Poco più di cent'anni dopo sarà un altro principe, normanno da parte della madre, l'imperatore Federico II di Svevia, che segnerà con forza il protagonismo della terra lucana nella storia. Morto poi Manfredi, figlio di Federico, ucciso in battaglia a Benevento dall’esercito di Carlo d’Angiò, nuovo alleato del papa, comincia, secondo molti autori, il declino del territorio lucano che nel corso del tempo lentamente si troverà sempre più emarginato a livello socio-economico e politico-culturale nella storia della modernità degli eventi occidentali.