Storia

Martedì 29 Giugno 2010 “uscita n. 6”

 

Oralità e letteratura popolare nell’area di Oppido

 di Francesco Saverio Lioi

  

1.La poesia, nella forma epico-lirico-narrativa, ha accompagnato la storia dell’umanità dalle origini ad oggi. La poesia narrativa orale  è stato la  prima espressione della creatività umana, in un secondo momento, quando si è avuto bisogno di affidare a dei segni grafici ciò che le parole esprimevano, si è passato a codificare il primo  documento orale della storia dell’occidente. Alludiamo, non v’è chi non se n’ accorga, ai poemi omerici, nati per il desiderio di narrare e ricordare le imprese degli antichi eroi, patrimonio ormai dell’immaginario collettivo. Si era ancora nel tempo in cui l’uomo sentiva la sua esistenza con animo perturbato e commosso, tempo in cui la fantasia era la fonte di spiegazione di tutto ciò che avveniva intorno. E la fantasia, (dal verbo greco phantazomai, immagino, Platone Aristotele) è la facoltà per cui un oggetto, un fatto, un avvenimento vengono mostrati alla mente. Il semantema è quello di phaino, mostro, rivelo, appaio.

All’origine della letteratura occidentale, che coincide con la letteratura greca, non era la razionalità, ma la fantasia a dare spiegazioni dell’esistenza umana, era la fantasia che rivestiva di belle parole gli accadimenti belli e brutti, e, l’aedo, con parole che fluivano dalla sua bocca come fiocchi di neve, illustrava al suo pubblico i miti che nel tempo si erano formati, miti che racchiudevano religione e superstizione, che davano speranza e attutivano paure, che spiegavano il perché della vita e della morte. E tutto questo ha costituito materia della letteratura orale, che ha segnato l’inizio della storia umana, che ha segnato i primi passi della civiltà, nel senso di vita associativa in una polis, in una civitas, ma anche in un numero ristretto di uomini che per fare gruppo hanno avuto bisogno di sentirsi uniti in imprese eroiche loro appartenenti. In tali gruppi l’aedo cantore è diventato il depositario delle tradizioni dei padri, lo stregone, il saggio del gruppo, colui che parlava per ispirazione divina, colui che prestava la voce alla divinità. L’Odissea ci dà due esempi di aedi cantori, Femio e Demodoco, ai quali il re Alcinoo e la regina Penelope si rivolgono con rispetto e venerazione.

La letteratura oggi non comprende solo i testi scritti di autori consacrati dalla critica accademica o da terza pagina. In tutte le società esiste una letteratura orale, anzi tutte le letterature sono iniziate con l’oralità, che esprimeva componimenti di varia natura e che dal Romanticismo in poi vengono rivalutati, presi in considerazione e studiati. Fuerunt ante Homerum poetae, disse l’antico avvocato, che, certamente, non scrivevano, ma raccontavano: questi sono gli aedi cantori depositari delle tradizioni dei padri, che tengono uniti il gruppo nel ricordo degli eroi e delle loro imprese. Era la voce che trasmetteva il racconto, che tramandava la storia dei padri, le imprese degli eroi, ma è stata la scrittura che le ha tramandato nel tempo.

 

                 Vixere fortes ante Agamemnona

                                Multi; sed omnes inlacrimabiles

               Urgentur ignotique longa

                Nocte, carent quia vate sacro.

 

 

Molti eroi vissero prima di Agamennone, ma tutti, senza pianto, sconosciuti, sono chiusi in una lunga notte, perché mancano di un sacro cantore.( Orazio:Carm. IV 19, 25-28).

 

E’ la poesia, quella affidata alla scrittura, dice Orazio, che rende eterne e che consacra le imprese umane alla memoria dell’uomo, le quali se non hanno la consacrazione del poeta, giaceranno nell’oblio del tempo. In una società colta come la nostra, inevitabilmente, la letteratura orale è non solo influenzata, ma soppiantata da quella scritta ed ancor più, oggi, dall’immagine. La portata di quest’influenza dipende dalla cultura dei fruitori dei testi orali, che il più delle volte sono trasposti in immagini, le quali sono fruite da persone non abituate alla lettura. Dalla trasposizione in immagini i Promessi Sposi sono stati conosciuti dal grande pubblico, cioè da tutte quelle persone che mai avrebbero preso in mano il testo scritto da Alessandro Manzoni.

2. Quando la cultura di un popolo è di livello basso e la sua alfabetizzazione è quasi nulla, è il testo orale ad aver peso. Infatti, i testi orali spiccano in quelle società che non hanno tradizioni scritte e che sono all’inizio del loro percorso culturale. Man mano che procede l’alfabetizzazione, i testi orali si eclissano e corrono il rischio di sparire, se non interviene la scrittura a codificarli. Andremmo al di là del nostro intento, se facessimo riferimento all’oralità omerica: la prima circolazione dei poemi omerici, dell’Iliade e dell’Odissea, dico, è stata orale. Essi sarebbero rimasti solo nel ricordo, come tutti i poemi del Ciclo, se non fossero stati fissati dalla scrittura nel VI sec. a. C. Questa è, in piccolo, anche la storia esterna delle nostre storie sacre.

Esse, nate verso la fine dell’Ottocento in un periodo di scarsa o nulla alfabetizzazione del popolo oppidano, si diffusero per via orale, perché cantate o recitate in occasioni topiche della vita associativa: le feste religiose.  Gli autori non scrivevano, narravano o cantavano: sono stati altri che hanno fissato con la scrittura quanto quegli aedi moderni cantavano davanti ad un popolo rapito da quel canto.  E quando un popolo è retto dalla tradizione orale, è la parola a guidare i comportamenti di vita; quando si ha fiducia cieca nella tradizione dei padri, che per gli antichi uomini era il mos maiorum, allora la letteratura orale mostra forte varietà formale, che comprende una ricca tradizione di miti, leggende, racconti epici. Ogni popolo ha attraversato il suo stadio della fantasia, quando ha creato la sua mitologia, la sua storia sacra, che si radica nelle credenze religiose ereditate dalla propria storia. Nasce così la letteratura orale che racconta con la parola la storia umana e religiosa che ha accompagnato l’uomo nel suo cammino. Questa normalmente precede la letteratura della scrittura, che inizia col fissare sul materiale, che l’epoca offre, quanto l’oralità ha prodotto.

Della letteratura orale fanno parte non solo le Storie Sacre, da noi messe in relazione con i cosiddetti Inni Omerici, ma anche i racconti, i cosiddetti cunti, che una volta i nostri nonni ci raccontavano nelle serate d’inverno, seduti intorno al focolare. Fanno parte di tale letteratura le preghiere, le storielle, gli indovinelli popolari. Quando non esiste la scrittura, è la memoria che diventa il veicolo di trasmissione attraverso la parola, è l’orecchio che riceve lo stimolo per immagazzinare nella mente quanto ascolta. A questo punto si ingenera il processo oralità – auralità, che per intere epoche storiche ha retto la vita associativa dell’uomo. Su questo processo, per fare un esempio molto semplice e vicino alla nostra vita associativa durata fino a non molto, si fondava il lavoro del banditore, il quale attraverso le vie del paese, gridava le sue notizie che erano raccolte da quanti ascoltavano.

3. Si hanno esempi di testi di componimenti orali lunghissimi, tramandati per secoli in forma e contenuti immutati, quando i testi vertono su tradizioni religiose: è questo il caso delle Storie Sacre. Queste si sono mantenute immutate nel tempo anche perché, dietro di esse, vi era la mente di un poeta, il quale, pur avendo composto i suoi poemetti in un tempo in cui la scrittura era in grande vigore, li ha affidato alla trasmissione orale, non conoscendo egli stesso la scrittura. La trascrizione di tali poemetti non è servita per la lettura, ma solo per la loro sicura conservazione.

Diversa è la storia dei cosiddetti canti popolari, i quali subivano continue trasformazioni nel testo e nel loro contenuto. Canti anonimi piegati alla fantasia del cantore che spesso fondeva vari canti, adattandoli all’occasione. Anche questi hanno avuto bisogno di una trascrizione e di una fissazione, ma su di essi  è necessario fare uno studio filologico attento e spesso ricostruttivo.

Molti altri testi sono andati irrimediabilmente perduti, perché anonimi, di limitato interesse socio-religioso o solamente d’ intrattenimento e mai affidati alla scrittura. Sono andate perdute le canzoni rivolte alle persone, in modo particolare alle ragazze per una qualche loro anche insignificante trasgressione dei canoni di comportamento. Erano canti d’occasione che avevano vita breve non solo, ma spesso erano ritenuti offensivi per la famiglia cui apparteneva la ragazza. Erano canzoni allusive e a dispetto, non erano cantate, se non in determinate occasioni e per breve lasso di tempo (fin quando durava la maldicenza sulla ragazza) anche per rispetto alle persone cui si alludeva, e, quindi per questo dimenticate.

Se qualcuna di queste canzoni è stata tramandata, è giunta variata,  con omissioni di parti ed interpolazioni di ogni genere. Sono andati perduti anche i cunti, soppiantati dalla letteratura infantile giunta anche a Oppido e dal mezzo televisivo che ha frastornato i più piccoli con i fantasmagorici cartoni animati. Il cunto ha fatto la fine del focolare: nelle case di oggi non vi è né l’uno, né l’altro. Ricordo il titolo di un cunto, racconto, di mio nonno: Giuanne senza paura, non la fabula del racconto, soppiantata, nel mio immaginario, dalla narrativa scritta e di autore. Questa, però, spesso tramanda e conserva la letteratura popolare orale, come fanno le Fiabe italiane di Italo Calvino, ma ne falsa la genuinità e la saporosità.

4.Tecnica specifica del narratore orale, dell’aedo cioè, che gli permette di ricostruire a piacere una storia tradizionale, è lo stile formulare: per situazioni similari egli usa sempre le stesse parole e la stessa sequenza di parole concatenate fra di loro.

La letteratura orale usa un linguaggio colloquiale proprio del pubblico che l’ascolta, linguaggio che nei racconti in versi comprende sempre registri letterari, quali la rima, le assonanze e l’uso sapiente delle figure retoriche, che nascono spontanee in un cantore illetterato.

Fanno parte della letteratura orale anche le barzellette nate nell’ambiente su personaggi tipici: queste spesso caratterizzano situazioni e modi di vivere meglio di qualsiasi descrizione. A queste vanno affiancati i proverbi, le canzoni alle persone che escono dai normali comportamenti, quali potevano essere nei tempi andati gli atteggiamenti di ragazze, per altro privi di malizia, ma fuori dall’ipocrita pudore.

Questi testi, nati il più delle volte, in maniera estemporanea, sono sempre fluidi ed in fieri, seguono formule stereotipe ed un ritmo molto orecchiabile, al quale sono adattate le parole.

Gli elementi e le caratteristiche della letteratura orale sono stati assorbiti dalla tradizione scritta in maniera distorta, perché ad elementi spontanei, nati in situazioni del tutto prive di intenti letterari ed intellettualistici, si è voluto dare una sovrastruttura forzata di arte letteraria. Il testo letterario colto ha alle spalle esperienze di studio, di ritorni su quanto si scrive, di labor limae; il testo letterario popolare è estemporaneità, immediatezza e spontaneità. Si travisa il testo letterario popolare quando lo si vuole abbellire con i caratteri della letteratura.

E’ chiaro però che un testo orale, sia che si tratti di storia sacra, come nel nostro caso, o altro, se deve essere tramandato a tempo indeterminato, deve essere affidato alla scrittura. Anche se scritto, può essere dimenticato per secoli, ma verrà il tempo in cui riaffiorerà, verrà alla luce e ritornerà a nuova vita. Il testo affidato unicamente all’ oralità, una volta dimenticato, sarà perso per sempre.

Le sabbie d’Egitto, ancora oggi, ci restituiscono testi di poeti greci, dei quali per secoli si era persa ogni memoria. Uno degli ultimi ritrovamenti sono stati i 40 versi di Archiloco che vanno sotto il nome di Papiro di Colonia, perché letto e studiato nell’Università di questa città. Fosse stato solo un testo affidato all’oralità, sarebbe stato perduto per sempre.

Indubbiamente il testo scritto ha grossi vantaggi: può essere letto, riletto, trascritto, corretto e fruito da persone diverse in diversi luoghi. Il testo orale può  solamente essere ascoltato, e per agire sull’anima dell’ascoltatore, è necessario che fra il cantore fruitore si crei un processo di empatia, cioè uno stato di compartecipazione che lega l’aedo cantore al suo uditorio, dando vita ad una dipendenza reciproca. Il poeta esecutore così diventa una sola cosa con il suo uditorio, che è l’intera comunità, la quale crea il repertorio del poeta, come risulta da più luoghi del VIII canto dell’Odissea ( 90, 367, 340, 492), che non deve uscire dagli interessi di chi ascolta.