Storia

Lunedì 30 Luglio 2012 "uscita n. 10"

 

Quando a Melfi si dettavano le leggi: Federico II, “vir inquisitor et sapientiae amator” *

di "Marino Faggella"

 

  

 


 

                                                                                                                             

 

 

 

 

 

 

             Immagine di Federico II Imperatore, dal codice manoscritto palatino 1071 del De arte venandi cum avibus

 

1.Federico II di Svevia, re di Sicilia, imperatore dei romani, fu il primo monarca laico dell’età moderna, primo instauratore dello stato moderno nell’età di mezzo. “Vir inquisitor et sapientiae amator”, loico e chierico grande (Dante), “Stupor mundi”,”specchio del mondo” (Il Novellino), sono solo alcune delle espressioni (che non appartengono solo ai suoi celebratori) che servono ad illustrare e ad esaltare le sue qualità straordinarie. Ma quali sono le ragioni fondamentali di una tale celebrazione?

Innanzitutto Federico II appartiene alla storia, nel senso che fu personaggio fondamentale della politica. Qui la sua figura si eleva con una superiorità impressionante al di sopra degli uomini della sua età, principalmente per la sua concezione dello stato, modernissima rispetto ai tempi e tale da precorrere l’assolutismo illuminato dei principi rinascimentali e del più recente Settecento europeo.

*Questo articolo, che tende a sottolineare la personalità e la posizione storica del “terzo vento di Soave” (così Dante definì nella sua Commedia il monarca svevo), sarà seguito e completato nei prossimi numeri da altri due saggi intitolati: Federico II e l’organizzazione della cultura ; I castelli della Corona di Puglia e Basilicata.  

Con il suo disegno politico di fare della Sicilia e dell’Italia un regno unito entro la compagine più vasta ed universale dell’Impero, Federico II offriva all’Italia e al mondo occidentale il modello di uno stato, fondato sul colto ed intelligente dispotismo che prima di tutto aveva sperimentato nel suo Regno di Sicilia dove, limitando la libertà dei baroni, del clero e delle città, aveva imposto un sistema di governo nel quale la concezione medievale del sacro romano impero sembrava fondersi perfettamente con lo spirito stesso dell’imperatore, esecutore della volontà di Dio tra gli uomini e quasi incarnazione vivente della legge e della giustizia (“lex animata in terris”). A conclusione di approfondite ricerche, condotte a studiare le antiche costituzioni, l’imperatore decise di promulgare un nuovo ed organico corpo di leggi, il Liber Augustalis ( o Constitutiones Regni Sicilae ), più noto come Costituzioni di Melfi, paragonabile per ampiezza e profondità solo al Corpus iuris civilis  di Giustiniano. Fu a Melfi durante l’estate del 1231, nell’enorme sala del Castello conosciuta come Sala delle tre scodelle, per le tre volte rotonde che ne modellano il soffitto, che l’Imperatore alla presenza di alti prelati, nobili, giustizieri e grandi dignitari dello Stato, promulgò la prima delle Costituzioni che ancora portano il nome della cittadina lucana.

2. Ma “il terzo vento di Soave”, così lo definisce Dante nel canto sesto del Paradiso, ha lasciato un segno nella storia per altri, e forse più straordinari meriti, che si riassumono nelle sua straordinaria superiorità culturale. Infatti Federico II, al di sopra degli uomini del suo tempo, ebbe un appassionato interesse per tutti i rami del sapere scientifico e letterario, e fu aperto ai più diversi problemi della filosofia, della matematica e delle scienze naturali. Avido com’era di sapere e curioso di investigare e di svelare i misteri dell’universo, contribuì ad introdurre nella cultura occidentale le nuove correnti arabo-aristoteliche, che, penetrando attraverso le due porte della Spagna meridionale (Toledo) e della Sicilia, avrebbero rinnovato il concetto e l’idea stessa del sapere filosofico e scientifico. Questo fu un autentico sasso nelle acque calme della cultura filosofica del tempo dominata dall’insegnamento dei padri della chiesa (soprattutto Sant’Agostino) ai quali si mescolava la filosofia platonica, come quella che meglio si adattava allo spirito cristiano dell’epoca. C’è da dire a questo proposito che la riscoperta di Aristotele, operata attraverso l’opera di traduzione degli arabi (soprattutto Averroé, del quale Dante ricorda “il Gran Comento”), veniva accolta con sospetto in questa età dalla Chiesa e dagli interpreti della sua cultura, in quanto significava un’istanza di razionalità ed il ritorno al metodo scientifico: cose che mandavano in crisi l’intera impalcatura del sapere medievale. Federico II, fautore di queste correnti di pensiero, non si fece scrupolo di subire la scomunica da parte della Chiesa pur di accettare fino in fondo queste verità, subendo anche l’accusa di eresia ( per questo Dante lo colloca nell’Inferno fra i cosiddetti eretici o epicurei “che l’anima col corpo morta fanno”).

Malgrado la scomunica, i meriti di questo sovrano furono enormi. Si può dire che il libero pensiero, il bisogno di osservare il mondo naturale, lo stesso metodo sperimentale siano nati con lui prima di configurarsi nelle opere e nelle espressioni di Leonardo e di Galilei. Dice di lui Antonino De Stefano:”Nessuno dei sovrani del suo tempo ebbe al pari di lui un istintivo ed inesausto amore per gli studi, nessuno ebbe più chiara consapevolezza del valore e dell’efficacia della cultura”. Anzi egli, inaugurando un nuovo concetto di cultura ed esaltandone il valore e le funzioni, fu il primo monarca moderno che collocò il sapere allo stesso livello della politica come fondamentale esponente di civiltà. Ciò è testimoniato dalla famosa lettera che in occasione della fondazione dello Studio di Napoli (1224)- la prima delle università di stato dei tempi moderni- l’Imperatore inviò ai maestri e agli allievi dello Studio di Bologna, fornendo ad essi le prime traduzioni di Aristotele operate dai suoi dotti traduttori. Questa lettera viene ritenuta a ragione l’atto di nascita della cultura moderna e dei suoi metodi. In essa l’Imperatore, dopo aver fatta l’esaltazione del sapere e dello studio – nel quale egli diceva di essersi impegnato sempre malgrado i più urgenti ed obbliganti compiti del governo e della guerra, senza il quale ”la vita umana non è degna di essere vissuta”- affermava che oltre alle leggi e alle armi, necessarie al mantenimento del suo regno, non meno importanti, anzi ugualmente “necessari al prestigio ed alla forza del trono, erano anche i sussidi della scienza la quale tenendo a freno la lussuria e neutralizzando i pericoli della cieca ignoranza, impedisce che le energie si snervino e si infiacchisca lo stesso vigore della giustizia”.

Un cronista del suo tempo, Giacomo d’Acqui, ricordando la sua opera di civiltà di lui ha scritto: “Al tempo di Federico gli uomini erano in Italia quasi rozzi e vivevano nella maniera più miserabile (…) erano grossolani anche nel modo di parlare, nei divertimenti, nei balli. E questo Federico II rinnovò ogni cosa, mobilitò e ammaestrò e fra gli altri imperatori fu dotato di costumi belli, gentili e onesti”. Se tra i suoi meriti aggiungiamo anche quello di aver fondato la cosiddetta Scuola Siciliana (il primo esempio di letteratura in volgare italico che, sebbene al suo esordio, ebbe un carattere nazionale per la partecipazione di poeti e letterati di ogni regione d’Italia) avremo forse un quadro più completo di questa complessa e straordinaria personalità.

3. Nei suoi riguardi tuttavia non tutti nel passato si espressero in modo favorevole. A tal proposito si può ricordare la strumentale e malevola pubblicistica e aneddotica di parte guelfa – soprattutto quella orchestrata dal papa Gregorio IX – e i riferimenti presenti nella Cronica di Salimbene da Parma. Ma anche nell’età presente non sono mancati i detrattori, impegnati anche a non dare a Cesare quel che è di Cesare. A tal riguardo si può ricordare la recente biografia di Abulafia che si ripromette addirittura di dimostrare che la fama di cui godette l’Imperatore “non è tutta meritata”; e tutto ciò forse più per amore di polemica nei rispetti della precedente tradizione storica, in generale favorevole al sovrano, che per reale inimicizia o antipatia verso di lui. Che dire allora in sintesi su di lui?

Federico II fu certamente una personalità complessa: nella sua condotta vi furono luci ed ombre, come del resto accade per tutti i grandi della storia. Pertanto, se fuorviante è l’arte dell’aggiungere (presente nella tendenza encomiastica nata già in ambiente ghibellino nel Medioevo e continuata da alcuni storici moderni, soprattutto di etnia tedesca) si può rispondere ad Abulafia che non meno colpevole è l’arte del levare, che ad altro non serve se non a ridurre i meriti dell’Imperatore svevo che furono certamente enormi. In senso più strettamente culturale in particolare egli fu il maggiore artefice di uno straordinario sincretismo in quanto gli riuscì di fondere, traendo da ognuna di esse il meglio, tre grandi civiltà: l’araba, la latina e la greca. Sebbene tali civiltà fossero comunque già operanti nell’isola di Sicilia, nella grande Trinacria, triangolare crocicchio da diversi secoli di uomini e culture, via di transito fra oriente ed occidente, terra di mercanti, di guerrieri, di geografi, di filosofi, di scienziati e di poeti, il grande merito di Federico II è stato proprio quello di aver concretizzato e stabilizzato questa straordinaria fusione, che non fu solo culturale, ma anche e soprattutto politica. Fatto questo tanto più mirabile se pensiamo alla nostra età che pure a distanza di sette secoli dal progetto di Federico è ancora alle prese con il problema delle etnie, dei nazionalismi e delle guerre di religione.

L’idea forza della concezione federiciana fu quella dello stato che poggiava su due saldi principi: uno più moderno, statalista e nazionale, l’altro più tradizionale, universalistico e medievale, riassumibile nel concetto del sacro romano impero. Ma questo costituì anche il limite della sua azione politica, oscillante fra la concezione dello stato particolare al quale non seppe mai rinunziare e l’idea imperiale, che in definitiva l’assorbe e la trascende. Questo può anche spiegarci il suo relativo fallimento politico che fu dovuto non solo alla opposizione di due potenti papi, Gregorio IX e Innocenzo IV, e alla resistenza delle città lombarde che gli si schierarono contro per una lotta all’ultimo sangue. L’idea di uno stato accentrato intorno alla figura del sovrano si può dire che preesistesse all’opera di Federico II, ma essa non gli fu estranea, essendo egli nato da Costanza d’Altavilla. Erano stati, infatti, i Normanni, questi straordinari creatori di stati a costituire e mettere in pratica tale idea dall’Inghilterra alla Russia di Kiev, prima che egli nascesse, forse nella stessa Sicilia piuttosto che a Iesi nelle Marche, come afferma la tradizione guelfa.

4. Nell’isola, in particolare a Palermo, egli trascorse i primi anni della sua vita, abbandonato bambino per la morte prematura della madre e del padre Enrico VI, figlio del più famoso Federico I detto il Barbarossa, che aveva affidato non solo alle armi, ma anche alle leggi, la difesa dei suoi diritti imperiali, elevando nella Dieta di Roncaglia il diritto di Roma contro e al di sopra della libertà dei comuni. Rimasto orfano in precocissima età, per testamento l’educazione del futuro imperatore fu affidata ad un tutore straordinario, il papa Innocenzo III, il quale, oltre a curare la sua prima formazione affidata a precettori religiosi, tra cui spicca il futuro Onorio III, si preoccupò anche che servisse a frenare le sue future ambizioni. Il fanciullo crebbe in questa città straordinaria, imparando le lingue per le strade, e preferendo frequentare maestri musulmani piuttosto che precettori cristiani, assorbì in profondo elementi di cultura ed abitudini orientali. Non si dimentichi che la Palermo del ‘200 mostrava tutti i segni di una città cosmopolita, nella fusione degli stili (moschee, basiliche bizantine, sinagoghe), e delle razze (anche le donne di Palermo portavano il velo sul volto secondo una moda chiaramente orientale). In tale straordinario connubio la personalità del giovane non poteva non essere solo latina e cristiana, ma si apprestava già allora ad essere cosmopolita ed universale.

Nella Biblioteca di Parigi è conservato un documento, una lettera che ci fornisce una preziosa e straordinaria testimonianza dei primi anni di vita e del carattere del futuro imperatore. Egli aveva subito più di una volta attentati alla sua persona da parte dei baroni locali e tedeschi, come Gualtiero di Palearia e Markiwald Anweiler, decisi a negargli i suoi diritti o addirittura ad eliminarlo. Si legge in quella famosa lettera che già da allora, pur difendendosi più con le lacrime che con le armi, cercasse di arrestare il braccio dei suoi aggressori allontanandoli da sé con un gesto di violenta fierezza: si lacerò le vesti e si graffiò con le unghie le carni. Qualcuno ha sostenuto che queste reazioni erano i primi segni di un carattere disposto alla violenza e alla crudeltà, che egli non tardò di dimostrare nell’età matura contro la moglie Costanza, segregata e quasi captiva, contro il figlio Corrado, imprigionato nel castello prigione di San Fele fino al termine dei suoi giorni, contro i suoi ministri, famosa la vicenda tragica di Pier delle Vigne, ricordata da Dante nel canto XIII dell’Inferno.

E’ vero che in alcune circostanze l’Imperatore fu feroce, ma questo accadde in prevalenza contro i suoi nemici. E tali egli ritenne tutti quelli che violavano la sua suprema ed irriducibile autorità, fossero stati figli degeneri o traditori come Corrado, o ministri sospettati di lesa maestà come il suo logoteta Pier de Vineis, messo a morire per quanto possedesse “ambo le chiavi del cor” di Federico, cioè godesse contemporaneamente della massima considerazione pubblica e dell’amicizia privata dell’Imperatore. Ma il monarca svevo era anche capace di nobili sentimenti: amava profondamente i figli, soprattutto quelli naturali, Enzo che chiuse i suoi giorni nella lontana prigionia di Bologna e Manfredi che avrebbe ereditato dal padre non solo il regno ma quasi tutte le sue qualità.

      

Quando il caso intorbida il pensiero degli storici

In conclusione vorrei ricordare un episodio poco noto che ha sconcertato non poco gli studiosi: quando nella cattedrale di Palermo furono scoperte le tombe di porfido contenenti i corpi dei sovrani normanni e anche svevi fu rinvenuta nell’arca di Costanza, la prima moglie, una corona preziosa che inizialmente venne ritenuta della regina. Ma in seguito dopo accurate analisi esperti misuratori hanno dimostrato che il diadema non era di Costanza, ma dello stesso Federico che all’atto della morte di Costanza, levatasi affranto la sua corona dal capo l’aveva deposta accanto al corpo della sua regina quale segno del suo amore. Ecco come talvolta il caso intorbida il pensiero degli storici.