Sotto i lecci di Banzi, tra Pandosia e Bandusia

di Michele Feo  

Mercoledì 17 Settembre 2008 "uscita n. 3"

                                                                                                                          

                                       Il sacrificio delle acque.

Il giorno prima dei Fontinalia o Fontanalia, festa del 13 ottobre di un anno imprecisato, il poeta leva un inno a un fons Bandusiae dalle acque purissime, preannunciandole il dono di fiori e vino e il sacrificio di un caprettto. La festa è testimoniata da Paolo-Festo (Sign. verb., p. 60 Th.):

Fontinalia, fontium sacra. Unde et Romae Fontinalis porta

e Varrone (LL. VI 3, 22):

Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae eius; ab eo tum et in fontes coronas iaciunt et puteos coronant.

La descrizione dei luoghi del carme, a dispetto dei possibili confronti con poeti greci, ha sempre dato la sensazione netta di essere realistica, di rimandare cioè a una topografia vera e precisa, non di maniera. Anche il sacrificio del capretto rientra nel rituale religioso: ma, come è stato visto[1], rivela un modello letterario in Teocrito:

non sarà fortuito che in ambedue i carmi torni l'espressione: "il capro insanguinerà", l'una volta l'altare, l'altra le acque ( (...), nam gelidos inficiet tibi rubro sanguine rivos): tranne che Orazio con arte molto maggiore ha ricavato da quella formula un effetto pittorico vivo, quantunque, come suole, discreto, mettendo quasi in contrasto l'acqua chiara e il rosso sangue che la chiazza.

Che sia Orazio l'autore del sacrificio e che il fons stia nelle sue terre della Sabina è una convinzione che risale ai commenti di Porfirione e dello Ps.-Acrone, pressoché universalmente accreditata presso gli studiosi, ma non provata. Per alcuni[2]  Bandusia è il nome della ninfa della fonte. La suggestiva idea si fonda su un confronto con il carme III 22, che è rivolto a Diana, con dedica di un pino e sacrificio di un cinghiale. Ma il ragionamento è forzato (non c'è nessuna prova che il nostro fons sia dedicato a qualcuno) e non è metodico dedurre da esso che Bandusia sia una divinità femminile parallela a Diana. Del resto da nessuna altra fonte si ha conferma dell'esistenza di una ninfa Bandusia.

 

 

               Umanesimo monastico "iuxta fluenta fontis Bandusie".

A pochi kilometri dall'attuale confine con la Puglia, fra Palazzo San Gervasio e Genzano di Lucania, nei pressi di Venosa, sorge Banzi, la città della Tabula osco latina, dall'alto medioevo importante insediamento monastico e infine francescano[3] . Così alla metà del Settecento descriveva il sito l'erudito marchigiano Domenico Pannelli, autore delle Memorie del monastero Bantino, portate a compimento nel 1755 e rimaste inedite (ma non sconosciute) fino a ieri[4] :

Sul piano di non aspra montagna, nelle sue falde vestita di viti ed alberi fruttiferi, e avente d'intorno campi fertili e atti al coltivamento, ed in qualche distanza selve vastissime, vedesi il monastero bantino, o come ora si chiama, la Badia di BAnzi.

Fu il Pannelli il primo a riconoscere l'esistenza di una toponomastica medievale che parlava di un "fonte bandusino", che tanto clamore ha fatto nella letteratura oraziana, anche se il merito della scoperta è stato attribuito ad altri, del resto di lui meno provveduti. Egli pubblicò infatti più documenti discretamente impressionanti, non tutti poi acquisiti alla discussione che qui ci preme[5]

1. -  Un atto di restituzione al monastero di Banzi di beni ingiustamente sottrattigli è rogato nel 1063 alla presenza di Roberto il Guiscardo "in ecclesia S. Gervasii iuxta fluenta fontis Bandusie".

2. - Ruggieri e Boemondo nel 1090 concedono esenzioni fiscali al "Bantinum monasterium", mossi da "divino amore et rogatu Ursonis Bandusiensis abbatis". Nell'istanza ai due fratelli che precede questo atto, Ursonis si era definito "Bantinus abbas".

3. - Un privilegio del papa Pasquale II firmato il 21 maggio del 1102 o 1103 conferma all'abate di Banzi il possesso del monastero con tutte le sue pertinenze, fra le quali "ecclesiam Sancti Salvatoris cum aliis ecclesiis de castello Bandusii" e "ecclesiam Sanctorum martyrum Gervasii et Protasii in Bandusino fonte apud Venusiam"[6].

4. - Ancora Pasquale II nel 1106 o 1107 conferma all'abate Pietro la protezione della sede apostolica al "beate Marie monasterium in loco Bandusie situm". Nell'intitolazione della lettera l'istituzione è definita "monasterium Sancte Marie, quod apud Banciam situm est".

5. - L'abate di Banzi Ruggieri nel 1154 cede possessi al monastero della Cava. Fra i testimoni che firmano l'atto si notano, accanto a persone che si definiscono Bancie testis, o monaco Bantine ecclesie, anche un Giovanni Saraceno, "monachus et sacerdos ecclesie Bandusine", e persino un "Cinnamus, monachus et sacerdos ecclesie Bantine, dico Bandusine". 

Alcuni di questi testi ( il 1° e il 3°) furono dopo il Pannelli scovati anche da altri[7]. Cominciò una caccia lunga e appassionata di archeologi, viaggiatori, eruditi e dilettanti al "fonte bandusino". La rassegna delle proposte fatte e disfatte pertiene alla storia del costume, ma quasi nulla porta alla conoscenza scientifica[8]. In particolare la più fallimentare delle piste è stata quella che ha cercato la fonte a Palazzo San Gervasio. Sarebbe bastato l'esame sinottico di tutte le testimonianze recate dal Pannelli per capire che Bandusia e Bandusinus fons per la cultura del monastero bantino e per le cancellerie papali che la riecheggiavano equivalevano a Banzi e al suo territorio. Quando si parla di castello bandusino altro non si intende che quella cosa stessa che spesso è chiamata castello bantino, ossia il feudo di Banzi.

Quando si dice che la chiesa dei santi Gervasio e Protasio, sita presso l'attuale Palazzo San Gervasio, si trova in Bandusino fonte apud Venusiam, non si vuol dire che quella chiesa è stata edificata presso un preteso fons Bandinus ondeggiante tra Palazzo San Gervasio e Venosa, bensì che appartiene al monastero di Banzi ovvero bandusino e sta dentro le sue terre. Tutto chiaro, dunque, tranne il "fonte".Perchè per indicare Banzi si usa il toponimo fons Bandinus? Perché evidentemente per i monaci di S. Maria di Banzi tra metà del sec. XI e metà del XII Bantia e Bandusia si equivalevano. E il fons Bandusiae oraziano per loro niente altro era che un fons ubicato in un punto forse neppure identificato del vasto territorio di Banzi[9].                                 

Se ci fosse la prova di una continuità nei secoli di tale identificazione, il problema della fonte oraziana sarebbe risolto qui. Non solo invece questa prova non esiste; ma si deve mettere sul piatto negativo della bilancia il dubbio fondato che il monastero di Banzi partecipi di quel movimento della latinità medioevale ingenuamente classicizzante che chiamò Cumae (cioè Cuma) Como. Perganum (Pergamo) Bergamo, e Sarnus (Sarno) l'Arno[10]. Il fons Bandusiae dei monaci di Banzi, situato dunque non presso Venosa o Palazzo San Gervasio, bensì presso Banzi, più che una fonte dei tempi di Orazio è una reinvenzione o riscoperta risultante da un'operazione filologio-archeologica.                                                                                            

Se i monaci medievali abbiano visto giusto o si siano lasciati mondare dalla luce di un abbaglio, vedremo fra poco. Ma intanto accadeva nella storia degli studi oraziani, suggestionati dalla sedicente scoperta del fons Bandusinus medievale, uno strano fenomeno di osmosi e compensazioni critiche. 

Accettati per buoni e indiscutibili due pregiudizi, ossia 1) l'esistenza antica di un fons Bandusinus in terra di Lucania, di cui quello medievale sarebbe stato in continuazione, 2) l'impossibilità che Orazio nel carme III 13 potesse riferirsi al fons lucano, perché lontano e dimentico della sua terra, ecc. ecc., che fare di un dato buono ma inutilizzabile? Semplice: lo si trasferisce a un uso diverso. Il fons Bandusinus dei medievali diventa il jolly che completa la scala: Orazio avrebbe dato il nome di un fons sito nelle terre dell'infanzia a un fons  che gli stava accanto nella Sabina[11]

Peccato che questo fons per ammissione di tutti gli studiosi sia quello che, divenendo ruscello, prendeva nome di Digentia. Per quale bizzarria Orazio ha chiamato poeticamente Bandusia il Digentia (Licenza), o solo la sua sorgente, a nascondere con nome coperto le care acque come copriva con nomi inventati quelli delle donne amate? E perché altrove (Epist., I 18, 104) chiama Digentia il Digentia? A nostro avviso semplicemente perché Digentia è Digentia e Bandusia è Bandusia.

 

                                                 Grecità illirica.

Duemila anni prima dell'era cristiana ondate di popoli balcanici si erano riversate sulle tre penisole adiacenti, l'Italia, la Grecia, l'Asia Minore. La loro cultura è la stessa: ma quella italica "è rimasta", scriveva un mio maestro[12], "allo stato 'tracio', allo stato della steppa, senza interferenze razionalistiche e nobilitanti", "esclusa dal 'miracolo' ellenico". Dall'Illiria,(...) o ur-Grecia, vennero pure gli uomini-lupo, i Lucani, e si insediarono, per difendersi meglio, sulle cime delle montagne dell'odierna Basilicata, e lì restarono a lungo in condizioni primitive; parlavano "un greco allo stato 'pelasgico' ", finché, venuti in contatto con gli Oski, non ne assimilarono la lingua. Poi Roma livellò loro, come gli altri popoli italici[13]

Nel 1895 fu scoperto in Bosnia presso Bihac, non lontano da una sorgente,  un luogo di culto giapodico o nordillirico dedicato al dio Bindus Neptunus: are votive recano accanto alla dedica la raffigurazione di capri. In uno studio linguistico complesso e affascinante, Anton Mayer[14] ha sostenuto la tesi che il nome Bandusia sia da collegare a questo Bindo-Nettuno primigenio, anteriore alla sua promozione a dio del mare[15]. A suo avviso Bandusia è un part. perf. att. di un verbo illirico *bend- ,'scorrere', 'fluire', con suffisso femm. al grado zero. L'illirico Bandusia, egli conclude, significa dunque precisamente'fonte'o'sorgente'. Per Mayer la fonte Bandusia non può essere che lucana; come non-latina la tradisce il mancato rotacismo. Ma anche lui ritiene che Orazio abbia dato a una sua fonte sabina il nome della fonte lucana.

                                             Le sorgenti del Banzullo.

Bandusia è suonato a molti simile a Pandosia o (...) [16]. L'originaria Pandosia dell'Epiro aveva l'acropoli in cima a un monte e alle falde il fiume Acheronte. Una Pandosia era anche in Italia, non lontano da Eraclea, e anche presso di lei si trovava un fiume Acheronte. Per Mayer Pandosia non è parola greca che indica 'colei che tutto dona', nè, come ingenuamente si è creduto, da Pandosia deriva Bandusia, ma al contrario è dall'illir. Bandusia che si passa al greco (...) . 

Mayer non ha mai citato Bantia. Eppure, dopo aver preso le distanze dalla filologia monastica, non si può non essere catturati dalla identità di radice in Bantia e in Bandusia: chi scrive ne è certamente più catturato che non dall'asserita parentela di Bindus/ *bend-/Bandusia. Krahe[17] aveva fatto derivare Bandusia da Bantia, e l'autore della voce Bandusia del Kleiner Pauly[18] aveva visto nell'unica parola Bantia/Bandusia l'azione del fonetismo meridionale nt>nd, adducendo l'esempio parallelo di (...) /Brundisium. Si può ecludere che Bandusia stia a Bantia come Acherusia sta ad Acherontia, o che Bantia sia la forma romanizzata del toponimo dopo caduta del sigma intervocalico e Bandusia ne conservi uno stadio fonetico arcaico? 

Del resto esiste una remota possibilità, da Mayer non presa in considerazione (anche se gli elementi da lui stesso messi in rilievo sembrano portare ad essa), che la o una Pandosia meridionale non sia altro che Bantia. Ma i pezzi della mappa è come se fossero stati scomposti e confusi ad arte. Come la Pandosia di Epiro, Bantia stava e sta su un monte. Dai fianchi e dai dirupi del monte discendono rivoli e sorgenti verso le falde che sono lambite da un corso d'acqua che sfocia nel Bradano. 

Il fiume di Bantia non si chiama Acheronte; ma a pochi kilometri da Bantia, separata da una valle, si inerpica vertiginosamente Acherontia o Acheruntia, la città dell'Acheronte, affacciata sul Bradano. C'è un legame storico o preistorico che tiene insieme questi nomi ominosi? E' possibile ricomporre diversamente le tessere e ipotizzare un trasferimento del nome pauroso di Acheronte dal fiume di Bantia/Pandosia alla città vicina, al fine di dotare Bantia di un appannaggio religioso e culturale meno legato agli inferi e più alle salvifiche taumaturgia e aruspicina? L'archeologia di Bantia romanizzata ha rivelato, accanto alla Tabula, numerose tombe con corredo e, sull'acropoli, accanto alla chiesa cristiana, l'unico auguraculum sopravvissuto: un tempio disegnato per terra da nove cippi intestati ognuno a una divinità diversa[19]. Fra queste Flusa, la Flora romana senza rotacismo.                                   

Se Bantia e Bandusia sono la stessa parola, perché il doppio? Perché le due forme si sono specializzate per scopi diversi. Bantia indica la città. Bandusia un qualcosa che a Bantia pertiene. Con eccessiva sicurezza si è sempre sostenuto che nell'espressione oraziana il gen. sia epesegetico e non di possesso, come dire "O fonte il cui nome è Bandusia". Ma basta pensare che fons propriamente è la 'sorgente', cioè il punto in cui sgorgano le acque di un corso, per arrivare a riconoscere che Bandusia meglio che come nome della sorgente si spiega come nome del fiume che da essa nasce. Dunque: O sorgente del Bandusia, ovvero o sorgente del fiume di Bantia[20].

Il fiume o piuttosto torrentello di Banzi oggi si chiama in dial. Vanzùdde, cioè Banzullo. Vanzùdde pare un diminutivo del dial. Vanze  per Banzi, cime tatudde a Banzi è il piccolo tata, il fratello maggiore o piccolo padre. Ma è proprio così? E se Vanzùdde fosse una metatesi per *Vandùsse, pronuncia dialettale diBandusia?  

Dove si trova la sorgente del Banzullo? Dal piccolo acrocoro di Banzi scendono per balze e rupi numerosi rivoli o fontane. Alcune, come la fontanella, la fontana grande e la fontana dei monaci, sono attrezzate per il rifornimento idrico degli abitanti e degli animali domestici; altre sono rimaste selvagge. 

Le sorgenti del torrente si perdono nei numerosi rivoli che da dirupi e boschi tutti in esso confluiscono. Prima che i lavori per la costruzione di una diga lo distruggessero in gran parte, il paesaggio era un eden. Orti, vigne, frutteti, boschi di querce e lecci, piccoli stagni artificiali, sentieri erbosi listati da file di pioppi, acque purissime che lasciavano vedere tutte le pietruzze colorate del letto, abbondanza di rane, granchi e anguille commestibili, piccoli fili di acqua potabile che sgorgavano dalle crete, gelide anche sotto il solleone. Le donne lavavano i panni sulle rive, sotto i salici che si piegavano sull'acqua. Gli uomini zappavano, potavano, guidavano con mano maestra le acque ad innaffiare gli ortaggi. Canti si rispondevano da una riva all'altra.                    

Noi non faremo proposte sulle vere sorgenti del Banzullo. Un'ipotesi di identificare il fons Bandusiae  nella cosiddetta Ripa o Rupe di Carnevale è stata fatta, intuitivamente e senza dimostrazione alcuna[21]. Essa ha incontrato la soddisfazione degli abitanti di Banzi, e io non la metterò in discussione, perché potrebbe anche essere vera. Ma, poniamo, Capodacqua, fra Banzi e Genzano, potrebbe avere gli stessi titoli paesaggistici: era un luogo incantevole, di una bellezza aspra e arcadica. Prima che nel ruscello interrato e cementificato fossero convogliate le acque chiare della città, il luogo, fra uno strapiombo coronato da alberi maestosi da un lato e un più dolce andamento collinare dall'altro, sembrava una valle di Tempe abitata da ninfe.                                                                                                                

Sarà impossibile trovare mai la sorgente del Bandusia. A me basta avere portato qualche argomento degno di riflessione per riconoscere nel nostro Banzullo l'antica Bandusia. Forse non ho portato la prova. Ma tu, amico lettore, pensa con me che così possa essere. Il Banzullo è il ruscello che da bambino ho attraversato a piedi nudi. Sul suo bordo era l'orto del nonno. Per me è l'epifania di un archetipo. Se il mio percorso di ricerca fosse fondato dovremmo ripensare la serenità quieta ed epicurea di Orazio. 

A metà Ottobre, quando, stanca la terra e morta l'estate, l'autunno dai colori pastosi porta frutta e melanconie, il pensiero del poeta va a una religione lontana delle acque[22] (22), ma sentita e vissuta dalla gente dei suoi posti, alla Venere Mefitis non entrata nel pantheon di Roma: religione di vivi che vogliono la salute e la procreazione, e di morti che non vogliono andar via dal regno dei vivi. 

Va, il pensiero, a un rito lontano, strano e doloroso, le cui immagini si erano sedimentate nella memoria del bambino. Domani a Banzi, alla sorgente benefica, che forse occulta la terribilità di origini infere non toccabili dalla parola, uomini in festa offrono corone di fiori e vino. Alla fenditura generativa e donatrice della terra sacrificano, come Ulisse alle ombre dei morti, un capretto per il benessere di greggi e persone. La vita lo ha tradito, il piccolo innocente, promettendogli battaglie d'amore, ma la bellezza della natura resta sovranamente indifferente. E resta il verso del poeta, che col suo potere orfico rende mitico e universale quel momento di dolore, trasferendolo nella memoria degli uomini avvenire. 

 

Note 


 

[1] G. PASQUALI. Orazio lirico,Firenze 1920; rist. a cura di A.La Penna,Firenze 1064, p.558. 

[2] N.TERZAGHI. La lirica di Orazio, Roma 1956, p.268)  

[3] Cfr. Monasteri italogreci e benedettini in Basilicata, a cura di L. BUBBICO, F. CAPUTO, A. MAURANO, Matera 1996, part. II, pp. 39-56;

[4] D. PANNELLI, Le memorie del monastero bantino, o sia della badia di Santa Maria in Banzia, ora Banzi, pubblicate d'ordine del cardinale di Sant'Eusebio abate commendatario di essa badia, a cura di P. DE LEO, con un'introduzione di C. D. FONSECA, Banzi-Montescaglioso 1995, p. 5.  Su Banzi vd. ora l'agile volumetto diC. FRANCULLI, Banzi, Potenza 2000.    

[5] PANNELLI, Memorie, pp. 37, 41, 66 n. 64, 68,75. 

[6] Questo documento è riportato in: Italia Sacra sive de episcopis Italiae, ed. F., UGHELLI, VII, Venetiis 1721, coll. 30-32; Bullarum, Privilegiorum ac Diplomatum romanorum Pontificum amplissima collectio, Romae 1739, pp. 123-124; J. D. MANSI, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, XX, Venetiis 1775, coll. 1056-1057. Ma Pannelli usa una copia manoscritta dell'Archivio della Regia Camera di Napoli; qui manca la menzione della chiesa dei santi Gervasio e Protasio.  

[7] Nicola Maria CIMAGLIA, Antiquitates Venusinae, s. l. 1757, p. 189; Bertrand CAPMARTIN DE CHAUPY, Découverte de la maison de campagne d'Horace, Roma 1767-1769, I, pp. 351-354; II, pp. 361-363; III, pp. 360-365, 536-541.

[8] Su ciò cf. almeno O. TESCARI, Fons Bandusiae, "Athenaeum", III (1915), pp. 319-333; M. MAROTTA, Alla ricerca della fonte perduta, "Basilicata Regione. Notizie", VI (1993) n° 2, pp. 157-160. 

[9] E' appena il caso di notare che la verità 'linguistica' di questa identificazione nella soggettività del monastero non è minimamente incrinata dalla possibilità che qualcuno dei documenti possa essere un falso. Sui falsi bantini vd. C.R. BRUHL, Urkunden und Kanzlei Konig Rogers II. von Sizilien, Koln-Wien 1978, pp. 95-101; G. BRONZINO, Fonti bantine (sec. VIII-XII), "Bollettino della Biblioteca Provinciale di Matera", I (1980), pp. 7-17. 

[10] Su ciò vd. G. SCALIA, "Arnus" - "Sarnus". DAnte, Boccaccio e un abbaglio orosiano, "Studi medievali", s. III, XX (1979), pp. 625-655.

[11] Uno dei più strenui cercatori del sito della fonte sabina è stato N. FRITSCH, Die Quelle Bandusia. Hor. Od. III 13, "Wochenschrift fur klassische Philologie", XV (1898), coll. 1238-1246.

[12] SILVIO FERRI. "Nuovi dati e nuove ipotesi sull'origine dei Lucani" in : "Antiche civiltà lucane. Atti del convegno di studi di archeologia, storia dell'arte e del folklore.", Oppido Lucano 5-8 aprile 1970, a cura di P. BORRARO, Galaina 1975, p. 30.

[13] Per tutto vd. il lavoro cit.del FERRI, pp. 29-41. 

[14] O Fons Bandusiae....,"Glotta", XXV (1937), pp. 173-182.   

[15] Il lavoro di Mayer è sostanzialmente ignorato dai latinisti. Fanno eccezione LISE e PIERRE BRIND'AMOUR, "La fontaine de BAndusie, la canicule, et les Neptunalia", "Phoenix", XXVII (1973), pp. 276-282, che lo usano per sostenere una loro tesi secondo la quale la festa che occasiona il sacrificio non è quella ottobrina dei Fontinalia, bensì quella dei Neptunalia che, cadendo a fine luglio, spiegherebbe la calura. Ma il ragionamento non è stringente: Orazio non dice che al momento della festa c'è la canicola, bensì che "quando" c'è la canicola, il fons offre ristoro.

[16] Basti ricordare l'autorità di A. FICK, "Vorgriechische Ortsnamen als Quelle fur die Vorgeshichte Griechen-lands", Gottingen  1905, rist. AmsterdAM 1987, P. 85. 

[17] h. krahe, "Die alten balkanillyrischen geographischen Namen auf Grund von Autoren und Inschriften", Heidelberg 1925, p. 82 .

[18] . G. RIADKEJ, "Bandusia", in: Der Kleine Pauly. Lexilkon der Antike, hg. v. K. ZIEGLER u. W. SONTHEIMER, I Munchen 1979, col. 819. Nella nuova versione del Pauly la proposta è stata silenziosamente oscurata. 

[19] Cfr. M. TORELLI, "Un templum augurale d'età repubblicana a Bantia", "Atti dell'Accademia nazionale dei Lincei", s. VIII: Rendiconti, Cl. sc. mor. stor. filol. , XXI (1966), pp. 293-315, tavv. II f. t.; e "Contributo al supplemento del CIL IX, ivi, XXIV (1969), pp. 39-48, tavv. XIII-XIV f. t.; vd. anche: L. DJELJ TJUPPOJ PJALMAJ, "Bantia", in: "Popoli e civiltà dell'Italia antica", VI, a cura di A. L. PROSDOCIMI, Roma 1978, pp. 894-896; "Il museo archelogico nazionale di Venosa", a cura di M. SALVATORE, Matera 1991, pp. 135-137.  

[20] Ho affacciato la prima volta questa possibilità in una conferenza dal titolo "Orme ed echi del divino", tenuta nella chiesa di Banzi il 9 giugno 1998, in occasione dell'inaugurazione dei lavori per il restauro del complesso badiale. 

[21] G. CATENACCI, "Sul ponte romano", Napoli 1963, pp. 37-40.

[22] Questo aspetto della cultura delle popolazioni lucane è stato messo in rilievo in una piccola e suggestiva mostra realizzata a Roma, presso il Museo Barracco dal 23 aprile al 18 ottobre 1998: vedine il catalogo "Il sacro e l'acqua. Culti indigeni in Basilicata", Roma, 1998.

 

(...) © Michele Feo, Pisa 2000.