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Giovedì 30 Giugno 2011 "uscita n. 8"

Storia di Maratea: dal “secolo d’oro” all’età contemporanea

di Raffaella Faggella

 

1.Al termine delle guerre di successione il Regno di Napoli venne consegnato ai Borboni, dinastia che d’ora in poi, nel bene e nel male, avrebbe legato il suo nome alle sorti dell’Italia meridionale fino all’Unità del paese. Dobbiamo comunque riconoscere che una positiva azione di governo, anche per effetto del clima riformista che aveva investito tutti gli stati europei dell’epoca, fu da essi dimostrata soprattutto nella prima fase del loro insediamento. E’ quello che accadde a Carlo III, che appena salito sul trono volle fare un viaggio esplorativo nelle province meridionali sottoposte al governo borbonico, compresa la Basilicata, le cui condizioni di miseria indussero il sovrano a promuovere un’inchiesta conoscitiva per porvi rimedio. Il ministro Tanucci incaricò di condurre l’inchiesta per la nostra regione l’avvocato di Matera Rodrigo Maria Gaudioso, che, messosi all’opera, dopo aver raccolto le relazioni dei singoli centri della regione, compilò la Descrizzione della Provincia di Basilicata fatta per ordine di Sua Maestà. Il testo è per noi molto importante, in quanto ci fornisce notizie preziose sulla stato di Maratea e del suo territorio nei primi decenni del ‘700 [1], che generalmente sottolineano una condizione decisamente favorevole, dimostrata anche dal ruolo egemone, non solo economico ma anche politico-amministrativo esercitato dalla cittadina tirrenica nei riguardi di un numero considerevole di importanti comuni limitrofi, come ad esempio Lauria e Lagonegro. Se a questo aggiungiamo l’accrescimento demografico consistente, la nascita e l’incremento di molte e nuove attività produttive, la particolare disposizione a pietrificare, avremo un quadro più completo della situazione positiva del secolo.

 Negli ultimi anni del Settecento, venuto meno lo spirito riformista dei governi, il vento della rivoluzione, partendo dalla Francia, causò tentativi eversivi che liquidarono le vecchie strutture politiche, generando un po’ ovunque governi repubblicani, compresa Napoli, dove nel 1799  furono cacciati i legittimi sovrani e costituita una nuova municipalità. L’onda rivoluzionaria che veniva dalla Capitale si fece sentire anche nei centri della Lucania, molti dei quali issarono l’albero della libertà. A Picerno, ad Avigliano, a Rionero il popolo si sollevò al grido “facciamo come i Francesi”, pretendendo dai notabili locali e dalla corona la liberazione dai gravami fiscali e maggiore libertà nella commercializzazione dei prodotti agricoli e  artigianali.

2. L’eco di queste agitazioni giunse certamente anche nella cittadina tirrenica, dove il popolo dei contadini e degli artigiani pensò di cogliere l’occasione con la speranza di scrollarsi di dosso il peso delle classi parassitarie. Anche qui si formò una municipalità repubblicana, ma non si giunse a quegli eccessi che si verificarono a Lagonegro o nella vicina Sapri, dove la reazione borbonica e sanfedista, orchestrata dal vescovo di Policastro, si fece sentire in modo più consistente. Anche Maratea chiudeva la sua breve parentesi rivoluzionaria il 3 marzo del 1799, allorché la città fu occupata dalla guardia reale. Dopo questo episodio Maratea rientrò nell’orbita borbonica, condizione che le fece assumere un manifesto atteggiamento antifrancese quando le milizie napoleoniche si impadronirono del reame di Napoli, incontrando non poche resistenze anche in Basilicata. Nella vicina Lauria si concentrò una consistente opposizione, che venne però duramente repressa dai francesi, i quali, dopo la vittoria scatenarono la loro furia contro gli abitanti e le case della cittadina, mettendola a ferro e fuoco. Il vicino castello di Maratea, ancora saldo, divenne allora il centro della resistenza antifrancese. Qui si asserragliarono, infatti, tutti i seguaci della causa borbonica, comandati dal colonnello Alessandro Mandarini, con la vana speranza di arrestare l’avanzata delle truppe napoleoniche verso la città. Il 30 marzo del 1803, il castello, dopo aver resistito a lungo ai ripetuti assalti dei francesi, colpito dal fuoco intenso delle artiglierie accettò di capitolare, chiudendo con una onorevole resa la sua storia millenaria. Infatti, dopo che il Mandarini ebbe giurato, in cambio della vita dei difensori, che mai più avrebbe impugnato le armi contro il nuovo re di Napoli Giuseppe Bonaparte, il castello subì la furia devastatrice dei francesi. Per ordine del generale Lamarque le sue fortificazioni vennero distrutte, e al suo posto si lasciarono quelle rovine che ancora si vedono.

3. Dopo la parentesi murattiana e la definitiva sconfitta napoleonica, il principio di legittimità, proclamato dal Congresso di Vienna (1815) fece ritornare anche i Borboni sul loro trono. Ma era praticamente impossibile passare un colpo di spugna sulle profonde modificazioni che venti anni di predominio francese avevano introdotto anche nel sud d’Italia. Non era pensabile, infatti, che  si potessero riannodare gli intricati nodi che l’eversione del feudalesimo, promossa da Murat, aveva sciolto. Molti privilegi e diritti feudali erano stati aboliti, sarebbe stato antistorico ritornare indietro. L’ambiguità e la contraddittorietà della linea di governo dei Borboni alimentò il malcontento generale che sfociò nei moti carbonari del 21, che non a caso scoppiarono proprio nel napoletano. Anche in Basilicata si diffuse il movimento settario che  ebbe un suo importante epicentro proprio nel lagonegrese. Maratea, che non era lontana, ebbe la sua vendita carbonara guidata dai fratelli Ginnari, che individuarono nel sistema borbonico il bersaglio da colpire, ma si trattò, a dire il vero, di un fenomeno secondario e marginale rispetto a quel che accadde nel vicino Cilento, dove la repressione borbonica fu decisamente più violenta. Nella cittadina tirrenica, infatti, solo una piccola parte della popolazione si lasciò coinvolgere dai moti antiborbonici che dilagarono con una certa violenza a più riprese, culminando nei fatti del ’48, l’anno che poneva termine all’età della restaurazione. Ma anche in questa occasione, a parte una piccola frangia della media borghesia, di uomini addetti alle  professioni e di studenti, Maratea rimase ai margini della rivoluzione, anche se ne avvertì comunque gli effetti dirompenti. Il 4 luglio del 1848, mentre una tempesta sconvolgeva il mare, approdò sulla costa di Acquafredda il patriota Costabile Carducci, strenuo avversario della tirannide borbonica, con pochi compagni tra cui Raffaele Ginnari di Maratea, Pasquale Lamberti e pochi altri. Egli, prendendo spunto da una sommossa popolare verificatasi il 15 maggio nel Cilento, decise di promuovere una ribellione più ampia estendendo la rivolta anche alla nostra regione. Ma la barca che egli aveva noleggiato a Praia con un piccolo equipaggio per raggiungere Sapri, incappata nella tempesta, lo costrinse ad approdare nel porticello di Acquafredda, proprio dove sorgeva la villa del prete Vincenzo Peluso, un bel fiore di reazionario, fedelissimo dei Borboni e nemico giurato del Carducci. Quest’ultimo dopo aver fatto fissare una taglia di 2000 ducati per chi avesse arrestato o ucciso il ribelle campano, chiamò alle armi i contadini e le autorità regie di Sapri, che diedero la caccia al ribelle e ai suoi compagni, i quali, appostatisi nei pressi delle rocce della Rotondella, scaricarono i loro fucili su quegli sventurati. Mentre Ginnari riusciva a scampare con la fuga, il Carducci invece fu catturato dopo aver subito una ferita, successivamente, per ordine del Peluso venne giustiziato, senza subire alcun processo.

4. Questo episodio così truce e anche un po’ oscuro, che ancora oggi viene ricordato dalla gente del luogo per la sua efferatezza, ci fornisce anche l’occasione per spiegare le ragioni del distacco della popolazione di Maratea dai moti risorgimentali che coinvolsero direttamente la Basilicata, che, non si dimentichi, fu la prima provincia continentale del Regno delle due Sicilie a proclamare, il 18 agosto 1860, l’unità d’Italia. Mentre Giacinto Albini, promuoveva a Corleto Perticara il comitato insurrezionale che avrebbe poi marciato su Potenza per proclamare l’annessione all’Italia, e si preparavano grandi avvenimenti che sarebbero poi culminati nello sbarco di Garibaldi in Sicilia, nella cittadina tirrenica regnava stranamente la massima tranquillità. Questo fatto richiede una spiegazione che ci induce a considerare con attenzione la situazione della realtà marateota dopo la reazione borbonica: infatti essa aveva lasciato, dopo le brevi fiammate rivoluzionarie del ‘700, un segno indelebile nella situazione economica e sociale di Maratea, che, si ricordi, fu sfiorata appena dal fenomeno del brigantaggio e non visse l’esperienza delle lotte contadine che si svolsero successivamente in diversi comuni della regione. Tale stato di fatto non poteva durare a lungo, ma avrebbe avuto in seguito inevitabili ed immediate conseguenze. Infatti, al giro di boa dell’Unità, nella seconda metà del secolo questi nodi vennero al pettine causando una progressiva ed inarrestabile decadenza che avrebbe anche travolto le strutture economiche e sociali di Maratea, che sarebbe stata diversa da quella dinamica e attiva cittadina del Settecento di cui si è detto in precedenza. A questa crisi che venne a causare inevitabilmente la progressiva degradazione e miseria delle plebi meridionali lo stato postunitario avrebbe dovuto rispondere con una coraggiosa azione politica in grado di operare una radicale trasformazione delle strutture economiche e sociali, ma non volle farlo. Per questo il rimedio fu cercato nell’emigrazione, che, cominciata alla fine dell’Ottocento come fenomeno marginale, penetrando profondamente anche nel secolo successivo, si sarebbe estesa come fatto endemico del Meridione.

5. Nei primi anni del Novecento anche a Maratea era possibile vedere quelle piccole agenzie locali che, sostenendo i contadini e gli artigiani impoveriti ad emigrare, aiutavano contemporaneamente i loro gestori a campare, con l’aggiunta di un’altra minore fonte di reddito alla loro consueta attività che era di tipo commerciale o altro. Il flusso dell’emigrazione dei marateoti, che, soprattutto dopo la conclusione dei più grandi conflitti del secolo, rispondeva soprattutto a ragioni economiche di sopravvivenza, fu diretto prima verso alcune regioni europee, come la Spagna o addirittura l’Algeria, poi prese il via verso i paesi dell’America Latina, come il Brasile e il Venezuela, dove i marateoti si fecero apprezzare per la loro serietà e particolari attitudini lavorative (come quella di saper lavorare il rame, di avviare esercizi commerciali o più redditizie società d’impresa) che non solo procurarono ad essi e alle loro famiglie quella tranquillità economica che non avevano mai avuto in patria, ma diedero origine, in alcuni casi, ad autentiche fortune. Certamente interessante, a questo proposito, la testimonianza diretta di un operatore commerciale del luogo, come Giovanni Brando che riassume cosi il dramma dei marateoti costretti ad emigrare:« Quando gli abitanti di Maratea si sono scontrati con le difficoltà o hanno assunto un atteggiamento di rinuncia o hanno preso la decisione di emigrare, prendendo la via dell’estero. Comunque i nostri antenati che hanno abbandonato la loro terra per lavorare in altri paesi si sono fatti onore, facendo nobili mestieri specializzati. Senza andare troppo lontano potrei portare l’esempio di mio nonno che faceva il calderaio, lavorava il rame in Spagna come i rivellesi, i quali si sono fatti apprezzare in tutto il mondo per la loro serietà e abilità di lavorare l’argento[2]»  Negli anni cinquanta molti di questi emigrati, dopo aver messo da parte i loro risparmi a costo di duri sacrifici, ritornarono in patria, diventando in alcuni casi benemeriti della loro città, fino a ricevere l’onore di dare il loro nome ad una via o ad una piazza, come è accaduto a Giovanni Buraglia o a A. Cernicchiaro che, dopo aver percorso il mare, novello ulisside, fu tra i primi a  sottolineare la vocazione turistica di Maratea.

                                                             


[1] Un altro documento essenziale, soprattutto per le notizie economiche sono i cosiddetti Catasti Onciari del 1753, custoditi come la Descrizzione del Gaudioso nell’Archivio di Stato di Napoli. Essi, redatti con estrema minuziosità soprattutto per fini fiscali, sono utilissimi agli storici per quanto in essi è riportato sulla situazione socio-economica della Basilicata a metà del ‘700.

[2] Cfr., Intervista a G. Brando, “Cittanova”, 20 settembre 2005.