Storia

Per una storia del dialetto lucano


di Francesco Saverio Lioi

Mercoledì 11 luglio 2007 "uscita n. 1"

Il passato è soltanto un prologo del presente. Gli antichi fenomeni linguistici non sono altro che il prologo della nostra parlata. E se prologo significa anticipare quello che poi sarà il corpo del discorso, come nella tragedia greca, il prologo è ciò che sta prima, ciò che è avvenuto prima dei fatti rappresentati narrati nella tragedia, il prologo del nostro discorso sulla nostra odierna parlata materna sarà conoscere tutto ciò che è avvenuto in tempi dei quali forse si è perduta la memoria. Bisogna scavare per trovare le fondamenta, bisogna fare come fa l’archeologo, il quale scava con meticolosità un terreno apparentemente muto, ma che cela con cura i tesori del passato, il prologo cioè di una comunità. Più dei reperti archeologici, più delle anfore, più delle lamine di bronzo, delle tombe dicono i reperti linguistici: essi dicono la storia diacronica del linguaggio. Non è senza motivo che in paesi vicini nello spazio si parlano a volte dialetti diversi, lontani fra loro. Lo studio della parlata del luogo apre sempre ampi orizzonti. La lingua non è uno stagno ove le acque imputridiscono; essa è un fiume in piena, e la corrente del fiume non è mai la stessa, panta rhei, Come dobbiamo conoscere la sorgente del fiume se vogliamo conoscere la sua natura, così dobbiamo conoscere il prologo, cioè la sorgente, se vogliamo conoscere la nostra lingua parlata, che è la categoria del nostro vissuto che ci fa manifesto.

           La tua loquela ti fa manifesto

           Di quella nobil patria nativo, Inf. X, 25.

           Loquela tua manifestum te facit, Mt. 26,74.

Loquela nella Divina Commedia, loquela nel Vangelo. Padre Angelo traduce:  il tuo dialetto ti tradisce. Per San Pietro era la parlata galilaica che si riconosceva facilmente a causa di certe alterazioni fonetiche, come il raddolcimento delle gutturali e il mutamento di alcuni suoni vocalici.

Dobbiamo quindi andare molto indietro nel tempo, risalire la nostra parlata di generazioni in generazioni, e per quanto ci riguarda, dai primi documenti scritti della nostra terra ci separano una sessantina di generazioni, se una generazione è di 25 – 30 anni, tante infatti sono quelle che ci separano dalla Tabula Bantina o Tabula Oppidensis, fino al Momsen, il quale ci ha tolto l’onore di dare il nome al prezioso documento linguistico-archeologico trovato nel 1793 in località Lago della Noce. Le generazioni vanno più che dimenzate se ci vogliamo riferire alla Cronaca di Abdia, nella quale il nostro musicista chiama se stesso Giuan, esattamente come diciamo noi oggi.

Una sessantina di generazioni ci separano dal mondo romano, ma questo sembra ancora il nostro mondo, se non a caso molti nostri cognomi li troviamo, sic et simpliciter, in mezzo a noi. Basta citarne alcuni per renderci conto come tra gli antichi e noi  vi è un filo che ci lega. Non è certamente un caso se abbiamo in comune con i Romani cognomi quali Rufo, Fusco, Carbone, Spendio, Prisco e sopannomi quali Rufino. Nessuno può dire se tutto ciò è arrivato a noi di persona in persona, ma sta di fatto che esistevano ed esistono tuttavia questi cognomi. Più evidente è il fenomeno dei tre nomi, parlando di onomastica. Per noi come per i Romani frequenti sono le omonimie. I cognomi sono quelli che sono per persone che il  più delle volte non solo non sono familiari, ma non si conoscono nemmeno. I nomi appartengono ai santi più venerati nella zona, e allora ecco i soprannomi, anche questo viene da lontano, viene dai Romani antichi: ma non vogliamo scantonare nell’antropologia culturale.

Il dialetto, dal verbo greco dialegomai, conversare, parlare fra due persone, è stato sempre usato per parlare, per  cantare, mai per scrivere, se non quando è assurto a dignità letteraria. Difficilmente ha derogato a questa norma, se non quando uno scrittore, per lo più poeta, ha usato il dialetto come lingua letteraria.. Il dialetto lucano, al di là dei tanti canti popolari nella trascrizione di questa o quella comunità parlante, trascrizioni spesse di nessun affidamento, perché prive di ogni principio di trascrizione fonetica, ha un solo caso illustre: Albino Pierro, il quale nella sua lingua materna, il tursitano, ha creato un’opera poetica tale, da meritare la candidatura per il Nobel. Ma il tursitano di Pierro non è un panlucano da essere additato come parlata comune della regione: è una parlata che appartiene ad una zona ben delimitata, dalle marcate isoglosse che si differenziano da altre zone vicine e lontano; perciò il dialetto lucano non è diventato una vera e propria varietà linguistica italiana, come il napoletano o il romano. Il dialetto è la nostra vera lingua materna, quella che abbiamo appresa dalle labbra della mamma, quella che è stata la base del nostro primo parlare, la lingua nella quale abbiamo imparato a pensare e nella quale, forse, pensiamo ancora. Essa è strutturata secondo regole grammaticali precise, quasi mai conosciute dai parlanti, perché non codificate, ma inconsapevolmente applicate. La grammatica normativa nasce dopo la lingua, quando questa è diventata già adulta e già codificata in testi scritti. Riesce certo difficile studiare scientificamente una parlata, quando mancano i documenti, quando ci si deve fidare solo della oralità e della auralità.

La lingua non codificata è in balia del parlante, non segue regole e schemi. Per questo molto meritoria è stata l’opera di A.R. Mennonna il quale in due poderosi volumi ha studiato la grammatica del dialetto di Muro e dei dialetti galloitalici della Lucania. Cronologicamente forma primaria del dialetto è quella orale, secondaria quella scritta, come ben notava F. de Saussure: - Lingua e scrittura sono due sistemi di segni distinti; l’unica ragione d’essere del secondo è di rappresentare il primo; l’oggetto linguistico non è definito dalla combinazione della forma scritta e parlata; quest’ultima costituisce da sola l’oggetto della linguistica.-

Uno dei primi problemi che si presenta allo studioso, ma soprattutto al cultore della materia, è quello della trascrizione fonetica, la quale ha bisogno di regole sicure, di segni sicuri, come le regole di un gioco; e la rappresentazione per iscritto dei suoni parlati è stato sempre di difficilissima attuazione, e solo in maniera molto approssimata la scrittura può rendere quella che è l’evoluzione fonetica di una parlata. Le lingue codificate e consacrate dalla letteratura hanno regole sicure, dettate dalla grammatica, la quale, anche se in continua evoluzione e diacronicamente aperta a soluzioni diverse, fornisce tuttavia delle regole. Il dialetto, e parliamo del dialetto lucano, lingua non codificata e non consacrata da scrittori eccellenti ( ma quali sono gli scrittori eccellenti?) è insicuro ed incerto  nell’ortografia, nella ortoepia e nella fonesi. Si accorge di questo chiunque voglia affrontare lo studio anche di una sola varietà dialettale. Ci si trova di fronte ad una scoraggiante scarsezza di documentazione non solo , ma anche di fronte ad una concerie di parlate molto distanti fra loro se non nello spazio, nel sistema linguistico, tanto che spesso dobbiamo parlare di idioletto piuttosto che di koinè dialettale. Questa in Lucania è molto variegata, e fondamentalmente nella regione si possono distinguere quattro tipi di istituto linguistico, dei quali uno è parlato da tutta la comunità lucana, il secondo dalla maggior parte, il terzo in due zone ristrette di territorio, il quarto da poche comunità. I quattro tipi di dialetti possono essere definiti nel modo seguente:[1]

  1.  l’italiano comune quale lingua ufficiale;

  2. i dialetti romanzi indigeni;

  3. i dialetti romanzi allogeni,

  4. i dialetti alloglotti.

 

L’italiano quotidiano (sermo cotidianus) è la lingua comune di tutti i Lucani, che la intendono e la parlano, ma con un accento particolare, affievolendo le vocali finali, fino al punto da non farle avvertire. Non èil caso di dire che alla diffusione dell’italiano comune fra i Lucani molto hanno contribuito i mass-media.

Minime, ma avvertibili, sono le differenze fra i dialetti romanzi indigeni e i dialetti romanzi allogeni. Questi ultimi, ( i gallitalici) infatti hanno assunto le caratteristiche della parlata locale, pur mantenendosi relativamente puri, come osserva il Rohlfs. La lingua delle colonie gallo italiche si è mantenuta relativamente pura in mezzo ai dialetti meridionali che la circondano, anche se ha assorbito alcuni caratteri fonetici distintivi dei parlari meridionali, scrive lo studioso tedesco.[2]

I dialetti romanzi indigeni sono quelli che si parlano nelle contrade lucane senza soluzione di continuità dall’antichità ad oggi; sono diffusi in tutta la regione, ma con caratteri e fonetica diversi  da zona a zona Nel corso dei secoli hanno subito influenze dal napoletano, dal pugliese e dal calabrese: ciò per motivi storici, culturali ed ambientali. La Lucania non ha mai avuto un centro culturale tale che potesse influenzare tutta la regione; ha solo da pochi anni una Università, non ha mai costituito una entità territoriale ben definita dal punto di vista amministrativo e politico. Le sue capitali sono sempre state Napoli, Bari o Salerno. Potenza, città non amata e senza anima non ha mai fatto presa e non ha mai esercitato nessun influsso nella cultura lucana, tanto meno dal punto di vista linguistico: essa linguisticamente è un’isola gallo-romanza e quindi non lucana. Il barese, il napoletano, il romanesco  indicano se non tutta la regione, gran parte di essa; il potentino invece oggi non indica nemmeno la parlata della Potenza moderna, in quanto la città, cresciuta negli ultimi decenni, è formata da immigrati lucani, che parlano il dialetto del loro paese d’origine.

I dialetti romanzi allogeni sono giunti in Lucania in epoca tarda dall’Italia del Nord: sono questi i golloitalici di Potenza, Pietragalla, Tito, Picerno. Le differenze fra questi e i dialetti romanzi indigeni sono più di fonetica che di lessico, sono i dialetti verso i quali si sono rivolte  le attenzioni degli studiosi, specie tedeschi.

Di ben altra natura e non romanzi sono i dialetti alloglotti costituiti da dialetti albanesi parlati a Maschito, Ginestra, Ripacandida, San Paolo e San Costantino Albanese: sono stati portati in Lucania da profughi albanesi ai tempi degli Aragonesi, dopo la presa di Scutari da parte dei Turchi nel 1464.

Nonostante queta varietà di dialetti, nel parlare lucano la intellegibilità non è mai compromessa e non accade mai che un oppidano non si capisca con un tramutolese, qualora parlino i rispettivi dialetti. Un discorso diverso va fatto per il dialetto albanese; ma i parlanti questo dialetto parlano ed intendono anche il dialetto romanzo indigeno

Se consideriamo il comportamento delle volcali toniche noteremo che in Lucania sono presenti tutti i principali tipi vocalici romanici: fatto questo molto importante dal punto di vista linguistico. Il dialetto lucano, o meglio le parlate lucane, denunciano fin troppo chiaramante la mancanza nel tempo di un centro culturale che nel corso dei secoli abbia influenzato l’intera regione. Si può certo dire che la tendenza è stata sempre centrifuga e mai centripeta, per cui proprio la mancanza di un centro lucano di attrazione ha fatto sì che le parlate lucane abbiano sempre sentito l’attrazione delle regioni limitrofe. Indichiamo qui di seguito, senza addurre esempi del diverso vocalismo tonico che provoca tali ripartizioni, le aree linguistiche lucane, secondo la terminologia dei linguisti tedeschi ( Lausberg, Rohlfs, Bigalke, Lüdtke ).

La Lucania linguistico-dialettale pertanto  può essere così divisa:

  1. Zona centrale e zona intermedia. Queste due aree vanno sotto il nome di area Lausberg, così definite dal linguista tedesco nel 1939. Essa è stata anche definita area arcaica lucano-calabra, in quanto è situata tra i golfi di Poliucastro e i fiumi Agri e Coscile, comprendendo perciò la Lucania meridionale e la Calabria settentrionale. Ha un vocalismo molto conservativo, simile al vocalismo sardo e rumeno. Tutte e tre queste zone linguistiche sono marginali rispetto alla diffusione del vocalismo romanzo, la zona Lausberg è inoltre interna e montuosa e per questo in essa il vocalismo si è mantenuto molto statico.

  2. Zona settentrionale: comprende il territorio con vocalismo napoletano, cioè il lucano orientale e il lucano nord occidentale. Sono queste le zone che comprendono la fascia bradanica ( Irsina, Oppido, Genzano, Venosa, Melfi) e la zona della Val d’Agri. La nord orientale è forse la meno studiata; il suo vocalismo è molto più evoluto e si presenta vicino algi esiti che il latino ha dato nell’italiano.

  3. Sempre il Lausberg contempla una zona meridionale;

  4. Una zona centrale ( Lucania centrale, Albano, Trivigno, Anzi, Corleto);

  5. Una zona marginale con un vocalismo di transizione.

 

A tanta varietà di isoglosse è quasi impossibile tenere dietro, anche perché ogni comunità di parlanti ha dato alla sua parlata caratteristiche proprie sia nella fonetica che nel lessico. In una qualsiasi delle zone indicate i parlanti i vari dialetti sono in grado di distinguere le caratteristiche dei dialetti limitrofi, tanto da essere in grado di individuarle e da canzonarsi a vicenda. Sono a volte sfumature fonetiche non percettibili a chi non li parla. Spesso questo accade anche fra quartieri dello stesso centro abitato, anche se, oggi, la diffusa acculturazione dei giovani e dei meno giovani e la televisione stanno livellando le parlate non solo all’interno di un centro abitato, ma anche fra centri limitrofi e non.  Altrove abbiamo dimostrato le differenze fra  due centri limitrofi: Oppido e Genzano, centri che pur hanno facilità di comunicazione e stretti rapporti economici, e per più di un secolo hanno avuto lo stesso feudatario.

Le cause delle tante varietà fonetiche vengono da lontano e dipendono dalle vicende storiche, da fattori ambientali, sociali e geografici. Sul territorio lucano nel corso dei secoli i popoli si sono avvicendati ed hanno lasciato il ricordo di sé sia nel lessico che nella fonetica; ha influito molto, specie nella zona

 Lausberg l’isolamento e la mancanza di comunicazioni; le aree interne sono più lente a recepire i cambiamenti e col tempo diventano sempre più conservative; le regioni limitrofe ( Puglia e Campania) hanno esercitato un’influenza determinante, specie la Campania con Napoli, unico centro di formazione degli intellettuali lucani, i quali ritornando nei paesi, quando ritornavano, con l’autorevolezza che derivava loro dalla cultura, influenzavano, anche non volendo, il popolo parlando il napoletano: cosa che dava loro prestigio.

Quando si vuole dare forma scritta al variegato mondo fonetico lucano si presentano problemi non piccoli riguardo alla forma grafica da dare alle voci: dare  forma grafica unitaria a materiali d’origine diversa non è semplice. E’ vero che il dialetto lucano non ha molti suoni che si distacchino da quelli della lingua italiana d’uso, ma questo non rende agevole la scelta dei segni di trascrizione fonetica ed ancor più la lettura. Ogni volta che si prende in mano uno scritto dialettale fatto per lo più da chi non ha le più elementari cognizione di grafia fonetica ci si trova difronte a dei rebus indecifrabili, illegibili. Se persone di paesi limitrofi parlano fra di loro i rispettivi dialetti, non capita mai che non si capiscano, ma se devono leggere una lettera scritta nel dialetto, è molto difficile che uno capisca l’altro, perché sembrano scrivere in lingue di pianeti diversi. Questo perché chi scrive, lo fa molte volte non seguendo nessuna norma di trascrizione fonetica, lo fa senza nessuna cognizione dei segni diacritici, ma come gli salta in testa. Così ognuno scrive per sé e, nello scritto, fra paesi limitrofi, regna la più assoluta incomunicabilità, cosa che non accade nella conversazione. Chi ascolta ha diritto di capire; ancor più  ha diritto di capire e di avere un prodotto linguistico trasparente chi legge. La grafia, anche quella dei dialetti, non può essere determinata dal capriccio personale. I registri grafici non fanno  parte in senso stretto di una determinata lingua o dialetto: sono una specie di sistema necessario che serve a fissare l’aspetto della lingua: “ la grafia fonetica è un sistema di trascrizione che tende a fissare graficamente i fonemi in modo univoco, tale cioè da far corrispondere ad ogni suono articolato un proprio simbolo e, eliminando gli inconvenienti insiti negli alfabeti ufficiali delle varie lingue, ha lo scopo pratico di mettere gli studiosi, di qualunque lingua essi siano, in condizioni di leggere alla stessa maniera un determinato testo e conseguentemente di valutarne i suoni.” [3] Non si è ancora riusciti a fissare un unico sistema di trascrizione fonetica, e questo ingenera difficoltà e confusioni. La grafia fonetica più seguita in Italia è quella alfabetica, costituita da una serie di  simboli che complessivamente formano un alfabeto convenzionale. Il linguista G.I. Ascoli nell’Archivio Glottologico Italiano usa il sistema  di trascrizione della grafia fonetica e questo è quello che noi cerchiamo di usare, semplificandolo molto per ovvi motivi.

La grafia fonetica non è un qualcosa di personale, che può cambiare per iniziativa di chi scrive, anche se scrive in un dialetto non ancora codificato letterariamente. Ora se ci si serve del sistema grafico dell’italiano, nella trascrizione del dialetto bisogna tener presenti poche norme che servono a fissare per iscritto una lingua ancora solo parlata, senza ricorrere alla trascrizione fonetica internazionale, che può essere interpretata solo da linguisti specialisti. Importante è nella grafia fonetica la distnzione delle vocali aperte dalle vocali chiuse. La e, la o chiuse vanno indicate con l’accento acuto; la e, la o aperte vanno indicate con l’accento grave. I suoni aperti vanno distinti dai suoni chiusi non per capriccio, ma perché essi fanno luce sulla derivazione delle parole dal latino. Nel dialetto oppidano la parola latina pedem ha avuto come esito péde, mentre in italiano piede; picem ha dato nel dialetto pèce ed in italiano pece.

Un’altra norma essenziale per la grafia fonetica è il rispetto della vocale muta, sia essa in fine o nel corpo della parola; norma che nel dialetto lucano dovrebbe essere tassativa. La muta è una vocale dal suono evanescente, ma vero: essa esiste e bisogna farla sentire nella pronunzia, bisogna darle corpo nella grafia. Se vogliamo trascrivere nel dialetto la parola bar, per indicare il noto punto di incontro dove possiamo degustare un buon caffè, scriveremo bar, perché dopo la r non vi è nulla. Se invece scriviamo Bar’ per indicare la città di Bari, commettiamo un duplice errore, perché nella pronunzia dialettale non vi è nessuna elisione ed invece di Bari indichiamo il bar. Per indicare la città si deve scrivere Bare o meglio Bar∂, con la e muta espressa, perché la i finale non viene elisa: è muta e fa sentire la sua esistenza, né il segno dell’apostrofo può indicare tale suono, perché esso indica una elisione,   il suono dai linguisti  è indicato con il segno  ∂ ,  una specie di e capovolta; per la e, la o aperte si è anche proposto il segno ę ed      per  le chiuse il segno ẹ ọ.

Certo non è qui il caso di indicare tutti gli accorgimenti di grafia fonetica, ma almeno il suono della e muta dovrebbe essere espresso anche nelle trascrizioni dialettali alla portata di tutti. Personalmente ho travato difficoltà a leggere un componimento di un anonimo ruotese pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiono il 23 maggio 2002. Vengono fuori suoni consonantici che non dicono nulla. Il titolo è così trascritto: A PROPOS’T. Le ultime quattro lettere verrebbero pronunciate come la parola latina post, ed invece le cose non stanno così. Ma perché non indicare le mute che esistono tra S e T  ed in fine di parola e non scrivere A PROPOSETE? D’altra parte anche la lingua francese ha la e muta espressa; né sono riuscito a leggere le poesie contenute nel volume di Peppino Pace Lu  t-rrazza-n, nel quale tra lineeette e segni di elisione che non elidono nulla, non si riesce a venirne a capo. L’autore mi scuserà, se ho gustate le poesie in traduzione. Però non è la stessa cosa.

Più complesso sarebbe il discorso sulle consonanti, le quali ubbidiscono a norme di fonetica internazionale che qui non è il caso di illustrare. Tuttavia è opportuno fare qualche esempio, soprattutto per rispondere ad un vecchio quesito che più volte mi è stato fatto: Come si scrive la parola che indica la forma di pane, quella grossa, da due chili? Il termine inizia con la sibilante schiacciata dell’italiano scemo, seguita da una gutturale dura, cioè sckanate.( così si chiama la panella in oppidano) Secondo la trascrizione fonetica internazionale dovremmo scrivere usando il simbolo š  oppure ∫ che indicano l’italiano sc di pesce o di scemo e quindi scrivere ∫kanate oppure škanate, preferibile però la prima forma. Ma quanti sanno che i simboli š oppure ∫ corrispondono all’italiano sc di pesce o di scemo? Allora scriveremmo sckanate e sckuola il napoletano scuola.

E stèdde indica il suono della dentale corrispondente a ll dell’italiano stella? No. Allora scriveremmo stèdde con un puntino sotto ogni d.

Non è certo agevole trasportare sulla carta la variegata gamma di suoni che formano i molti dialetti italiani, per questo agendo con piccoli espedienti grafici sulle normali lettere dell’alfabeto italiano si riesce ad un di presso a rendere quella che è la fonetica del dialetto. Lo spazio tiranno ci impedisce di indicare i segni diacritici con i quali l’AIS (Atlante italo-svizzero) permette di trascrivere foneticamente i molti dialetti italiani.

Non si renderà mai perfettamente sulla carta la fonetica del dialetto, dal momento che anche in italiano  molti fonemi mancano di una loro trascrizione grafica. Scriviamo allo stesso modo gli e inglese, ma leggiamo in modo diverso, e cosa dire di casa e cera? I segni grafici servono pertanto per registrare suoni e dell’italiano e del dialetto, ma servono anche a distinguere particolari suoni propri della lingua parlata, anche quella di una singola comunità di parlanti, per quanto piccola possa essere.  

 

Per ulteriori approfondimenti riportiamo una  bibliografia  di massima che interessa strettamente il dialetto lucano:

GENTILE, Aniello. Principi di trascrizione fonetica, Liguori, Napoli, 1963

LŰDTKE HELMUT, Profilo dei dialetti italiani: Lucania, Pacini ed. Pisa 1979

ROHLFS, G. Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento. Congedo,Galatina, 1988.

AA.VV., Le parlate lucane e la dialettologia italiana, Congedo ed., Galatina,1991

MARTINO, P., L’ Area Lausberg. Isolamento e arcaicità, Università La Sapienza, Roma, 1991

RADTKE, EDGAR, I dialetti della Campania, Editrice il Calamo, Roma, 1997

MENNONNA, A. R., I dialetti gallitalici della Lucania, Congedo, Galatina, 1997

LIOI, F S. Dialetto e poesia popolare in Lucania, BCC, Oppido, 1988.

LIOI F .S., Appunti per una storia del dialetto lucano: la stratificazione linguistica, in Studi storici della Basilicata, Bari 1987.

LIOI, F. S., Appunti per una storia del dialetto lucano. Dal latino al dialetto: le vocali, in Popolazione paesi e società della Basilicata, Bari 1989.

BIGALKE, R., Dizionario dialettale della Basilicata, Heidelbrg 1980.

LIOI, F.S., Radici, Lessico lucano nel dialetto di Oppido. Erreci edizioni.


 

[1] H: LUDTKE, I dialetti d’Italia: la Lucania, Pisa 1979, p. 6

[2] G. ROHLFS, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino 1966

[3] A.Gentile, Principi di trascrizione fonetica, Liguori, Napoli, 1963