Storia

Storia di Ruggiero Di Lauria "Il gran capitano"


di Marino Faggella

Mercoledì 11 luglio 2007 "uscita n. 1"

A parte le cronache del tredicesimo secolo, diverse fonti hanno testimoniato la grandezza e la storicità del “gran capitano”: i documenti diplomatici, le fonti letterarie, le notizie degli storici moderni, l’archeologia. Le strutture superstiti del castello di Lauria, per quanto in parte diruto, lo stato assolutamente precario di conservazione, l’ampia vegetazione che lo ricopre, non riescono in ogni caso a nascondere i segni di una antica grandezza, dimostrata innanzitutto dal modello della pianta che vagamente ricorda il più noto Castel del Monte federiciano. Il maniero, risalente all’età gotica, in posizione dominante e completamente imprendibile, era una rocca che sorgeva a guardia e a minaccia della valle per ricordare da secoli sia la forza di Ruggiero che il fascino del suo antico casato. Riccardo, il padre del “gran capitano”, tenuto in tanta considerazione da Federico II da esser nominato viceré delle terre di Bari e Gran Giustiziere della Basilcata, a questa data aveva certamente fissato la sua dimora nel castello di Lauria che, come sostiene il Muntaner, doveva essere “il più cospicuo” dei ventiquattro castelli sottoposti al suo comando, nelle cui segrete nobili personaggi invisi a Federico sarebbero stati custoditi dall’illustre Giustiziere. La fedeltà di Riccardo agli Svevi è testimoniato anche dalla sua gloriosa morte nella battaglia di Benevento (1266), ove cadde combattendo gloriosamente al fianco di Manfredi dove maggiormente infuriava la battaglia, mentre gli altri, fuggendo, risparmiavano la vita. La morte di Manfredi e la successiva decapitazione di Corradino, “l’ultimo vento di soave”, segnarono il definitivo declino degli Svevi e la successiva dominazione del sud d’Italia da parte degli Angioini, che fissarono a Napoli la capitale del regno, sottoponendo ad un esoso fiscalismo le terre meridionali, particolarmente la Sicilia, esautorata e desiderosa per questo d’indipendenza. Costanza, la figlia di Manfredi, che nel 1262 aveva sposato Pietro III d’Aragona,  accampando diritti di successione sul regno di Sicilia, faceva continue pressioni sul marito perché recuperasse con la forza le terre che erano state strappate al padre. L’aragonese, sebbene in principio fosse titubante nell’intraprendere una guerra contro Carlo d’Angiò, in possesso allora di un forte esercito e di una flotta numerosa, differì ad altro tempo l’impresa. Ma la sollevazione del Vespro(lunedì di Pasqua 1282), provocato, come sostiene l’Amari, dalle violenze angioine, aveva indotto i palermitani a gridare “mora, mora”, (morte ai francesi!) e a scacciarli infine da tutta l’isola. Era l’occasione che Costanza aspettava per vincere le ultime resistenze del marito, che, ascoltando i consigli del giovane Ruggiero di Lauria, preparò un piano per attaccare la Sicilia. Certamente quel giovane, già titolato, godeva a tal punto della stima del suo re da essere ritenuto tra i suoi più fidati consiglieri.Ma quando e come Ruggiero era arrivato nella Spagna aragonese? Vi era stato condotto da sua madre , donna Bella (Isabella Lancia), la quale, già madre di latte di Costanza, l’aveva poi seguita con i suoi figli in Aragona per le nozze con Pietro III, come testimonia il Muntaner nella sua Cronica: <<Era Ruggiero di nobile lignaggio, sebbene appartenesse alla classe dei signori di Senera e sua madre donna Bella fosse donna molto discreta, buona ed onesta, di casa di madama Costanza, che accompagnò in Catalogna e che fino alla morte non abbandonò, come pure giammai abbandonò il figliolo Ruggiero, che educossi alla corte, dove giunse giovinetto>>. Manuel Josè Quintana, autore di una “Vida de Roger de Lauria”, ci ha fornito il miglior ritratto del giovanissimo Ruggiero: <<Nessun marinaio, nessun guerriero, lo superò mai nelle virtù militari e navali e nelle tante vittorie. Di statura piuttosto piccola, ma forte; di portamento grave ed equilibrato, dimostrò fin da giovanetto di essere destinato ad un avvenire pieno di dignità, di autorità e di gloria.Nelle manifestazioni competitive, nei tornei, nelle gare, nessuno poteva eguagliarlo e tantomeno superarlo nell’eleganza del suo comportamento, nella sua forza, nella sua destrezza>>. Lo storico aragonese , pur non potendo dimenticare le origini italiche del futuro “gran capitano”, così conclude: <<Pur essendo nato fuori di Spagna ed appartenente al lignaggio straniero, lo ho collocato tra i nostri uomini più celebri, perché fin da piccolo fu educato in Aragona,dove si formò e dove si stabilì. Combattè per l’Aragona, alla testa sempre di forze aragonesi: le sue battaglie, la sua gloria, le sue virtù e persino i suoi vizi ci appartengono>>. Al di là del comprensibile desiderio di appropriazione ”causa dignitatis”, vi sono stati in seguito altri e diversi tentativi di negare il legame di Ruggiero con la nostra regione, cui non si sottrae neppure Giacomo Racioppi che, pur definendo il Lauria <<il più grande uomo di mare dei mezzi tempi, fino  ad Andrea Doria>>, non manca di sottolineare <<Non è certo che nascesse nel paese di Lauria; anzi da documenti spagnoli accennati dall’Amari parrebbe che fosse nato nella prossima Scalea, ma la sua famiglia ebbe in feudo Lauria; e di qua il titolo alla famiglia stessa, la quale, forse vi risiedeva>>.

A questo punto conviene soffermarci un pò sull’importante questione del nome gentilizio e del luogo di origine del gran capitano, non tanto per ridare alimento alla noiosa storiografia municipalistica (non mancano, intanto, storici calabresi che sulla traccia dell’Amari hanno insistito sulla patria cosentina di Ruggiero) quanto per indicare al lettore lo stato delle indagini in proposito e per suggerire qualche soluzione non propriamente provvisoria. Quanto al cognome dell’Ammiraglio, occorre dire che Ruggiero, sia durante la sua vita sia successivamente, venne indicato con nomi diversi, come sottolinea a tal proposito V.P.Rossi, che, desumendoli da documenti ufficiali di varia natura, elenca almeno quattro varianti del cognome dell’Ammiraglio,(cui si potrebbe aggiungere il Dell’Oria usato da Boccaccio nella novella 6° della V giornata): <<Alcuni al nome di Ruggiero o Roger fecero seguire il cognome Di o De Loria, altri il cognome Loria, altri ancora gli consegnarono il cognome primitivo di Lauria, e finalmente lo stesso ammiraglio, in un documento conosciuto come “testamento” redatto nel convento di Santa Creus, firmò col cognome di Luria. Ciò ha dato luogo a molte discussioni da parte di storici e cronisti>>. Come risolvere la questione? Quale era il vero cognome di Ruggiero:Dell’Oria, Loria, di Loria, o di Lauria? Il Rossi, appellandosi all’autorità, a dire il vero non so se linguisticamente attendibile, del Quintana (<<E’ grande la varietà con la quale si scrive questo nome, in conseguenza del differente valore che si dà al primo dittongo: degli italiani alcuni lo dicono Loria, altri dell’Oria; i Catalani Luria e così è scritto nel testamento; i francesi e castigliani Lauria>>.) conclude che i cinque cognomi in questione << sono derivazione, o, per meglio dire, deformazioni del vero cognome di Lauria>>.

Quanto alla questione della patria di Ruggiero, è opportuno muoversi con cautela per non urtare la suscettibilità degli storici municipalisti , i quali, pur provvisti talvolta di ottime qualità nella ricerca storiografica, spesso precludono a sé la possibilità di interpretare giustamente i fatti con obiettiva attendibilità proprio a causa della tesi di parte. E’ ciò che è accaduto anche a due studiosi calabresi, il Prof. Visalli e l’Avv. Morisani ( guardatevi, in ogni caso, dagli avvocati, particolarmente quando si occupano di storia) che, pur di sottolineare l’origine cosentina dell’Ammiraglio “ colui che fu lo spavento del Mediterraneo”, citano a sostegno una lettera latina di Ruggiero al re Giacomo II (anche datata 10 luglio 1207) dalla quale si desumerebbe, e per sua ammissione, l’origine calabrese dell’ammiraglio. Peccato che di tal lettera non vi sia traccia, come ha dimostrato a metà dell’800 il Carini, storico siciliano incaricato dallo Stato di reperire negli archivi spagnoli il maggior numero di documenti, che sono stati da lui ritrascritti, in particolare una gran quantità di diplomi, e poi pubblicati in due volumi, tranne la famosa e fantomatica lettera. Ciò dimostra come il caso intorbidi il disegno degli storici. A questo punto sarebbe meglio prestar fede a storici “super partes”, come lo spagnolo Zurita che, descrivendo la spedizione in Italia degli Aragonesi e in particolare il primo impatto di Ruggiero con la sua terra d’origine, sostiene che egli trovò molti castelli dalla sua parte, soprattutto quelli dei suoi avi: <<Si dichiararono per il re d’Aragona  Montaldo, Renda, Bracha ed altri paesi della valle del Crati, Laino, Rotonda; Castelluccio e Lauria che era stata dei predecessori dell’ammiraglio>>. Altri, come il Palmieri, traendo spunto dall’affermazione dello stesso storico spagnolo (<<Ciò esposto, chiaramente apparisce che l’autore (Zurita) di altro paese non fa menzione che di Lauria della Basilicata>>) è arrivato a concludere che la patria dell’ammiraglio fosse Lauria, luogo dove ancora esiste, il più importante dei ventiquattro castelli del suo casato. Il Morisani di fronte all’evidenza dei fatti, ha proposto tale soluzione di compromesso:<<Se pure per momentanea concessione […] volessimo ritenere vero che Lauria fosse suo cognome e sua patria, ciò non infirma per nulla la nostra tesi, giacchè Lauria, nel 1200, e per secoli posteriori, appartenne a Val di Crati, cioè provincia di Cosenza, la quale giungeva fino a Metaponto>>.  Tale ultima affermazione, in parte anche vera, ci potrebbe trovare d’accordo perché è lì a dimostrare che la storia vera non sempre coincide col campanile, non fosse altro perché nei grandi disegni della politica spesso si fa e disfa la geografia.

Dicono gli storici che Ruggiero crebbe, robusto nella persona, nella corte armigera    d’Aragona e ricevette le insegne di cavaliere dalle mani dell’ Infante, quello stesso che, divenuto re col nome di Pietro III, lo nominò in seguito “ammiraglio di Aragona e di Sicilia” pronunciando tali parole, come si legge nella Cronaca del Muntaner: <<Ruggiero, tua madre donna Bella ha servito molto bene la Regina, mia augusta compagna, come nutrice e donna di compagnia. Tu sei vissuto alla mia corte ed hai ricevuto una educazione da principe. Guidato dalla grazia divina ti affido l’insegna dell’ammiragliato, sicuro che illustrerai la mia bandiera>>. Si dice che Ruggiero, dopo aver accolto le parole del suo re, inginocchiandosi  dinnanzi e baciandogli le mani in segno di devozione, giurò che fino a quando l’esercito e la flotta fossero stati affidati sotto il suo comando, non avrebbero mai provato il dolore della sconfitta. In questo fu buon profeta. Infatti, come sostiene il Vecchi, se gli toccò raramente di non riuscire a piegare in campo aperto gli avversari, soprattutto sul mare <<rifulsero doti che di gran lunga sorpassano quelle dei contemporanei e i marinai di altra età. Per alacrità somma, per la perduranza nel proposito , per la fortuna –è qualità anch’essa, checchè se ne voglia dire il contrario- egli è sovrano tra la pleiade degli almiranti medioevali. Per la vastità delle imprese, per l’importanza numerica delle sue armate non è secondo che ad Andrea Doria, il principe dei marinai mediterranei. Ma le angosce della sconfitta non risparmiate dalla provvidenza a Doria […] egli non le conobbe mai >>. In effetti le sue imprese, in particolare le spedizioni del 1284-1285 contro gli angioini, furono, - come dice Dante di Cesare, anche egli imbattibile condottiero per mare e per terra, - “di tal volo, che nol seguiteria lingua né penna>>. In ogni caso faremo in modo di narrare le sue più significative gesta, a cominciare dal primo scontro, autentico battesimo di fuoco, accaduto nelle acque di Malta. Mentre Ruggiero incrociava con la sua flotta nel canale di Sicilia, intercettò, una tarida dei francesi dal cui capitano venne a sapere che la flotta aragonese era in agguato nel porto di Malta. Dopo una rapida navigazione la flotta aragonese giunse sul far del tramonto in vista delle navi angioine. L’ammiraglio inviò, allora, un suo schifo per avvisare i comandanti nemici che alla prime ore dell’alba avrebbe attaccato la loro flotta annientandola. Gli angioini, per nulla turbati dalle parole dell’avversario, anzi, decisi a punire la sua baldanza, attesero l’alba e l’assalto, riversando sulla nave ammiraglia di Ruggiero tutta la forza del loro armamentario. Quest’ultimo, per nulla intimorito da quel fuoco d’inferno, non rispose interamente al lancio dei provenzali, ma fece in modo che esaurissero le scorte d’arma, indi solo a mezzogiorno lanciò l’assalto al grido di “Aragona”, prima riversando sugli avversari, ormai stanchi, i proiettili da lancio, poi speronando di fianco, con abile manovre, le loro navi, rompendone i remi, sicchè non poterono sottrarsi all’arrembaggio degli almogaveri, le sue terribili truppe d’assalto, che in quella circostanza, parvero agli avversari non uomini ma diavoli usciti dall’inferno. La battaglia di Malta fu la prima vittoria navale di Ruggiero che permise al gran capitano di affondare diverse galee provenzali, ormai non più in grado di navigare e di prendere un gran numero di prigionieri, subito giustiziati sul posto. Anche il Quintana, che non fu certamente ostile né agli aragonesi, né a Ruggiero, ha sottolineato che spesso l’ammiraglio riservava ai prigionieri trattamenti inumani, dimostrando un’ autentica crudeltà e giustificandola in parte con le terribili abitudini della guerra del tempo, sarebbe meglio dire di ogni tempo: <<Dispiace che a tanto grandi e belle qualità facesse contrasto la durezza barbara che le distruggeva; il suo forte cuore di tigre lo portò a non perdonare mai, ed abusando della sua superiorità sui vinti e sui prigionieri, si rese indegno delle vittorie che conseguiva. Può scusarsi in parte questo suo grande difetto con la ferocia dei tempi in cui visse >>. Carlo d’Angiò avuta notizia della rotta di Malta subita dai suoi, col proposito di vendicare l’onta della sconfitta, assoldò naviglio e marinai pisani e genovesi fino a mettere insieme una flotta di 150 navi, contemporaneamente, temendo le incursioni aragonesi , dispose la costruzione di torri a mare lungo tutta la costa del regno meridionale, ancora oggi visibili, che costituirono il sistema difensivo costiero degli angioini. Malgrado le torri , edificate a difesa e pronte a segnalare coi fuochi la presenza delle navi aragonesi, la flotta del gran capitano, pur inferiore di numero, (disponeva infatti solo di una trentina di galee e di poche altri navi leggere), effettuando rapide e frequenti incursioni lungo le coste calabresi e campane, distruggeva e saccheggiava i centri rivieraschi. Il coraggio e l’ardire di Ruggiero lo spinsero un giorno, con improvvisa incursione, e forzando il blocco delle navi nemiche, a penetrare nel porto di Napoli per snidare l’armata angioina attirandola al largo. L‘ammiraglio, tirandosi dietro la flotta nemica con tutti i cortigiani, a dire il vero, non molto pratichi della navigazione, inizialmente dette l’impressione di volersi sottrarre al combattimento, poi , attestandosi nei pressi del golfo di Castellamare di Stabia e ponendosi il sole alle spalle, scelse per i suoi la posizione più favorevole. Poco dopo, esortati i suoi, dette l’ ordine di procedere contro le navi angioine sommando la forza dei rematori a quella dl vento e delle vele. L’ esito dello scontro fu disastroso per la flotta di Carlo che, con il sole  di fronte, fu costretto a subire la strage dei suoi. Prede di Ruggiero in quella giornata furono, la capitana angioina e altre nove galee, nonché un gran numero di nobili condottieri e di cortigiani, dei quali questa volta l’ ammiraglio accolse la resa con il proposito di ottenere un consistente riscatto e di usarli eventualmente come merce di scambio. In effetti, per poter continuare la guerra, gli aragonesi avevano bisogno di molte sostanze: è risaputo che il denaro fa la guerra. Ed esso difettava particolarmente a Ruggiero che, trovandosi lontano dai suoi centri di approvvigionamento, si vide costretto a compiere autentici atti di pirateria contro le popolazioni costiere, in ogni caso operando non diversamente da tanti e nobilissimi condottieri di navi inglesi, compreso il grande Nelson. L’ isola di Gerba che si trovava nel golfo di Gabès in Tunisia, ricca di acqua, di palme e ulivi, la notte del 12 settembre 1284, fu presa d’ assalto da una flottiglia agli ordini del gran capitano, fornendo agli aragonesi un immenso bottino. In tale occasione la strage degli uomini fu immensa, ma non furono risparmiati neppure i bambini, massacrati senza pietà. Mentre re Carlo concentrava nel castello di Melfi tutti i nobili del regno meridionale per fronteggiare i ripetuti assalti di Ruggiero la fortuna venne a lui in aiuto dall’ esterno. Infatti il re di Francia, Filippo III l’Ardito, per accordi intercorsi con il papa Martino IV, aveva assalito il regno di Aragona con il suo enorme potenziale di 150 galee e di oltre 100.000 armati. Pietro III, suo malgrado si indusse a richiamare in patria precipitosamente Ruggiero con tutte le sue forze per fronteggiare l’ assalto francese. In questa occasione rifulsero maggiormente la forza e le straordinarie qualità strategiche del gran capitano, il quale dette prova di muoversi con straordinaria abilità sia per mare che per terra. Andato alla caccia della flotta francese, composta di ben 50 galee, la incontrò poco a nord di Barcellona, incaggiando un combattimento che durò fino alle prime luci del giorno successivo, col risultato che 54 navi tra provenzali e napoletane caddero nelle sue mani. I cronisti dell’epoca, soprattutto quelli di parte spagnola, esagerando un po’, parlarono di un’ autentica debacle dei francesi, i quali, dopo aver perso nella battaglia 5000 uomini e 68 navi, si videro costretti a chiedere una tregua. Narrano sempre i cronisti che Ruggiero rispose agli inviati del re di Francia che egli non avrebbe concesso nessuna tregua nè a francesi e nè a provenzali, che anzi, quando uno degli invitati del re lo ammoniva che lo stesso era pronto a mettere in mare una flotta ben più poderosa di quella persa Barcellona, lo gelò con queste parole: <<Sappi che senza esplicito permesso del mio re non può attraversare il mare non una squadra, ma nemmeno una sola galea, e che perfino i pesci, se vogliono mettere fuori la testa dall’ acqua, debbono premunirsi di una corazza con gli stemmi di Aragona>>. Poi vi fu la ritirata disastrosa dei francesi, incalzati senza pietà dagli almogaveri di Ruggiero, i quali durante la marcia, a causa di una pestilenza scoppiata nell’ esercito in marcia,persero il loro re che, come dice Dante nel VII canto del Purgatorio, finì allora in modo inglorioso, “fuggendo e disfiorando il giglio” di Francia. Ma neppure l’ esito favorevole della guerra riuscì ad evitare una morte crudele al suo avversario. Anche re Pietro, infatti,  dopo aver abbandonato il campo di battaglia, assalito da febbre maligna, uscì di vita all’ età di 46 anni, lasciando i suoi 3 figli Alfonzo, Giacomo e Federico a contendersi il regno e il possesso della Sicilia che, dopo la cacciata dei francesi era diventata possesso aragonese, anche se a dire il vero poco saldo perché preteso sempre dalla Chiesa e dagli angioini. Per consolidare la conquista dell’ isola e per far conoscere alla moglie Costanza e ai figli le disposizioni testamentarie del re, Ruggiero ritornò in Sicilia con le sue navi; ricevendo poi dalle mani di Alfonso, succeduto al padre, la nomina di “ Ammiraglio di terra e di mare “ di tutte le forze angioine e siciliane. Incarico che egli ebbe sempre modo di onorare nel migliore dei modi, prima respingendo nella piana di Augusta gli angioini che avevano invaso la Sicilia meridionale, poi infliggendo una definitiva sconfitta navale nella battaglia di Castellamare (1287) alla flotta franco – pontificia che nell’ occasione consegnò, in segno di resa, nelle mani di Ruggiero gli stendardi della Chiesa e di Napoli.

La storia successiva del grande ammiraglio non fu meno gloriosa, anche se egli non sempre seppe muoversi con abile strategia diplomatica tra gli eredi di re Pietro che, con la loro condotta finirono con l’ indebolire la forza aragonese. Discutibile rimane per gli storici anche il passaggio di Ruggiero dalla parte degli avversari dopo averli aspramente combattuti per mare e per terra. Giacomo Racioppi in una pagina della sua Storia dei popoli della Lucania, così sintetizza la figura e le gesta del gran capitano: <<Ruggiero di Lauria, celeberrimo uomo di mare del secolo XIII, grande ammiraglio di Sicilia e di Aragona, sotto Pietro, Giacomo e Federico, aragonesi, re di Sicilia, battè tante volte, che è difficile ricordarle tutte, provenzali, francesi e pugliesi della flotta di Carlo d’ Angiò, nelle Acque di Napoli, di Malta, di Sicilia, di Linguadoca, di Catalogna. Una volta nel golfo di Napoli, accerchia, vince e fa prigionieri con mezza la flotta  il fiore dei suoi baroni, il vicario del regno, figliuolo di Carlo d’ Angiò, in due altre grandi battaglie prende prigioni, con un numero sterminato di conti e cavalieri, due altri ammiragli del Re di Francia, che vi perdono quasi intero il naviglio>>, definendo un ritratto complessivo dell’ ammiraglio che <spargendo dovunque, temuto e famoso il suo nome, e mostrando sempre e dovunque ardimento, prontezza, sagacia, iniziativa, genio e misto a prepotenza, a cupidigia, ad asprezza, anzi a ferocità di un  animo fortissimo, fu il più grande uomo di mare dei mezzi tempi fino ad A. Doria (ivi)>>. Così anche noi preferiamo ricordarlo sottolineando pero di quest’ uomo “di valore inestimabile“ (come lo ricorda Boccaccio nella novella già ricordata) non tanto la crudeltà e il presunto finale tradimento quanto piuttosto la forza, il coraggio e la lealtà, proprio di chi visse in una svolta decisiva della nostra storia, allorchè in un clima da epopea i tradizionali valori del feudalesimo e della cavalleria si incontravano con la vita attiva delle arti.

 

 

 

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