Turismo & Natura

Linee di sviluppo e modalità di attrazione turistica in Basilicata ( relazione di Giampiero Perri - APT di Potenza -)


di Raffaella Faggella

 Venerdì 4 gennaio 2008 "uscita n. 2"

Il presente articolo, a parte l’opera di trasformazione del discorso orale nelle forme della registrazione, è fedele riproduzione di una relazione tenuta dal responsabile dell’APT di  Potenza, Dott. Giampiero Perri, nel corso di un mini-convegno organizzato  dall’Assessorato alla Cultura del comune di Maratea in occasione della presentazione, avvenuta nell’agosto 2007, del volume Ai piedi del Cristo, Maratea tra memoria storica e vocazione turistica, Data la congruenza delle argomentazioni che hanno a che fare prima di tutto con la situazione di Maratea e dintorni, riteniamo opportuno di proporlo ai nostri lettori in quanto le conclusioni del relatore tracciano anche le linnee essenziali delle attuali potenzialità dello sviluppo turistico lucano nella prospettiva di una sua più moderna e progressiva attuazione.

Il contributo che si può dare a fronte della lettura attenta di questo libro di Marino Faggella sulla realtà turistica di Maratea penso debba partire innanzitutto da alcune considerazioni generali. In fondo le cose che abbiamo ascoltato questa sera ripropongono dei temi che non riguardano solo Maratea: innanzitutto il motivo del legame fra tradizione e modernità, questa nostalgia di un piccolo mondo antico quale esigenza che si manifesta nell’uomo contemporaneo. In questa prospettiva credo che anche la parola, lo stesso nome di turismo suoni male alle nostre orecchie, in quanto rinvia ad un concetto nel quale difficilmente qualcuno di noi si ricomprende.

Se facessimo un sondaggio veloce per sapere che cosa significa essere definiti turisti, forse potremmo avere come risultato che gli unici a ritenersi turisti sono i marateoti. Questo accade perché quella del turista è una categoria che ci sta stretta, nella quale  difficilmente ci identifichiamo, una categoria nata all’interno di scuole economiche e socio-antropologiche che in qualche modo non riproduce esattamente il modo con cui noi viviamo le cose. Credo forse che il nostro punto di partenza debba essere propriamente questo: noi siamo uomini di questo tempo, di una generazione che ha deciso di incontrare la realtà, gli uomini e le cose, con un altro animus e spirito diversi.

E proprio Maratea ripropone una questione fondamentale che chi non è del luogo subito coglie: Maratea è la porta vera della Basilicata, il suo paesaggio culturale, di questo si tratta, storia, cultura e natura, è il paesaggio culturale della nostra regione. La verticalità delle sue montagne, gli strapiombi sul mare servono a definire una terra da sempre definita cerniera, cuore del sud e luogo di collegamento fra le grandi regioni della Campania e della Calabria. Questo ha segnato da sempre il destino di una terra nata per essere attraversata da culture e tradizioni tanto diverse: non a caso qui si riconosce una ricchezza di dialetti ed una molteplicità di espressioni culturali.

Io credo che anche per una città così ricca di storia e di tradizioni di cultura il tema fondamentale debba essere un altro, ed in particolare: che cosa significa oggi essere attrattivi, che cosa significa essere ospitali per una città di mare, che è un luogo dove la gente desidera rilassarsi, riconciliarsi con se stessa, vivere anche esperienze ed emozioni, eventualmente anche amore? Risponderemo che non può essere un posto qualsiasi, ma deve essere per necessità un luogo di elezione, una destinazione che si sceglie, non un punto casuale della vita delle persone. E le ragioni della scelta possono essere le più varie. Se dovessimo passare in rassegna, secondo le categorie del turismo, la natura delle località turistiche, scopriremo che non tutti i luoghi sono simili: ve ne sono alcuni freddi altri che coinvolgono, trascinano o entusiasmano.

Io credo che Maratea a questo punto ha già compiuto la sua scelta, e devo dire, forse dichiarando anche un giudizio poco generoso nei riguardi di Rivetti, del suo operato e della sua funzione. Io credo che la distanza del tempo dovrebbe riconciliarci con certe esperienze. La Basilicata ha sempre avuto bisogno di qualcuno che dall’esterno le facesse notare, meravigliandola, che è una realtà bella, fatta di cose che meritano attenzione. La regione è vissuta, si può dire, per molti anni senza comprendere la sua sorprendente bellezza e la straordinaria stratificazione culturale che la riguarda. La nostra è una terra ricca di religiosità, che conserva ancora impressi nella natura, e talvolta nelle fabbriche di piccoli centri, i segni di una cultura plurisecolare. Qui da noi il monachesimo basiliano non è soltanto un ricordo lontano o un ritorno alle origini, ma vive nelle strutture mentali della gente che sono rimaste vive nel tempo, testimoniando un costante approccio con la spiritualità, che qui ha una grande impronta mistica più che ascetica, molto meno dottrinale, poco categoriale, fatta molto più di immaginario e di credenze rituali.

Giustamente nel suo libro Marino Faggella sottolinea molto questo aspetto della ritualità, delle feste che sono prima di tutto di tipo religioso, come la grande festa di San Biagio che permane intatta negli anni, la stessa tradizione delle feste laiche o quella eno-gastronomica, che dimostrano senza ombra di dubbio una specificità molto forte. Queste sono cose che testimoniano un fortissimo legame con una tradizione mai smessa che, anzi, con poche modificazioni continua a perpetuarsi anche nel tempo della rivoluzione telematica. 

Riteniamo che l’uomo del nostro tempo ha bisogno di queste cose, è in grado di riconoscere il loro valore e viene a Maratea anche per incontrarle; ma c’è da dire, comunque, che egli ha bisogno anche di altro. E qui tocchiamo un grande tema che è molto attuale: quello delle nuove domande, dei nuovi bisogni che riguardano tutti noi, che sono anche di svago, di divertimento, (senza dare al termine alcuna connotazione dispregiativa) di possibilità di sport all’aria aperta, di tempo libero vissuto e fruito in una dimensione la più varia. Si vuol dire con questo che il carattere culturale che, insieme alla valenza paesaggistica, connota e struttura la realtà di Maratea non può essere in senso assoluto risolutivo ed esaustivo, né deve precludere il soddisfacimento di altre forme di attività.

Sicuramente vi sono oggi possibilità architettoniche e di progetto ingegneristico che consentono di dare risposta a queste domande in maniera coerente con il territorio, non mancano grandi paesaggisti e grandi operatori dell’architettura che sono in grado agevolmente di non fare cose  difformi ma armoniche con questo contesto, dimotrandosi capaci di rispondere al desiderio importante di soddisfare altre domande ed esigenze che le vengono rivolte da più parti.

A mio avviso, per tornare un po’ più sull’economico e sul tema che, probabilmente fa da sottofondo, io credo che Maratea debba prendere coscienza che è finita un’epoca, è cessata una stagione. E’ questa una riflessione che deve essere fatta anche dagli operatori economici di questa terra, i quali probabilmente, ancorati come sono all’antico, non si rendono conto che noi viviamo nella civiltà della comunicazione, nella cosiddetta “società culturale”, per usare i termini di Peter Coslowski e di altri sociologi, una società nella quale noi scambiamo principalmente valori simbolici. Quella che ad alcuni potrebbe sembrare una semplice concettualizzazione è in realtà una situazione nella quale tutti noi viviamo. Dobbiamo convincerci che la vera economia, quella del nostro tempo, è un’economia sempre meno materiale, sempre più legata allo scambio di dimensioni di tipo comunicativo, nella quale il cellulare, per fare un esempio, è solo un’espressione materica.

Tutti sanno, non per caso, ed è talmente trasparente che le nostre conversazioni al telefono sono diventate ormai oggetto di facile comunicazione e talvolta di immediata pubblicazione, tanto che molti giornalisti talvolta si preoccupano solo di registrare le nostre telefonate per poi pubblicarle sui giornali. La nostra è una società fin troppo trasparente, e in questo senso anche molto più aggressiva di quella di un tempo, ma proprio per questo essa esige delle realtà che siano in grado di potenziare la loro capacità di comunicazione.

La toponomastica, ad esempio, è anche possibilità di comunicazione, però è necessario che qualcuno ci introduca, ci inizi al linguaggio toponomastico che in non pochi casi riassume la capacità di comunicazione di un luogo. Noi molte volte per capire dove ci troviamo abbiamo bisogno di una mediazione culturale, ben ha fatto pertanto l’amministrazione comunale a promuovere la creazione di un museo, ad offrire luoghi e possibilità di incontri. Io credo che la cittadina tirrenica ha bisogno proprio di questo: di favorire eventi ed attività che siano all’altezza di questo luogo, particolarmente favorito dalla storia e dalla natura.

Maratea è importante in quanto è il simbolo della Basilicata, non deve essere solo la cartolina della nostra regione: essa è a mio avviso una grande porta d’ingresso per accedere alla cultura di un popolo come il nostro. Anche lo stesso carattere dei marateoti, che qualcuno ha voluto definire il segno di una difficile disposizione ambientale ad aprirsi, è in fondo una caratteristica comune a tutti gli uomini di montagna. Analogamente a tutti i lucani, essi sanno essere alla stesso tempo ospitali, ma anche riservati. E’ questa una fisionomia che partendo di qui potremmo riconoscere senza ombra di dubbio fino a Potenza e oltre. Ad essere così strutturato non è soltanto il carattere locale, il lucano ha questa connotazione che è legata al suo modo di vivere, che, a differenza di molti altri, dispone di grandi spazi, noi abbiamo la grande fortuna di avere chilometri quadrati a disposizione, di essere pochi all’interno di un grande territorio, fra l’altro variegatissimo.

Basta percorrere qualsiasi luogo di questa terra per ritrovarvi pagine di storia e memorie antiche straordinarie: il momento federiciano, la culla della Magna-Grecia, i Cavalieri Templari, perfino i Celti, la cui presenza è stata rinvenuta da poco, attestata anche dalla sicura esistenza del così detto dialetto gallo-italico. La Lucania è una terra che nel passato ha raccolto tutte le minoranze, perfino momenti di eterodossia religiosa, proprio perché custode di un paesaggio che consentiva anche di nascondersi, e non solo per questo, è stata senza retorica una terra di libertà. Ma tutto questo, che stiamo da alcuni anni scoprendo, deve necessariamente continuare a vivere e pulsare. Pertanto, anche la nostra società contemporanea non può esistere senza avere un progetto culturale e una strategia territoriale.

Se è vero che la Basilicata presenta una tradizione così fiorente che in qualche modo può essere utilizzata a fini turistici, anche qui, in una piccola città come quella di Maratea, che certamente può vantarsi della sua storia, potremmo sottolineare come specifica qualità storica della zona quella delle insorgenze. Io non condivido alcuni passaggi culturali, ma ciò non vuol dire che non li rispetti. Quanti mi conoscono sanno che io sono molto legato ad una esperienza di spettacolo culturale col quale anche qui a Maratea molti hanno avuto modo di incontrarsi, mi riferisco alle rappresentazioni della Grancia sul brigantaggio, che a mio avviso è il più grande spettacolo di teatro popolare esistente in Italia, che racconta drammatizzandola la storia del brigantaggio meridionale.

Quando vengo qui non posso non ricordare quello che è accaduto in questo luoghi agli inizi dell’Ottocento: vale a dire la resistenza antifrancese di Maratea che, a mio avviso, è stato uno degli esempi più grandi della ricerca della libertà di un popolo. Infatti gli abitanti di questa terra non si sono limitati solo ad echeggiare i principi dell’89, libertà, fraternità e uguaglianza; ma, quando hanno visto che i francesi ammantandosi di quei sacri ideali portavano via interi tesori, saccheggiavano intere città, rivelandosi comunque per quello che erano, cioè un esercito imperiale di conquista, il popoli di questa terra si sono opposti con le armi all’invasore.

La mia simpatia non può non andare a quelli che hanno avuto il coraggio di contrastare forze così preponderanti come quelle francesi. Non tutti sanno che qui, nella parte alta del borgo antico, accanto alla chiesa di San Biagio, è avvenuta la più grande resistenza guidata dal Mandarini, che, come giustamente ricorda una pagina di storia molto bella, accettò il compromesso proposto dai francesi di abbandonare le armi in cambio della libertà, sperando inutilmente che questi ultimi si comportassero da uomini d’onore, ma dovette assistere prima alla morte dei suoi, poi all’incendio e alla distruzione della rocca, le cui rovine ancora oggi parlano del tradimento del generale Lamarque e della violenza dei suoi. Non lontano di qui abbiamo comuni, come quello di Lauria, che vennero saccheggiati e bruciati, che hanno pagato con la distruzione il coraggio della loro ribellione.

Da ciò si può capire come qui la vicenda delle insorgenze, come del resto la storia del brigantaggio risorgimentale, sia una storia viva. Quello dei briganti è da noi un mito per questo, non in quanto fossero tutti dei santi uomini dei quali si vuole fare l’elegia, ma perché in quel momento storico il modo in cui fu operata la nostra unificazione fu un modo tragico, che non fu unanimemente accettata, ma venne portata sulla punta delle baionette da gente che veniva da lontano, parlando una lingua che non era neanche l’italiano, spesso era il francese o il dialetto piemontese,che nella metà del XIX secolo molto lo ricalcava. L’incomprensione feroce e la violenza enorme dell’esercito piemontese spiega l’insorgere del brigantaggio il cui mito vive tuttora in tutta la regione, e in parte anche qui, dimostrando che questa è una terra dove non c’è tanto nostalgia, ma permane una tradizione viva.

Se tralasciamo per un momento il brigantaggio potremmo portare a proposito un altro esempio, quello dei riti arborei: la grande tradizione delle maschere arboree e dei culti arborei di Basilicata. Esistono almeno nove comuni ove è vivissima questa tradizione. Ma non bisogna pensare solo al folclore quando si assiste a quei riti della festa del matrimonio fra gli alberi, che è una tradizione arcaica pagana, poi cristianizzata, ricelebrata ogni anno nel cosiddetto maggio di Accettura. La ricorrenza di questi riti, che hanno a che fare con l’antichissima ritualità del ritorno della primavera e conseguentemente della vita, dimostra che questa regione ha la capacità di conservare la vitalità di antiche cerimonie tradizionali, che ha conquistato anche le nuove generazioni, che le vivono con una ripresa di consapevolezza della dimensione comunitaria che non può essere trascurata, con un recupero di coscienza che non è più una visione nostalgica, o una vicenda che semplicemente si trasmette, ma una tradizione di valori che si accoglie con grande consapevolezza.

Io credo che quando un popolo, una comunità, riesce a rendere feconda una tradizione e a rinnovarla, che non sa né di passatismo né di nostalgia, ma  che abbia la capacità di sentire queste emozioni e di comunicarle agli altri, è anche in grado di offrire tutto ciò ai visitatori quale prodotto turistico. Se per turismo intendiamo l’esito di una capacità di offrirsi e di offrire la propria cultura e la propria tradizione col proposito di produrre attrattività che motivi il viaggio di quanti si muovono alla ricerca di emozioni e di esperienze forti, questo è il turismo che la Basilicata può offrire e proporre. Esso sarà tanto più desiderabile quanto più saremo in grado di comunicarlo e di farlo conoscere. Quanto più questa regione sarà capace di potenziare la sua capacità di manifestarsi, quanto più la nostra terra conserverà questo appeal straordinario,senza avere nulla di posticcio, ma col proposito di mostrare le sue radici culturali quali legami che appartengono a tutti gli italiani e in cui tutti quanti possano, in qualche modo, riconciliarsi con pezzi di memoria, tanto più potrà esercitare una funzione di richiamo verso l’esterno.

L’atto di ricollegare le più antiche forme con quelle di un’esperienza di dimensione familiare, la capacità di arricchire questa continuità della quale noi tutti ci alimentiamo costituisce certamente il nostro filo con il passato, ma anche un grande ponte versi l’avvenire. Per questo, io credo che tutto ciò che di modernità e di capacità di innovazione siamo in grado di portare all’interno di questa tradizione, nel rispetto certamente dell’ambiente e delle strutture architettoniche, se bene utilizzato, può divenire un avanzato progetto turistico. Questo è ciò di cui ha necessità non solo Maratea ma anche i nostri centri turistici, soprattutto quelli che si avviano ad esserlo, che hanno bisogno di dare sempre nuove risposte alla domanda che è decisiva per chi ha intenzione di intraprendere un viaggio turistico: perché devo venire in quel luogo,che cosa offre?

Per rispondere a queste necessità dobbiamo rafforzare la nostra capacità di motivare il viaggio, di far scoprire la terra meno conosciuta dagli italiani, che è questa piccola regione, ma ricca davvero di tante tradizioni e di tanta poesia. Io credo che questa magia sia il miglior viatico per poter poi domani anche celebrare in termini economici e statistici la crescita del turismo in Basilicata.