Turismo & Natura

Attualità del progetto Rivetti: turismo sostenibile[1]e sviluppo alternativo a Maratea


di Raffaella Faggella

 Mercoledì 11 luglio 2007 "uscita n. 1"

Dopo aver ripercorso in altre circostanze la storia di Maratea ed aver considerato  l’ambiente antropico e la cultura che hanno caratterizzato le vicende passate e presenti della cittadina tirrenica, la mia attenzione non può non concentrarsi sul fenomeno del turismo, presente nell’area, non solo perché tale attività rappresenta la principale fonte di reddito per la popolazione del luogo ma soprattutto in quanto l’incontro, o meglio l’impatto, del turismo con la realtà locale ha innescato tali fenomeni di mutamento sociale, economico e culturale, da fare di Maratea un autentico oggetto di studio. Se è vera, in effetti, l’opinione che fa del turismo un fatto sociale totalizzante, a causa degli effetti che produce nella storia, la città potrebbe essere a questo riguardo un autentico laboratorio permanente e un necessario punto di riferimento per quanti intendono analizzare in chiave moderna i fenomeni collegati allo sviluppo della crescita turistica.

Occorre premettere, a questo punto, che non tutti sono concordi sugli effetti del turismo nei riguardi di una data realtà economica e sociale[2], tanto che si è giunti perfino a sottolineare una dimensione bifronte o demoniaca del turismo, che secondo alcuni sarebbe una potenziale risorsa e un fondamentale volano per lo sviluppo economico di paesi non ancora industrializzati (è l’orientamento positivo degli anni Sessanta che corrisponde alla teoria dello sviluppo di Rostow) per altri il turismo (è questo l’orientamento critico molto diffuso negli anni Settanta) sarebbe un fenomeno prevalentemente negativo e capace inoltre di produrre solo effetti distruttivi in senso sociale e culturale. Si tratta di vedere ora quali siano stati i risultati ottenuti dall’attività turistica nell’area di Maratea e dintorni, per sottolineare possibilmente gli effetti positivi, che ancora oggi durano, piuttosto che i risvolti negativi del problema. Si deve tuttavia riconoscere che pure esistono intorno allo sviluppo turistico locale dubbi e problemi irrisolti, che mi inducono ad assumere una posizione critica, non tanto per arrivare a condannare definitivamente la scelta turistica quanto piuttosto col proposito di individuare, e in senso costruttivo, i nodi non ancora sciolti del problema, che in alcuni casi costituiscono un freno o un reale impedimento nella prospettiva dello sviluppo e della crescita di Maratea.

Questa città, che sorge in una terra con la quale prima di tutto la natura è stata generosa. ha il vantaggio di un grande patrimonio, che va dalle risorse storico-culturali al sublime paesaggio, elementi questi che da soli potrebbero costituire il necessario fondamento di uno sviluppo costante e definitivo. Purtroppo occorre riconoscere che per troppo tempo lo sviluppo turistico di quest’area è avvenuto in modo un po’ disorganico e prevalentemente affidato alle sue risorse naturali. E’ innegabile che la bellezza del mare e della costa sono la fondamentale risorsa  della zona, ma occorre sottolineare l’importanza di altri importanti fattori, dei quali si discute nei convegni e nelle relazioni di programma ma che purtroppo rimangono ancora irrisolti.

Di recente la Banca d’Italia ha presentato a Potenza la relazione annuale sullo stato di salute della nostra regione, da cui risulta che molti settori che erano trainanti per l’economia della Regione sono oggi in forte declino: l’agricoltura, l’artigianato, il commercio, l’edilizia. Si sottolinea nella stessa relazione che l’unico filone che ha avuto una crescita di portata veramente esponenziale è stato il turismo, che dal 1995 al 2004 ha fatto registrare un incremento di presenze nel territorio pari al 120%. Anche alla luce dei seguenti dati  sono più che mai convinto che il turismo sia l’unica carta da giocare per mettere in moto sviluppo e occupazione nella nostra regione. E questo deve valere tanto più  per Maratea e dintorni dove il turismo costituisce ormai la fonte fondamentale di sviluppo, soprattutto dopo il tramonto dell’economia di tipo agricolo e le delusioni cocenti del sogno industriale, come traspare dalla pessimistica analisi di G. Brando:« La nostra zona è misera e povera, e questo non ci consente di fare programmi a lungo termine. Non abbiamo, inoltre, sviluppo nemmeno nei paesi vicini che non conoscono attività produttive consistenti. Il generale bilancio economico del territorio è tale da non stare allegri: il lanificio di Maratea ha chiuso i battenti, le stessa Lebole che gli è subentrata successivamente, l’industria delle calzature e quella della colla hanno avuto un’identica fortuna. Attualmente la crisi industriale del Sud è aggravata, inoltre, dalla concorrenza dell’est e della Cina. Pensi che un operaio cinese guadagna in un mese quello che un nostro operaio guadagna in un giorno, forse anche di meno. Io personalmente non prevedo un futuro brillante per l’ industria nella nostra zona». [3]

Ciononostante i più recenti dati statistici ci inducono ugualmente a ben sperare, giacché il reddito pro capite degli abitanti di Maratea si colloca attualmente al di sopra del livello medio dei paesi del Sud proprio per gli effetti positivi del turismo che, essendo diventata l’attività pilota e trainante della zona, saldando i diversi settori economici, si dimostra elemento determinante per la crescita sociale e culturale della cittadina tirrenica. Non si dimentichi che lo sviluppo di un’area, pur includendo l’interazione di altri fattori extraeconomici, quali la composizione della popolazione, l’assetto sociale e la gestione politica, il livello di cultura e di istruzione, si misura soprattutto in base al reddito pro capite dei suoi abitanti, all’accrescimento del prodotto locale e all’incremento demografico. Maratea, pur non raggiungendo i livelli di altre più rinomate località turistiche, può vantare oggi risultati abbastanza rassicuranti  in questo senso che lasciano ben sperare per il futuro. Soprattutto per questo è necessario che la cittadina tirrenica, pur senza rinunciare alle altre attività, se vuole progredire deve continuare a scommettere sulle peculiarità del suo turismo che, spaziando dai valori ambientali a quelli culturali, storici, archeologici e ricreativi, può proporre ai suoi visitatori  un’offerta turistico-residenziale duratura e senza alti né bassi. Ma perché ciò si verifichi è opportuno  che si dia una soluzione immediata ai problemi che ancora assillano non solo Maratea, ma anche le aree circostanti, che generalmente si possono  riassumere in tre diversi ordini di questioni, tra loro comunque interagenti: a) il frazionamento urbano di Maratea e la ricerca di una soluzione unitaria; b) i rapporti della cittadina tirrenica con l’hinterland; c) la pulizia del mare e le relazioni con le regioni limitrofe. Sono questi i fondamentali nodi insoluti che impediscono il definitivo decollo turistico di Maratea, dei quali si parlerà nel corso del presente capitolo, avanzando contemporaneamente possibili proposte risolutive.

Ma, prima di arrivare alle ultime conclusioni ritengo sia opportuno chiarire la genesi del fenomeno del turismo nella zona, indicando innanzitutto come e quando esso si sia manifestato in modo consistente nel territorio della cittadina tirrenica e quali siano state le reazioni dell’ambiente locale. Premetto che la scoperta turistica di Maratea, anzi, la sua stessa organizzazione, pur non escludendo in passato isolati atteggiamenti favorevoli, trova prima di tutto la sua spiegazione nell’intervento esterno, in assenza del quale oggi staremmo, forse, ancora a discutere se la soluzione economica del turismo sia la più adatta ad affrontare gli annosi problemi della città, che, secondo alcuni, nessun altro se non i marateoti  potrebbero risolvere. Sta di fatto, però, che qualsiasi avanzamento del progresso nella zona, quale necessaria premessa del successivo sviluppo turistico o industriale, è stato, quasi sempre, dovuto ad azione esterna sia pubblica che privata, a cominciare dalla modernizzazione delle infrastrutture e dei trasporti che nel ‘900 cominciò ad interessare seriamente anche le nostre zone, dopo anni di parziale abbandono. Se nell’’800 il fatto nuovo, direi rivoluzionario, era stato l’attraversamento ferroviario(1894)[4] nei primi decenni del ‘900 si cercò di risolvere il grave problema del collegamento stradale con la costruzione della S.S.18(1930) che, per quanto abbia avuto allora un iter molto tormentato, tuttavia, rese meno problematico il collegamento con le regioni limitrofe. La strada, l’unico vanto del regime fascista nella zona, che ancora oggi corre costeggiando la costa in modo tortuoso e, presenta a più riprese il pericolo della caduta dei massi che ostruiscono la carreggiata, è sempre stato un problema per gli amministratori locali che non cessa di preoccuparli ancora oggi, come si ricava dalla seguente dichiarazione del Sindaco di Maratea:«Io credo che un problema di importanza strutturale è innanzitutto quello della criticità della S.S.18, che è critico soprattutto per la caduta dei massi, favorita purtroppo anche dagli incendi di origine dolosa che vengono appiccati. Anche quest’anno a ferragosto abbiamo avuto un’interruzione della 18, però credo che sia merito di questa amministrazione, quella da me guidata, di aver risolto il problema in settantadue ore, laddove in altre circostanze la strada statale 18 era stata addirittura chiusa per mesi».[5]

Dopo la seconda guerra mondiale, la crisi, già in atto durante il “regime” si fece sentire in modo più consistente per gli effetti disastrosi della politica dello stato fascista. Il fenomeno dell’emigrazione, interrotto durante il ventennio a causa dell’autarchia, o dirottato nelle colonie d’Africa, riprese in modo più violento verso il continente americano o l’Australia, depauperando ancora una volta Maratea delle sue migliori energie: per gli effetti negativi della guerra e dell’esodo maschile il tessuto sociale della città fu addirittura sconvolto per la presenza di un numero sovrabbondante di donne, le cosiddette vedove bianche, che, dopo la partenza dei loro uomini, istituendo una specie di matriarcato di sostituzione, erano costrette a sostituirli in tutto e per tutto. Negli anni cinquanta molti di questi emigrati, dopo aver accumulato con anni di duro lavoro i loro risparmi, ritornarono in patria con la speranza di trovare nella nostra provincia condizioni di vita più accettabili di quelle che avevano lasciate partendo. Nel frattempo la situazione economica dell’Italia non era più la stessa rispetto a quella dalla quale erano fuggiti, grandi cambiamenti si svolgevano: si andava diffondendo il fenomeno dell’industrializzazione, che partendo dal Nord aveva finito per coinvolgere anche il Sud, contribuendo parzialmente alla soluzione della questione meridionale che il fascismo aveva fatto passare sotto silenzio. Erano gli anni del cosiddetto “miracolo economico”, i cui inizi possono essere collocati alla metà degli anni ’50, allorché la nostra nazione si inserì nel gruppo dei dieci paesi più industrializzati del mondo. Sostiene G. Procacci:«Gli anni tra il 1948 e il 1953 furono ancora, sotto il profilo economico, anni difficili, ma a partire dal 1954 la ripresa si delineò nettamente fino a divenire, dopo il “56 e l’ingresso dell’Italia nel Mercato Comune Europeo, travolgente. Fu il cosiddetto “miracolo economico”, gl’indici della produzione, del reddito nazionale, dei consumi cominciarono a salire vertiginosamente. Nessun settore rimase escluso dalla fase di alta congiuntura»[6]

 

Il progetto Rivetti

E proprio in quegli anni, nel 1953, arrivava a Maratea Stefano Rivetti, un nobile industriale di Biella, alla ricerca di terre dove impiantare nuovi stabilimenti industriali, il quale, attratto dalle bellezze del luogo, ha pensato bene di lasciare la sua impronta nella zona. Quest’ultimo, infatti, istallando per la prima volta nella località Santavenere impianti industriali ed avviando processi di rinnovamento della produzione agricola nell’area depressa di Castrocucco, ma, soprattutto dando inizio ad un nuovo modello di sviluppo della situazione locale, ha sottratto anche l’attività turistica ad atteggiamenti spontaneisti da parte delle famiglie o di gestione statale: le cosiddette colonie di memoria fascista. La posizione di Maratea, incuneata e confinante con altre due regioni, apparve al Rivetti la più adatta  per costruire un piccolo distretto industriale, rispondendo anche benissimo all’ambizioso disegno di chi, come lui, senza rinunziare all’utile economico, si proponeva di assegnare al turismo ( ma ad un turismo nuovo e organizzato alla maniera imprenditoriale) un ruolo propulsivo pari alle altre attività produttive, se non primario.

 Prima che Rivetti formulasse nella metà degli anni cinquanta il suo disegno e decidesse di costruire a Fiumicello il primo moderno stabilimento balneare, si può dire che le attività turistiche, alle quale Maratea deve oggi il suo maggiore impulso, non esistessero o quasi nella zona. Infatti era esclusivamente l’area del porto ad accogliere i primi bagnanti nella stagione estiva, i quali, non tanto per abitudini turistiche, quanto piuttosto per sottoporsi alla cura talassoterapica, che i medici locali in quegli anni cominciavano a consigliare soprattutto ai bambini, scendevano dai paesi interni, accontentandosi se mai di ricoveri di fortuna. Così T. Polisciano registra i primi tempi del turismo spontaneo nella zona:«Allo scopo di soddisfare le numerose richieste di alloggio provenienti anche dalle famiglie più abbienti di Maratea centro, ma soprattutto per necessità di denaro, molti del Porto erano soliti affittare le loro dimore, cedendo agli inquilini gli abituali vani vissuti dalla famiglia in tempi normali, mentre per sé riservavano gli ambienti meno usati, nei quali si sistemavano le donne, i bambini e gli anziani. Agli uomini invece toccava spesso scendere sulla spiaggia a dormire nelle barche tirate a secco, riparate sotto primitive capanne realizzate con rami di elci, reti consumate e fili di ginestre».[7]

Erano due mondi, due diverse mentalità e culture che venivano a confronto, interagendo fra loro:da una parte Rivetti, giovane prototipo della nuova imprenditoria del Nord, intraprendente e pronto ad arrischiare con un progetto nuovo il proprio capitale anche nel Sud, dall’altra una realtà geografica che, per ragioni economiche, sociali e culturali risultava distante mille miglia da quella del giovane industriale. Il censimento del 1951, infatti, faceva registrare la seguente situazione statistica nell’area di Maratea: il 37% della popolazione era dedita all’agricoltura, a gestione familiare e praticata con metodi arretrati in minuti appezzamenti di terra; il 30% era impegnato nell’attività pseudo-industriale dell’edilizia;il 23% riuniva i commercianti, gli artigiani e una non piccola frangia di disoccupati; il 10% era impiegata nella pubblica amministrazione e nei servizi. Il basso reddito degli abitanti del luogo imponeva una consistente riduzione dei consumi, anche il livello abitativo risultava ai limiti della sussistenza costituito com’era, soprattutto nel centro storico, di vecchie costruzioni molto spesso prive di impianti igienici. Questi dati ci aiutano a fotografare una realtà che, se non propriamente arretrata, certamente risultava caratterizzata dal ristagno economico e, nel migliore dei casi, da un moto molto lento di sviluppo.

L’analisi etnografica, che prima di tutto ha individuato nella crescita del turismo due variabili combinate:«il tasso (grandezza e velocità) dello sviluppo e il grado della comunità a partecipare e controllare gli eventi»[8] collegati al fenomeno stesso, si è preoccupata anche, con una ricerca sul campo, di indicare  nella dinamica dello sviluppo turistico tre diverse modalità: a) a crescita rapida, quando la nascita e lo sviluppo del turismo dipende totalmente dall’intervento di grandi imprese esterne; b) a crescita lenta, se esso sia controllato dalla popolazione locale; c) sviluppo di transito, se l’attività turistica dipende dai cosiddetti visitatori “di fine settimana”.Escludendo in partenza quest’ultima modalità, in quanto poco rispondente alla situazione da me considerata, mi sembra più opportuno concentrare l’attenzione sul primo e secondo modello discutendo criticamente, i pro e contro, circa una loro applicabilità  al caso di Maratea. Coloro che hanno fatto una critica serrata all’operato di Rivetti, accusandolo di aver avviato nella zona un’attività industriale di rapina coniugata con l’idea di un turismo di tipo elitario, hanno sottolineato anche che l’imprenditore del Nord con il suo energico intervento verticale, producendo un’innaturale crescita rapida nella zona, avrebbe arrestato lo sviluppo spontaneo e orizzontale locale, che, se pure in modo più lento, avrebbe potuto ottenere probabilmente risultati migliori. Anch’io sono più che mai convinto che il miglior modello  di valorizzazione turistica, capace di garantire una costante attenzione verso una particolare realtà, destinata per questo ad uno sviluppo graduale, sia quello che in modo ottimale riesca a coinvolgere anche le popolazioni locali insieme ai soggetti investitori. E’ stato giustamente sostenuto:«Quando la valorizzazione passa attraverso la partecipazione comunitaria della popolazione locale agli investimenti sul territorio e non è semplicemente imposta dall’esterno avendo come alibi lo sviluppo, questa può attivare il riconoscimento, da parte dei nativi, dei meriti e delle responsabilità di ciascuno nel processo che ha generato la stessa “messa in valore” degli elementi dell’ambiente, del patrimonio architettonico, degli oggetti d’arte, dei beni materiali e immateriali presenti in una determinata area».[9]  Non è detto, però, che questa condizione ottimale si verifichi in ogni  circostanza, in quanto, come nel nostro caso, occorre innanzitutto fare i conti con i limiti del contesto. Certo anche a Maratea c’è stato chi in passato ha pensato seriamente negli stessi anni ad un possibile sviluppo turistico della città, preoccupandosi anche di avviare un discorso di propaganda[10] dell’immagine della zona; ma, per realizzare un’impresa turistica moderna, capace anche di imporsi quale elemento trainante delle altre attività, probabilmente non bastano, a mio modo di vedere, solo le idee[11] e la buona volontà di qualche lungimirante amministratore[12] locale, ma occorrono, oltre al capitale, anche fondamentali doti organizzative e manageriali. Tutte queste cose mancavano allora negli abitanti del luogo, ma di cui Rivetti era abbondantemente fornito, con in più una buona dose di spregiudicatezza. Per queste ragioni egli, calandosi nella realtà locale con tutte le energie e capacità di cui disponeva, divenne il deus ex machina della situazione. Non gli fu difficile, pertanto, sia convincere l’amministrazione comunale della città con la promessa di dare un duro colpo alla locale disoccupazione, sia smuovere  le resistenze dei proprietari locali a vendere a poco prezzo  per il bene della comunità, così egli diceva, i terreni sui quali sarebbero nati stabilimenti industriali e moderne strutture turistiche. Inoltre, la non comune capacità di sapersi muovere con abilità nel mondo politico-finanziario gli fornì quei finanziamenti senza i quali non sarebbe mai riuscito a mettere in piedi il suo apparato di società ed imprese.

A partire dagli anni sessanta si sono avute nei riguardi di Rivetti e della sua opera diversi atteggiamenti, l’uomo ancora oggi è contemporaneamente amato ed odiato dagli abitanti di Maratea. Vi era chi, come Montanelli, lo salutava in modo entusiastico come un pioniere e benefattore, in quanto, come scrive in un suo articolo: « anziché portare i capitali all’estero, sente l’impegno morale e nazionale di investirli al Sud affrontando difficoltà burocratiche e tecniche enormi». Era questa la posizione del tutto favorevole della stampa del Nord che, influenzata dalla letteratura predominante dell’epoca, del tutto propensa a vedere nella diffusione dell’industrializzazione un fenomeno positivo, individuava proprio nel connubio industria e turismo la risorsa fondamentale per lo sviluppo economico e sociale del Sud.

Ma vi era anche chi, soprattutto da sinistra, lo accusava di aver realizzato a Maratea e dintorni una specie di feudo economico, col solo proposito di sfruttare il meridione. Infatti, la stampa e la pubblicistica degli anni settanta contiene spesso una dura requisitoria contro Rivetti, accusato di aver costruito un impero fasullo col concorso del potere politico locale, che sarebbe poi inevitabilmente e miseramente naufragato senza aver risolto nemmeno uno dei problemi che assillavano il territorio di Maratea e dintorni. La critica serrata orchestrata da sinistra, sia contro l’uomo venuto dal Nord solo per sfruttare il meridione, sia contro il potere democristiano, a suo modo d’intendere, subordinato e connivente, non poteva se non gioire per le imprese che chiudevano a causa della  crisi dell’apparato industriale.

Ma come stanno effettivamente le cose? A distanza di anni quale giudizio si può dare dell’opera di quest’uomo? E’ necessario, secondo me, evitare le punte estreme se si vuole esprimere una valutazione del tutto equilibrata, sottolineando innanzitutto che l’opera di Rivetti non fu dettata esclusivamente dall’utile personale, che dovette innegabilmente avere la sua valenza, ma fu ispirata probabilmente anche dalla ragione più nobile dell’utile sociale. Non si dimentichi che quasi contemporaneamente all’intervento di Rivetti nell’Italia del Nord aveva molta fortuna la cosiddetta Cultura del Progetto di Adriano Olivetti, che tendeva ad avvicinare il mondo della produzione industriale alla società, mirando a costruire una nuova morale e a diffondere un’immagine dell’industria dal volto umano, che avrebbe dovuto svolgere un ruolo dominante e trainante nello sviluppo economico e sociale del paese, compreso quello difficile e più lento a muoversi del Sud. Non è escluso che anche Rivetti, operando nella fase eroica del capitalismo italiano, condividesse ottimisticamente  le stesse idee. Trovandosi, infatti, al punto di intersezione tra una società patriarcale, tradizionalista e legata al passato e una società industriale e tecnologica che guardava risolutamente innanzi, ritenne col suo progetto di poter conciliare questi due opposti sistemi socio.culturali. Che queste idee moderate fossero diffuse nella nostra cultura del tempo lo dimostra il fatto che anche un rivoluzionario come Gaetano Salvemini, il vessillifero di tante battaglie politiche e sindacali a favore del Sud, contemporaneamente sosteneva nei suoi Scritti sulla questione meridionale riordinati nel 1955 che, a differenza di quanto aveva pensato precedentemente, l’Italia meridionale non avrebbe mai potuto realizzare da sola il suo sviluppo, ma le occorreva un aiuto esterno per uscire dalle secche del sottosviluppo, quello degli industriali del Nord.

 

Un sogno infranto

A questo punto dobbiamo chiederci che cosa  resta del disegno rivettiano. Rimane certamente il sogno infranto dello sviluppo industriale, che tristemente si riconosce ancora oggi nelle fatiscenti costruzioni abbandonate come balocchi sventrati, le antiche cattedrali, una volta produttive e frequentate, e ora distrutte dal tempo e saccheggiate, ma rimangono probabilmente anche i suoi meriti. Essi gli vengono così  riconosciuti da un addetto ai lavori come G. Brando:«Quando Rivetti è venuto a Maratea l’unica attività che qui funzionava era un artigianato  di tipo familiare: al massimo vi era qualche signora che a casa filava o cardava la lana. Industrie tessili qui non ce ne sono mai state, prima dell’arrivo di Rivetti; solo a lui spetta il merito fondamentale di aver avviato nel nostro territorio una grande industria. Grazie anche ai proventi e ai finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno egli è riuscito a fare grandi cose: l’industria tessile laniera e l’industria Lini e Lane che produceva tovagliati per la casa. Rivetti non ha rovinato nessuna attività locale, anzi, ha introdotto una nuova mentalità lavorativa. Basti pensare ai nostri giovani che hanno imparato con lui il mestiere di tessitore i quali poi hanno avuto la possibilità di lavorare con successo anche in grandi aziende esterne (…) Non si dimentichi che è stato proprio Rivetti ad avere introdotto per primo in Italia le tovaglie stampate, che si producevano all’estero, ma che da noi non esistevano. Egli ha avviato in Italia la produzione delle tovaglie disegnate, che furono una sua invenzione, in un’azienda presso Città di Castello, a Lini e Lane, che poi venne anche ad aprire i suoi battenti a Praia a Mare».[13]

Se l’intervento di Stefano Rivetti abbia costituito un bene o un male nella vicenda storica di Maratea non so, ma una cosa è certa, il progetto di un’industria dal volto umano, che, oltre al profitto economico, si preoccupava anche della vita degli uomini, della natura e dell’arte, è un’idea che, devo dire, personalmente mi affascina. Molti studiosi, invece, sono convinti in generale che il turismo sia un aspetto controproducente piuttosto che un reale vantaggio per la comunità nella quale si impianta, in quanto contribuendo a modificarne l’assetto economico sarebbe  anche un impatto negativo per la cultura, le tradizioni e la stessa qualità della vita della società ospitante[14]. E questo ha buone probabilità di verificarsi, soprattutto quando i soggetti investitori, come nota Rami Ceci, trascurando i pericoli che possono derivare all’ambiente, egoisticamente si limitano a perseguire solo l’utile economico:« Spesso, purtroppo, l’investimento nel patrimonio al solo scopo della resa economica tende ad ignorare l’importanza strategica de quelle “carte del rischio” da tempo riconosciute dagli organismi locali e internazionali e quasi mai rese operative».[15] 

Non si può negare che nel giro di pochi anni l’irruzione violenta della modernità ha modificato profondamente la fisionomia socio-antropologica del paese, che nei primi cinquant’anni del secolo era rimasta quasi inalterata. Tali cambiamenti, come nota Ragni, sono: «avvenuti invece, in abbondanza e con una velocità quasi frenetica, negli ultimi decenni, con ferrovia e poi autostrada, con le discese a mare, il Pianeta, gli alberghi nel Centro storico; con la legittima corsa degli abitanti all’impiego fisso, statale o in fabbrica, e con il conseguente abbandono dei campi, che ha fatto praticamente scomparire quelli che giustamente i marateoti denominavano non orti ma giardini, e che lo erano veramente, per i colori e forti profumi di fiori e frutti; oggi quasi tutti abbandonati».[16] Certamente Maratea è mutata nella forma e nella sostanza dei suoi valori tradizionali anche per effetto dell’industria turistica, ma non è il caso di vedere in tale forma di attività solo l’aspetto degenerativo di una realtà naturale, morale e sociale che senza l’impatto turistico sarebbe rimasta intatta. L’invadenza del nuovo ha modificato profondamente la realtà sociale, economica e culturale di quest’angolo privilegiato del mondo, è vero, ma tutto ciò non deve indurci a pensare che la trasformazione dei valori che appartengono ad una comunità sia una perdita irreparabile che non potrà mai più essere risarcita, in quanto rimane pur sempre la possibilità, ove vi sia la passione della ricerca  e un legame profondissimo con la propria terra, di recuperare ciò che la modernità ci sottrae giorno per giorno, interrogando la storia o facendoli riemergere con amore dal tessuto vitale della società attuale, che, per quanto mutata dal trascorrere del tempo, tuttavia ne conserva ancora nel fondo dell’anima la memoria.

Per concludere si dirà che anche la critica più serrata, in alcuni casi solo strumentale, non mi può impedire di pensare che Stefano Rivetti, pur avendo segnato direttamente nel bene e nel male la storia di Maratea, ha lasciato dopo la sua morte un’impronta indelebile. Rimangono, ad esempio, alcune delle idee fondamentali del suo progetto di modernizzazione turistica della zona, che egli avrebbe voluto realizzare di fatto, ma che, ancora irrisolte, si pongono ora quale difficile eredità  da gestire da parte degli imprenditori ed amministratori locali: a) la necessità di un migliore collegamento fra i borghi da realizzarsi per via aerea con una teleferica, b) l’opportunità di agganciare la città di Maratea con la parte continentale della regione, c) l’individuazione del Monte quale punto focale di attrazione e centro di identità nella dispersa situazione dei centri, d) Maratea quale centro di un progetto che dovrebbe coinvolgere tutto il golfo di Policastro.

Sono questi i nodi più difficili da sciogliere anche oggi, per la soluzione dei quali continua a svolgersi un serrato e continuato dibattito fatto di convegni, programmi, incontri che coinvolgono politici, tecnici, studiosi dell’arte, ambientalisti, ognuno dei quali si affanna di volta in volta a proporre una o più soluzioni. Proprio di recente si è tornato a parlare in un convegno intitolato “Golfoinsieme” del Progetto Policastro[17], di rivettiana memoria, da parte dei rappresentanti delle tre regioni che si dividono in senso politico-amministrativo un territorio[18] che, però, è da ritenersi unitario, sia per ragioni geografiche ed ambientali sia per omogeneità socio-culturale, tanto da essere considerato un vero laboratorio nel quale sperimentare forme di sviluppo sostenibile attraverso la valorizzazione di un  patrimonio turistico tra i più interessanti d’Italia. Il Golfo è dotato, infatti, di un mare splendido e di risorse eccezionali che andrebbero valorizzate in comune dai rispettivi enti territoriali. Di questo si dichiara convinto anche l’attuale sindaco di Maratea, il quale è certo che il futuro di Maratea non sia esclusivamente affidato alla conservazione delle caratteristiche locali ma deve fare i conti anche con il mondo circostante:« Io credo che un paese non possa vivere solo della luce propria, ritengo invece che Maratea ha bisogno innanzitutto della Regione Basilicata così come la regione ha bisogno di Maratea, che rappresenta una forza sul Mediterraneo. Nello stesso tempo ho sempre sostenuto l’opportunità di vedere la nostra città come città territorio e non come una città chiusa su se stessa. Nel momento in cui io parlo di città territorio penso anche che questo territorio possa essere allargato addirittura alle regioni limitrofe. Se si riesce a fare un discorso più ampio che consenta anche di  migliorare la qualità della vita e dell’offerta dei servizi ben venga. Il discorso legato al Progetto del golfo di Policastro è una cosa che mi attira, e credo che su queste cose ci dobbiamo spendere per vedere di risolvere, tutti insieme, quelle problematiche che ci accomunano, che altrimenti sarebbe difficile risolvere da soli»[19].

Proprio mentre si discute di federalismo, la recente sottoscrizione del preliminare accordo che prevede l’esecuzione di un programma integrato interregionale, in grado di esaltare le molteplici risorse di questa zona di eccellenza,  secondo me, è una grande novità non solo per il Sud ma per l’intera nazione. 

 

[1] Nella Carta Europea del Turismo con l’espressione “turismo sostenibile” si definisce:«qualsiasi forma di sviluppo, pianificazione o attività turistica che rispetti e preservi nel lungo periodo le risorse naturali, culturali e sociali e contribuisce in modo equo e positivo allo sviluppo economico e alla piena realizzazione delle persone che vivono, lavorano o soggiornano nelle aree protette».

[2]A proposito delle diverse prospettive che circolano intorno alla definizione del turismo si veda A.Simonicca, Antropologia del Turismo, Carocci, Roma 2002.

[3] R.Faggella, Maratea, sviluppo economico e società, Intervista a G. Brando, Cittanova, 20 agosto 2005.

[4] Il nodo ferroviario di Maratea, pur risultando, a causa della sua posizione di transito, di fondamentale importanza ai fini del collegamento veloce con le altre regioni d’Italia, ridusse però di molto il traffico marittimo e contribuì ad avviare quella crisi irreversibile del porto cittadino che è giunta fino ai nostri giorni. Essa sarebbe stata senza soluzione ove non si fosse pensato alla soluzione del diporto, che ancora  oggi motiva la sua esistenza con il notevole attracco estivo di natanti di piccolo e medio tonnellaggio.

[5] R.Faggella, Maratea,turismo sostenibile e natura, Intervista a F.Ambrosio, Cittanova, 12 agosto 2005.

[6] Cfr.Storia degli Italiani, Laterza, Bari 1968, pp. 554-555.

[7] T.Polisciano, Maratea, Newton & Compton, Roma 2004., pp. 222-223.

[8] A.Simonicca, Antropologia del turismo, Roma  2002, pp.85 sgg.

[9] L. Rami Ceci,Turismo e sostenibilità.Risorse locali e promozione turistica come valore,Armando Editore, Roma 2005, p.42.

[10] Si intende con questo fare riferimento agli articoli di P.E.Iannini sul “Popolo di Roma” e alle inserzioni pubblicitarie di Antonio Cernicchiaro.

[11]Antonio Cernicchiaro, reduce dal Venezuela, fu tra i primi a pensare ad uno sviluppo di Maratea su larga scala.

[12] Mi riferisco soprattutto all’opera benemerita del sindaco Biagio Vitolo, che a partire dal dopoguerra si impegnò nella direzione e realizzazione di lavori nel centro storico per rendere la città più accogliente e desiderabile da parte degli estranei.

[13] R.Faggella, Sviluppo economico e società, Intervista a G.Brando, ibidem..

[14] Per questi problemi: cfr. A.Simonicca, cit., p.169 sgg.

[15] Rami Ceci, cit., p.51.

[16] E.Ragni, À la recherche di un  tempo che va ritrovato, in  Maratea. Quando il pane aveva il sapore del mare, cit., p.13.

[17] L’dea, già di Rivetti, di creare un sistema turistico integrato capace di coinvolgere gli enti territoriali che si dividono il Golfo di Policastro, è stato ripreso di recente dalla Regione Basilicata che, dopo una serie di trattative con i rappresentanti delle altre regioni, ha avviato in concorso con esse la realizzazione del programma “ Golfoinsieme”, finalizzato alla valorizzazione del territorio di eccellenza del Golfo di Policastro

[18] Il Golfo di Policastro fu diviso per la prima volta, con criterio discutibile, dai Borboni fra le tre Regioni di Campania, Lucania e Calabria. Il Governo Italiano, quasi a perpetuare l’errore, ha confermato inspiegabilmente nel 1862 il disposto borbonico, per cui il territorio risulta diviso da tre province di tre regioni diverse.

[19] R.Faggella, Intervista a F.Ambrosio, già in Cittanova, e ora anche nella sezione Interviste del nostro sito.