Turismo & Natura

Turismo e religione: la dimensione del sacro e il megaevento della festa religiosa a Maratea


di Raffaella Faggella

Mercoledì 11 luglio 2007 "uscita n. 1"

La vita religiosa di Maratea è stata particolarmente intensa attraverso i secoli, a tal punto, si può dire, che non vi è né tempo, né persona od oggetto che qui non sia stato in qualche modo investito direttamente o indirettamente dal sacro nella vita pubblica e privata. La religiosità della cittadina tirrenica è fenomeno storico di fondamentale importanza che meriterebbe una più attenta e storica trattazione, che non è il caso di tentare in questo luogo. Qui mi limiterò a parlare soprattutto del fenomeno della religiosità popolare, che è stata e continua ad essere una componente così importante della vita sociale, morale e culturale del popolo di Maratea da richiedere una attenta considerazione delle più importanti  feste e ritualità religiose del luogo. Esse sono la più tangibile testimonianza della secolare e sincera fede degli abitanti della zona, i quali in ogni tempo hanno sentito il bisogno di rivolgersi alla Vergine e ai Santi perché ne orientassero il cammino e ne ispirassero la condotta. Per questo tutto il territorio della città è disseminato di cappelle, chiese[1] e chiesette che culminano nel santuario di San Biagio, che è collocato sul Monte a vista e protezione della valle.

 Il tempio fu edificato agli albori del cristianesimo tra il VI e l’VIII secolo d.C. al di sopra  della preesistente  struttura di un tempietto pagano dedicato a Minerva, fatto che serve a sottolineare l’antichissima presenza del sacro in questo  luogo. Qui dell’antica fortezza «di quella che fu la vecchia cittadella circondata di muri e di bastioni» (Damiano) oggi non resta che il triste ricordo e nel silenzio resti di mura che fanno pensare ad un’antica grandezza, ma in compenso al di sopra degli avanzi del castro si erge la mole della basilica di S.Biagio sulle cui pietre è scritta inoltre molta parte della storia della vetusta Maratea, che in passato alcuni cultori di storia patria hanno cercato di ricostruire mescolando facta atque infecta, verità e leggenda. E in parte leggendaria è certamente la narrazione dell’arrivo delle reliquie del Santo, presso l’isolotto di Santojanni, come la riferisce il Tancredi:«Correva l’anno 732, quando le guardie del Castello, come si chiama tuttora la frazione più alta di Maratea, videro una nave, vicino all’isolotto Santojanni, lottare con le onde del mare agitato. La nave avanzava a stento e pareva quasi ferma. Con l’avanzare della notte, la nave non si vedeva più, ma apparve una luce, quasi allo stesso punto, che rimase accesa tutta la notte. Il giorno dopo scomparve tutto, ma, di notte, la luce riapparve. Gli abitanti incuriositi dal fatto, scesero sulla spiaggia, e, fattisi coraggio, andavano perlustrando l’isolotto, e lì trovarono l’urna con le reliquie di S.Biagio, il suo torace, parte del cranio e  un osso del braccio. Le  portarono con solenne processione sul monte e qui costruivano il santuario quale degna dimora delle reliquie..»[2].

 Tale narrazione leggendaria che associa il trasporto dei resti del Santo alla costruzione del santuario, con tutta probabilità preesistente all’arrivo delle reliquie stesse, tuttavia, non  solo non pregiudica la presenza storica dei resti del Santo, portati qui probabilmente dai monaci orientali, ma serve a sottolineare ulteriormente la straordinaria disposizione religiosa di questo lembo di terra, che è messa in particolare risalto dall’imponente costruzione del Santuario che è una chiesa di mirabile architettura romanica dalla linea austera ed imponente. Ma, se la si osserva da vicino, la visione grandiosa che risulta dalla vallata si attenua di molto non fosse altro perché tutto il lato destro è incassato in un corpo roccioso che ne occupa quasi la metà dell’altezza. La facciata, di semplice e classica fattura, presenta sul lato anteriore un portico a tre arcate sostenuto da quattro colonne di pietra. Il frontone, di forma triangolare, contiene al centro una nicchia che accoglie una piccola statua del Santo. Sulla parte destra della costruzione, un po’ discosto, si può vedere il tozzo campanile, composto di forme prismatiche, che si eleva al di sopra della chiesa solo perché ha la sua base di appoggio su un’alta roccia. L’interno della basilica[3] è formato da due ambienti di misura ineguale, dalla diversa struttura architettonica: il primo, a pianta quadrata, a tre navate piccole e basse, il secondo, decisamente più ampio, nel quale la navata centrale è separata da quelle laterali, più ridotte, da due serie di arcate a tutto sesto. L’austera semplicità delle navate, che ricevono  la luce solo dall’ingresso e dal più luminoso presbiterio, è messa maggiormente in risalto dall’assenza di aperture o finestre. Quasi in contrasto con le linee essenziali dell’interno, che per  l’essenzialità e la semplicità delle forme fanno pensare ad un austero romanico, si erge la “Regia Cappella”, sorretta da quattro colonne di marmo bluastro in stile rinascimentale, all’interno della quale sono custodite in un sacello le preziose Reliquie di S. Biagio, dove si trova anche una statua d’argento del Santo a mezzobusto, aggiunta di recente nel 1986.

La Basilica, è stata definita “una chiesa senza pace” a causa della sua storia tormentata che l’ha vista modificare a tal punto la sue forme nel corso dei secoli da farle perdere la sua primordiale fisionomia. A partire dalla sua fondazione ( tra il VI e il VII secolo) essa ha dovuto subire aggiunte e ampliamenti che culminarono nel ‘600 con interventi che nell’intenzione dei progettisti avrebbero dovuto dare alla chiesa un aspetto più confacente alla sua natura basilicale. Altri lavori furono promossi nel secolo successivo, allorché per consolidare la parte esterna dell’edificio si aggiunsero i tre contrafforti che è possibile vedere sulla navata di sinistra. Dopo le radicali trasformazioni settecentesche finalmente nell’Ottocento la chiesa ebbe un po’ di pace, almeno relativamente alle sue fondamentali strutture. Ma negli anni sessanta del ‘900 la rivoluzione di Stefano Rivetti[4], volendo rifondare la città, modernizzandola, non risparmiò neppure il suo maggior tempio. Fortunatamente il progetto rivettiano, che prevedeva sostanziali modifiche su tutto l’edificio, trovò l’opposizione sia dei marateoti che di Mons. Damiano, allora rettore della Basilica. Il progetto, firmato dall’architetto Berardi, che includeva ulteriori ampliamenti che avrebbero finito con lo snaturare completamente l’esterno della chiesa, fortunatamente non venne approvato dagli organi competenti, che diedero il loro benestare solo ad interventi di restauro. Ma tali lavori, condotti da persone incompetenti, si tradussero in un’autentica profanazione della parte interna del tempio che venne quasi interamente svuotato dei suoi arredi ed ornamenti architettonici. Negli anni successivi vi fu una stasi nei lavori a causa della ferrea opposizione del Damiano che giunse ad accusare pubblicamente lo stesso Rivetti, l’unico e vero responsabile, a suo dire, di tutti quegli scempi. Solo nel 1969 si giunse al termine del restauro che si preoccupò innanzitutto di riportare la chiesa nell’antica ed austera forma romanica. Ma anche quest’ultima soluzione, l’ultimo atto di una storia caratterizzata da una continua instabilità dell’edificio, non fu condivisa da tutti.                                            

 Di qui, dove sorge anche l’imponente figura del Cristo[5] che domina sulla terra e sul mare, si domina, l’occhio spazia e unifica tutto il grande arco del golfo di Policastro dal lontano Capo di Palinuro alla più vicina punta di Cirella. Sul Monte in un’atmosfera di sospensione fra il cielo e la terra, si rinnova lo straordinario miracolo della ricongiunzione della natura con l’Assoluto. In questo luogo, nella contemplazione di una natura verginale che sembra riassumere tutto il creato, l’uomo, anche se non è credente, ritrova se stesso e, nell’intimo raccoglimento di una vita appartata, attingendo per miracolo l’infinito, si ricongiunge con Dio. Proprio per questo il tempio di San Biagio è meta abituale di turisti e pellegrini che ricercano una pausa di raccoglimento religioso nella frenesia del vivere quotidiano.

E’ soprattutto in occasione del mega-evento della festa in onore del Santo che è possibile misurare le più vistose e profonde manifestazioni della pietà popolare. Ancora oggi turisti e pellegrini arrivano a fatica nel piazzale della Basilica percorrendo una strada che fu costruita in passato per devozione dai marateoti con le loro stesse mani, tranne l’ultimo tratto interamente artificiale  e così a strapiombo che sarebbe pericoloso per l’incauto automobilista sporgersi per guardare in basso. A detta di molti quell’ardito cavalcavia è un capolavoro di ingegneria, secondo me è un’autentica violenza al paesaggio, una delle ferite che sono state qui inferte alla natura, analogamente a quella strada che, deturpando la costa, congiunge il Pianeta alla Provinciale. Queste sono le più evidenti brutture che offendono il paesaggio di Maratea, che bisognerebbe avere il coraggio di rimuovere, riprogettando il tutto con un atto fortemente ricreativo. Ma bisogna convincersi che ciò non è sempre agevole da realizzare, in quanto i gestori della politica, costretti talvolta a  fare i conti con l’esistente, sono indotti proprio per questo a salvare l’opera dei loro predecessori.

 

Religione e turismo

Sociologi ed antropologi[6] hanno puntato la loro attenzione sul “turismo religioso” sottolineando l’accostamento stridente che spesso avviene nei luoghi sacri fra la sfera del sacro, che è propria della religione, e l’attività turistica, vista soprattutto nella sua dimensione economica e commercialistica. E’ stato sostenuto anche che la penetrazione del turismo moderno all’interno di comunità tradizionali sarebbe una delle cause più importanti della crisi o della perdita dei valori e miti  religiosi che appartengono a quelle società. Questo pregiudizio che vede nel turismo qualche cosa di contrario rispetto al mondo della religiosità viene oggi rifiutato da molti studiosi, i quali, al contrario sono disposti a riconoscere una certa complementarità fra i due fenomeni che non andrebbero considerati come assoluti campi separati. A tal proposito, nota giustamente Simonicca: «Il rapporto fra pellegrino e turista non si gioca più perciò nei termini di una pura dicotomia, né in quelli della mera equazione di significato. Le due nozioni si distribuiscono alla stregua di estremi concettuali e fenomenologici entro uno spettro di contrari graduato secondo note comuni che vanno da un massimo di pietas a un massimo di ricerca di relax»[7] Anche alla luce dell’esperienza si deve ammettere sinceramente che il pellegrino puro è un personaggio di altri tempi, in quanto proprio nella visita ai santuari si avverte la presenza del duplice richiamo turistico e religioso, come dimostra l’incessante e chiassoso avvicendarsi di gruppi in questo luogo. Del resto la Chiesa stessa, che dovrebbe essere la prima depositaria dei valori sacri, a parte la  copiosa vendita di oggetti votivi e immagini sante, già da tempo ha fatto propria la logica commerciale del turismo, a tal punto che le organizzazioni religiose, sfruttando le più moderne tecniche della comunicazione pubblicitaria laica, programmano viaggi organizzati  verso santuari e località sacre.

 

Il mega-evento della festa

 I tempi di svolgimento del rito di San Biagio sono rimasti quasi inalterati negli anni, a testimonianza della fede inconcussa dei marateoti, che per amore del loro santo si sottopongono con sacrificio e con gioia ad una piccola maratona. Infatti, il rito che dura quasi tutto l’anno si svolge in cinque tempi: il primo ha inizio il 3 febbraio, allorché nella basilica gremita di fedeli si ripete l’antico rituale della benedizione della gola con la distribuzione dei pani che recano impressa l’immagine del santo. Il secondo si svolge nel primo sabato di maggio, sempre nella basilica, da dove la statua d’argento del martire, uscendo dalla chiesa, viene condotta in processione lungo le strade sconnesse dell’antica Maratea, dando così inizio ai festeggiamenti che durano tutto l’anno. Il terzo coincide col giovedì successivo, allorché la statua dal monte viene portata fino alle porte della città, dove il Santo è liberato del manto rosso, simbolo del martirio, e, dopo essere stato rivestito dei paramenti vescovili. viene accolto dal sindaco e dalle autorità cittadine che gli consegnano le chiavi[8] della città. Il quarto tempo coincide con i tre giorni di festeggiamenti tributati al Santo entro le mura del paese che culminano con la processione solenne del sabato, quando l’effigie, portata in trionfo da portatori volontari, fa il giro del paese seguita dalle autorità e da tutto il popolo. L’ultimo atto rituale inizia la mattina della seconda domenica di maggio, giorno in cui la statua del martire armeno viene riaccompagnata sul monte per ritornare nel sacello della basilica.

Non tutti sanno che questo ritorno di san Biagio nel Borgo antico ha il sapore di una restituzione, in quanto il rito in onore del Santo non ha avuto sempre uno svolgimento pacifico, anzi, come fa notare A. Brando, il possesso della statua ha generato in passato più di un contrasto tra il popolo del Castello e quello della più recente Maratea Inferiore:« Il culto di San Biagio si è venuto sempre più rafforzando con gli anni, finché alla fine del Settecento i cittadini che avevano scelto la valle per abitarvi, nel frattempo era nata Maratea Inferiore, rivendicarono il diritto di avere con sé i resti del Santo. Ne nacque una contesa che fu risolta dall’autorità ecclesiale: Il vescovo di Cassano, alla cui diocesi Maratea faceva capo, decise che nel mese di maggio gli abitanti del Monte dovevano consentire che la statua del Santo scendesse a Maratea di giuso, cioè nel Borgo Inferiore, per essere anche qui venerata. Vuole la tradizione che il Santo neppure oggi si sposti se il Sindaco del paese non richieda, in modo ufficiale e per iscritto, il consenso al parroco.Come si vede c’è tutto un cerimoniale che culmina con l’impegno da parte del primo cittadino di Maratea di restituire la seconda domenica di maggio l’immagine sacra ai suoi legittimi custodi. A metà del mese la statua viene riaccompagnata in solenne pellegrinaggio sul Monte da tutti i marateoti attraverso una strada molto tortuosa, che fu costruita pietra su pietra dai loro antenati, la stessa che da secoli essi percorrono con immutata devozione»[9].

 Nel paese e nei borghi si veneravano altre a San Biagio anche gli altri santi che venivano qui ricordati durante tutto l’anno con riti e processioni, tra essi San Rocco, Sant’Emidio, San Francesco, e Santa Rita, nel giorno della benedizione delle rose.

 

Il palio della processione

 Il culto della Vergine era ed è particolarmente sentito in tutta la valle, sulla costa e sulle alture, sicché «a Maria, nelle varie chiese, tra le mura di casa, dinanzi alle tante edicole o cappelle a Lei dedicate, le persone di Maratea si rivolgevano per essere aiutate e confortate e affinché la propria supplica giungesse a Dio»[10].Così Antonio Brando spiega l’origine plurisecolare della culto della Vergine nel territorio di Maratea, le cui celebrazioni ricorrono in diversi momenti dell’anno:« Le origini del culto mariano del popolo di Maratea sono antichissime e rimontano probabilmente al tempo dell’insediamento in questi luoghi dei monaci basiliani, che, venendo dall’oriente hanno portato qui, per metterle in salvo, le reliquie dei santi, sono stati soprattutto loro che  hanno trapiantato qui ogni forma di ritualità, comprese quelle in onore della Vergine, che da noi hanno sempre avuto una valenza speciale. A questi culti col tempo se ne aggiunsero poi altri, come testimonia il rito in onore della Madonna che è sul monte di Novi Velia, che vanta una tradizione plurisecolare, e alla quale si rivolgono anche i nostri pellegrini».[11]

 L’attaccamento dei marateoti alla Vergine è testimoniato anche dall’ antico rito della Madonna della Neve, che si teneva nel mese di agosto nel piazzale di una chiesetta che i fedeli raggiungevano dopo essersi inerpicati su per un sentiero faticoso che correva alle spalle del paese.

Ma la festa più importante dell’anno, dopo quella di San Biagio, era quella che si celebrava il 15 agosto in onore dell’Assunta, indicata da un drappo azzurro del colore del cielo che, ben visibile anche da lontano, sventolava  dal campanile di Santa Maria Maggiore. Molto sentita e particolarmente toccante era anche la festa dell’Addolorata, definita “festa di lutto”, che aveva il suo momento culminante nella Processione del Venerdì Santo, allorché la statua della Mater dolorosa percorreva il tratto che congiungeva la chiesa a lei dedicata con la Cattedrale, fermandosi lungo un percorso che rievocava le dolorose stazioni della passione di Cristo.

 Il culto della Vergine era particolarmente sentito anche nelle zone costiere, specialmente al porto, dove i pescatori e i marinai non trascuravano mai di invocarla  prima di prendere la via del mare, accompagnando talvolta le loro preghiere con il lancio in acqua di immagini della  veneratissima Madonna di Portosalvo, quella dei naviganti. Il rito della Madonna del Porto, pur non essendo tra i più antichi, aveva un suo fascino particolare, in quanto, oltre ad avere funzione propiziatoria, era in passato una specie di battesimo o sposalizio del mare. Anche qui la festa culminava con una processione durante la quale nel mese di giugno veniva portata in trionfo l’effigie santissima che percorreva due itinerari, uno sulla terra, condotta dalle donne che portavano la statua della Vergine per le vie del borgo, l’altra più importante avveniva per mare, sul quale si snodava il suggestivo spettacolo delle barche dei pescatori e dei marinai che, rimesse a nuovo per l’occasione, ricevevano in tal modo il loro nuovo battesimo. Era tanto forte e sentito l’attaccamento della gente del porto nei riguardi della loro Madonna che essi facevano a gara pur di assicurarsi anche a pagamento la gestione del rito. Ma, come riferisce la Polisciano: «Questa corale e sentita partecipazione non eliminava però le perduranti diatribe, provocate dalla definizione dei limiti territoriali entro cui la processione doveva circolare»[12]. Infatti, per un’antica consuetudine, mai messa precedentemente in discussione, il tragitto storico della processione per terra doveva svilupparsi all’interno del Porto, toccando appena ed escludendo di fatto l’area di Profiti. Tale circostanza provocava ogni anno il risentimento degli abitanti del luogo che si sentivano come defraudati del diritto sacrosanto di ricevere la salutifera visita della Madonna dai portatoli, che per nulla al mondo avrebbero mai rinunciato alla loro processione. I profitesi, stanchi di quello che ritenevano un autentico sopruso, ricorsero ad uno stratagemma. Allorché nel porto si svolse l’asta per aggiudicarsi il controllo della processione, tassandosi, fecero l’enorme sacrificio di offrire di più degli abitanti del luogo i quali, in tal modo si videro privati, almeno per quell’anno, del diritto di stabilire il percorso della processione di terra. Questa contesa, che in alcuni momenti toccò punte drammatiche, si risolse con un accomodamento per l’intercessione dell’autorità episcopale: la processione avrebbe tenuto un percorso più lungo, toccando anche Profiti e sarebbe stata gestita a turno ogni anno dai due contendenti. Ebbe termine così quella alcuni chiamano il “ palio della processione”. 


 

[1] Tante costruzioni sacre sono la tangibile testimonianza della presenza nella zona dei diversi ordini religiosi che in ogni epoca hanno scelto di fermarsi in questi luoghi (dai Monaci Basiliani, Cappuccini, Minori Osservanti, Salesiani etc. per  finire alle diverse confraternite laiche) che sembra abbiano fatto a gara  nel pietrificare. 

[2] L.Tancredi, Maratea, Napoli, 1979, p. 26.

[3] Il riconoscimento del titolo di Basilica Ponteficia venne alla chiesa con un atto di Pio XII del 1941, come si evince dalla lapide che è affissa vicino alla porta del campanile.

[4] L’industriale Stefano Rivetti giunse per la prima volta a Maratea il 23 marzo del 1953 in compagnia del padre Oreste, per vedere se era possibile costruire nella zona degli impianti tessili  con il contributo della Cassa per il Mezzogiorno. Che il primo incontro con la cittadina tirrena, per quanto visitata in una giornata piovosa, fosse di gran lunga positivo è dimostrato dal fatto che successivamente non solo vennero impiantati stabilimenti tessili sia a Maratea che a Praia, ma egli pensò giustamente di rivitalizzare ed incrementare anche le attività agricole della zona, in crisi e ridotte al livello di mera sussistenza, bonificando l’area di Castrocucco e facendovi costruire lo stabilimento Pamafi. Attratto dalle bellezze naturali del luogo Rivetti pensò bene di incrementare il turismo impiegando capitali nella costruzione di alberghi ed altre strutture turistiche ricettive. Le sue iniziative, secondo alcuni dettate esclusivamente dal proposito dell’utilità economica, furono comunque così innovative da lasciare un’ impronta inconfondibile e duratura nella zona.

[5] La statua del Redentore, che fu eretta nel 1965 su disegno dell’architetto Bruno Innocenti, è ben visibile da gran parte del golfo e della valle a causa della sua imponente altezza che supera i venti metri. Anche di notte sembra stagliarsi nel cielo opportunamente illuminata da luci collocate sulla sua base.

[6] Tra questi studiosi sono da citare soprattutto N.Graburn, D. Nash e Nolan.

[7] A.Simonicca, Antropologia del turismo, Carocci, Roma, 2002, p.168.

[8] Il rito della consegna delle chiavi, che probabilmente è l’unica recente novità in una celebrazione che ha conservato sostanzialmente l’antico cerimoniale, viene così giustificato da A.Brando:« Quest’aggiunta o modifica dell’antico cerimoniale fu istituita nel 1989 proprio da me. Durante il periodo del mio mandato di sindaco di Maratea pensai bene di aggiungere una piccola variante all’antica ritualità, che ancora si ripete. All’arrivo della statua a Capo Casale, che segna l’ingresso nella città, con la consegna simbolica delle chiavi d’argento il primo cittadino vuole in tal modo rinunciare al suo potere  riconoscendo nel Santo l’unica autorità» (Cfr., R.Faggella, Cultura e tradizione religiosa a Maratea, intervista con A.Brando, “Cittanova”,  20 Agosto 2005.)

[9] Intervista ad A.Brando, cit., ibidem..

[10] T.Polisciano, cit., p. 86.

[11] Ibidem.

[12] T.Polisciano, T..Polisciano, Maratea, Newton & Compton, Roma 2004., p. 240.